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Elezioni USA: bipartitismo, oh yes

Osservare il pendolo, please. Notare come si allontana da un’estremità e torna ad avvicinarsi a quella opposta. Un moto così naturale. Un’alternanza così prevedibile da avere un che di rassicurante. A patto, si capisce, di ignorare il rischio di ritrovarsi ipnotizzati.

Ecco, guardate: il pendolo del bipartitismo USA si è spostato di nuovo dal lato dei Repubblicani. Un esito largamente preannunciato e che ha trovato piena conferma nelle elezioni di Midterm, appena concluse – appena andate in scena – e sfociate tra l’altro nella perdita della maggioranza al Senato da parte dei Democratici. Alla Camera era già accaduto lo stesso nel 2010, con una sconfitta di proporzioni gravissime ed eccezionali che attestava, ad appena due anni dalla trionfale affermazione di Obama nella sua prima corsa alla Casa Bianca, la fine della fascinazione collettiva per il presidente dello “Yes We Can”. Un declino che è stato contraddetto solo apparentemente dalla pur netta vittoria contro Mitt Romney e dall’ottenimento del secondo mandato.

Il dato di fatto è che le grandiose speranze suscitate nel 2008 si sono trasformate ben presto in un boomerang. La loro parziale, parzialissima realizzazione è riuscita allo stesso tempo a scontentare chi confidava in misure molto più incisive, ad esempio nella riforma dei mercati finanziari, e ad accentuare la contrarietà di chi invece le temeva. Il guaio delle promesse troppo vaghe, si potrebbe concludere. Piazzare la suggestione al posto dei programmi facilita l’identificazione degli elettori, che riversano i loro desideri, consci e inconsci, nell’enorme spazio vuoto creato da aspettative tanto altisonanti quanto generiche, ma spiana la strada agli equivoci. E quindi alle delusioni. L’apoteosi iniziale si ribalta in ostilità. Quasi in disprezzo. Come è tipico, d’altronde, dei grandi amori traditi.

Eppure, proprio in forza dell’assetto bipartitico che vige negli USA, il tracollo del singolo leader non porta mai a un incremento di consapevolezza riguardo ai meccanismi che avevano consentito la sua ascesa personale, e di converso l’abbaglio collettivo dei suoi sostenitori/tifosi. Il disinganno resta sempre confinato nei limiti dell’episodio specifico. La frustrazione si esaurisce nella ripulsa della star che non si è rivelata all’altezza (altezza?) della passione dei fan. Nessun esame di coscienza. Nessuna assunzione di responsabilità. Nessuno sforzo di capire, una volta per tutte, che il problema, il trucco, il trabocchetto fatale, non risiede affatto negli attori di turno ma nella fiction alla quale essi partecipano. Gli attori sono solo quello che appare. Quello che viene mostrato. Quello che deve richiamare l’attenzione e, dunque, distrarre da tutto il resto.

Come recita il proverbio, morto un papa se ne fa un altro. Morto, o moribondo, Obama, si inizia a pensare a chi lo dovrà sostituire. Sul versante repubblicano il ventaglio dei possibili candidati è ancora troppo ampio. Su quello democratico c’è già pronta Hillary Clinton, impaziente di seminare/amplificare/sfruttare l’illusione di una seconda novità epocale: dopo il “primo presidente afroamericano”, ecco a voi “la prima donna alla Casa Bianca”. In effetti era il copione predisposto per il 2008, ma poi era spuntato l’outsider Barack e i produttori dello show avevano cambiato obiettivo.

No problem. È la collaudatissima lezione di Hollywood, che annusa il vento e in un modo o nell’altro riesce ad andare all’incasso. È il bello del bipartitismo, dicono: ti piace Tizio e lo mandi al governo, e se poi non ti piace come ha governato lo “punisci” e voti Caio. E così via. E così via. Elezione dopo elezione. Praticamente per l’eternità.

Il voto come il televoto. Gli elettori come gli spettatori tv. Convinti di decidere tutto, possono solo vagare all’interno dei palinsesti decisi da altri. Pesciolini nell’acquario. Mosche nel bicchiere. Poveri sciocchi, ma non per questo incolpevoli.

Federico Zamboni

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