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MPS: un Monte di debiti

“Se vedete un banchiere buttarsi dalla finestra, buttatevi pure voi: ci sarà certamente da guadagnare qualcosa”. Come tutte le frasi celebri, anche questa è di incerta attribuzione. Chi l'ha scritta? Chi l'ha pronunciata? Un banchiere prima del suo suicidio? O un cittadino ridotto in lastrico dalle speculazioni dei banchieri? La paternità importa poco. Importa semmai prendere ancora una volta atto, vedi la vicenda del Monte dei Paschi di Siena, che il mestiere di banchiere è fruttifero di guadagni per chi lo esercita anche se, a volte, i suoi eccessi possono comportare la galera o il pagamento di multe salatissime. 

Una eventualità piuttosto rara anche perché sono generalmente i banchieri a scrivere e a suggerire le leggi e i loro terminali nei Parlamenti ad approvarle. Il Monte dei Paschi di Siena è finito nei guai a seguito dell'acquisto dell'AntonVeneta. Una operazione che è stata compiuta valutando molto oltre il suo valore la Banca acquistata dal Banco di Santander. Molto oltre è in realtà un eufemismo perché l'acquisto ha messo letteralmente in mutande le casse della storica Banca senese. Una vicenda per la quale si è parlato anche del pagamento di tangenti che si sarebbe avuto, il condizionale è d'obbligo, in uno dei tanti paradisi fiscali nei quali coloro che possono fanno transitare i propri soldi. La realtà vera, palpabile, è che la terza Banca del Paese (dopo l'Unicredit ed Intesa-SanPaolo) si ritrova ancora una volta nell'occhio del ciclone dopo che gli stress test della Banca Centrale Europea hanno stabilito che il patrimonio è insufficiente per 2,1 miliardi di euro e che ci sarà bisogno di un aumento di capitale di circa 2,5 miliardi. 

Una richiesta alla quale i vertici dell'istituto che hanno sostituito quelli travolti dalla vicenda AntonVeneta, hanno assicurato che ottempereranno. Una svolta incredibile perché negli ultimi anni il Monte dei Paschi ha incamerato una barca di miliardi, dalle più diverse fonti. Dai Tremonti Bonds (4 miliardi) ai prestiti triennali della Bce (al tasso di interesse dell'1% annuo, il che vuol dire soldi regalati), fino all'ultimo aumento di capitale, deciso nel giugno scorso, per 5 miliardi di euro che verrà diluito in un paio d'anni. 

Adesso l'ultima mazzata della necessità di trovare altri 2,5 miliardi che sicuramente non sono pochi, mentre si sono fatti avanti gruppi finanziari esteri, i soliti cinesi che, gonfi di liquidità come sono, si sono detti disposti a sottoscrivere un aumento di capitale per 10 miliardi di euro. Una cifra che solo a dirla mette i brividi e che certifica, ancora una volta, l'amara realtà di un Paese, l'Italia, che si è trasformato in terra di conquista senza che la politica, di destra e di sinistra, abbia fatto nulla per impedire questa deriva. 

Al di là delle responsabilità penali legate al caso AntonVeneta che ha spinto il Monte dei Paschi nell'abisso, e che hanno avuto una prima risposta in tribunale, c'è da segnalare semmai l'assenza di fatto della Banca d'Italia prima e della Bce poi che non sono intervenute subito per mettere gli ex vertici della Banca senese con le spalle al muro e di fronte alle proprie responsabilità. Per non parlare di quella della politica italiana che si è limitata a prestare soldi senza preoccuparsi troppo di verificare come quei soldi sarebbero stati utilizzati. Politici che sapevano insomma benissimo che tale liquidità sarebbe andata a rafforzare il patrimonio della Banca comprando titoli di Stato ma sicuramente non per fare credito alle imprese e ai cittadini. 

La vicenda del Monte dei Paschi è in ogni caso esemplare per comprendere lo sfascio del cosiddetto Sistema Italia che della Germania, in ambito bancario, è stata capace soltanto di trarre il peggio. E cioè quel modello tedesco in base al quale le Banche possono mischiare tranquillamente la raccolta a breve termine (i soldi dei correntisti) e quella a lungo (i soldi delle obbligazioni sottoscritte) e in uscita il credito a breve e quello a lungo termine. Un modello che negli anni 30 aveva amplificato gli effetti del crollo di Wall Street del 1929 e che per questo era stato vietato dalla Legge Bancaria del 1936. Una normativa messa in naftalina a cavallo degli anni 80 e 90 con una svolta che ha offerto ai banchieri con il pedigree e con i quarti di nobiltà di fare, pure troppo, i propri comodi e i propri interessi.

Irene Sabeni

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