Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Burkina Faso. La rivoluzione fallita

Per quasi un mese in Burkina Faso riecheggiava una sola parola: rivoluzione. Da domenica scorsa i toni si sono smorzati. Un nuovo governo di transizione è stato formato senza rispecchiare le richieste del popolo burkinabé che chiedeva un “cambiamento”.

Le vecchie facce sono ai posti di comando e le forze armate ricoprono posizioni strategiche. In mano a esponenti dell’esercito, oltre alla guida dell’esecutivo stesso, sono andati in particolare i ministeri delle Miniere e dell’ Energia e i dicasteri della Difesa e degli Interni.

Il colonnello Isaac Zida, capo del governo e uomo forte di Ouagadougou, guiderà anche la Difesa. Gli Interni sono stati affidati al colonnello Auguste Denise Barry. Il presidente ad interim, l’ex diplomatico Michel Kafando, sarà anche ministro degli Esteri. Carica già ricoperta durante il governo di Compaoré. Kafando è stato infatti per oltre dieci anni al fianco dell’ex capo di Stato. Questi uomini, in base ad un accordo sottoscritto da rappresentanti dell’esercito, dei partiti e della società civile, dovranno organizzare elezioni libere e democratiche entro novembre 2015. 

La sommossa popolare appare dunque addomesticata.  Gli Stati Uniti e  la Francia, che non possono permettersi di perdere un alleato strategico come il Burkina Faso, si sono subito mobilitati. 

La Banca Centrale francese detiene la totalità delle riserve in valuta pregiata della Burkina Faso, rendendo estremamente facile il ricatto finanziario. Gli Stati Uniti hanno in Burkina Faso un’importante base militare che consente l’appoggio alle operazioni in tutta l’Africa occidentale.  In particolare, dal 2007, da Ouagadougou partono gli aerei spia che sorvolano la Mauritania, il Mali e l’intera regione del Sahel.

Tuttavia, non è detta l’ultima parola. Chi è sceso in piazza lo scorso 30 ottobre, costringendo l’ex presidente Blaise Compaoré, al potere da 27 anni, a dimettersi, è spinto da una rabbia che ha tenuto con il fiato sospeso Washington e Parigi, memori di un’altra rivolta, quella condotta da Thomas Sankara.

Il timore di una “rivoluzione sankarista” ha indotto la Francia a intervenire e a mandare un elicottero, decollato dalla loro base militare a Ouagadougou, per  prelevare Compaoré, la moglie e pochi fedelissimi e li ha portati a Yamoussoukro, in Costa d’Avorio. Da qualche giorno, in Marocco.

In un primo momento si è dunque pensato che anche questa volta ci fosse lo zampino dell’Eliseo. In Africa si dice che “non si muove foglia che la Francia non voglia”. Tuttavia, Parigi c’entra poco. È infatti intervenuta a cose fatte. 

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l’annuncio di Compaoré di modificare l’articolo 37 della Costituzione per potersi ricandidare alle elezioni presidenziali. 

Di fronte all’ennesimo abuso, i giovani burkinabé, sostenuti dai gruppi dell’opposizione e della società civile, si sono catapultati in massa per le strade della capitale, mobilitando grazie anche alle radio rurali migliaia di persone. La “Piazza della Nazione”, dove ha avuto luogo la protesta, è stata rinominata “Piazza della rivoluzione”. 

A differenza di tante rivolte, qui non c’è un vero leader.  «Abbiamo avuto un comandante invisibile di nome Thomas Sankara», ha spiegato all’agenzia di stampa Afp, Souleymane “Soul” Ouedraogo, cantante rap di spicco e uno dei leader del Balai Citoyen, un movimento civile che è stato protagonista della sommossa. Quando i manifestanti hanno sfondato i posti di blocco della polizia, che impedivano l’accesso all’Assemblea nazionale, hanno cantato “Patria o morte, vinceremo”. La frase che era solito pronunciare il Che Guevara africano, come è stato ribattezzato Sankara. 

«I giovani del Burkina Faso hanno riabilitato la figura di Thomas Sankara», ha affermato la vedova, Mariam Sankara, che in una lettera ringrazia i giovani, le donne, la società civile, l’opposizione «e la gran parte dell’esercito repubblicano rispettosa del volere del popolo».

Nonostante in Burkina Faso il 72% della popolazione sia sotto i 30 anni e non abbiano vissuto gli anni della rivoluzione sankarista, i giovani reclamano la sua eredità. Ne hanno sentito parlare dai genitori. Si sono documentati su internet e hanno abbracciato i suoi ideali di libertà. 

L’ex presidente Compaoré, dice ancora Souleymane “Soul” Ouedraogo, tra l’altro celebre cantante rap, «ha cercato di cancellare la memoria collettiva nei confronti di Thomas Sankara». Non c’è un monumento o una statua dedicata alla sua figura. «Ma Thomas Sankara non è mai veramente morto. Le sue idee sono rimaste e hanno alimentano il nostro rifiuto verso Compaoré e il suo regime». 

La storia dell’ex presidente burkinabé è infatti ancora una leggenda in Africa. In soli quattro anni di potere, riuscì a risollevare le sorti dell’Alto Volta, l’ex colonia francese, cui cambiò subito nome, chiamandolo Burkina Faso, il Paese degli uomini integri. Le sue grandi battaglie -  il problema del debito dell’Africa, la lotta contro la corruzione e l’armamento, la promozione della donna, i problemi del mondo rurale, l’educazione – conquistò l’Africa intera. I giovani cominciarono a chiedere ai propri governanti di seguire l’esempio di Sankara. Fu allora che il complotto prese forma e coinvolse chi, in Burkina Faso, in Africa e in Europa, non poteva tollerare la sua indisciplina.

Sankara rappresentava una minaccia. In occasione della Assemblea dell’Organizzazione dell’Unità Africana, il 29 luglio 1987 ad Addis-Abeba, in Etiopia, osò invitare i Paesi africani a non pagare il debito estero in quanto «estranei alla creazione di questo debito e dunque non dobbiamo pagarlo. (...)sono i colonizzatori che indebitavano l’Africa (….)con i finanziatori internazionali che erano i loro fratelli e cugini». Tanto più che «il debito nella sua forma attuale è una riconquista coloniale organizzata con perizia. (…)Se noi non paghiamo, i prestatori di capitali non moriranno, ne siamo sicuri; se invece paghiamo, saremo noi a morire, possiamo esserne altrettanto certi». Alla fine fu lui a morire. Nonostante il caso sia stato insabbiato, è risaputo che Sankara il 15 ottobre 1987 è stato assassinato durante un golpe orchestrato da Compaoré con l’appoggio della Francia, degli Stati Uniti e di alcuni presidenti africani, tra cui quello della Costa d’Avorio e della Libia. Ci sono più versioni dell’uccisione di Sankara. Quella ufficiale è che alcuni soldati burkinabé entrarono nella sala riunione del Consiglio Nazionale della Rivoluzione e aprirono il fuoco contro i presenti, tra cui Sankara. Quella ufficiosa è che sarebbe stato lo stesso Compaoré a sparare contro l’amico. Nel 2008, davanti alla Commissione Verità e Riconciliazione della Liberia, il criminale Prince Johnson, che insieme a Charles Taylor rovesciarono il regime di Samuel Doe, dichiarò: «La sola possibilità per la nostra formazione di restare in Burkina e poi andare in Libia era di accettare la richiesta di Blaise, cioè quella di sbarazzarci di Thomas Sankara che era contrario alla nostra presenza in Burkina». 

Girano altre leggende sulla sua morte, ma tutte portano all’ex capo di Stato burkinabé, che per 27 anni è stato un cane fedele degli Usa e della Francia, coloro che lo hanno messo al potere. Lo hanno sempre protetto fino a un mese fa, quando, messi alle strette, lo hanno scaricato perché “indifendibile” davanti all’opinione pubblica. Allo stesso tempo, sono corsi ai ripari. La Casa Bianca ha fatto pressioni affinché il capo di Stato maggiore dell’esercito, Honore Traoré, che aveva preso le redini del governo a poche ore dalla fuga di Compaoré, lasciasse il posto al colonnello Isaac Yacouba Zida. Nel 2012,  Zida ha seguito un corso antiterrorismo di 12 giorni nella MacDill Air Force Base in Florida. Nello stesso anno, come citato dal Washington Post, lo stesso colonnello, ha frequentato altri corsi e tutti a spese degli Stati Uniti. In Florida, insieme a Zida, c’era il noto capitano Amadou Sanogo, noto alla cronaca internazionale per il colpo di Stato messo a segno in Mali nel 2012.

Messo il loro uomo al potere, gli Usa hanno avuto gioco facile per manovrare la formazione del nuovo governo di transizione. 

Tuttavia i giovani burkinabé, la cui tenacia ha impedito che i militari fossero gli unici interlocutori, rappresentano ancora una patata bollente per gli Stati uniti. 

La rivolta burkinabè potrebbe incendiare l’intero continente africano. Proteste di piazza ci sono state in Benin e nella Repubblica Democratica del Congo, dove i manifestanti hanno citato il “vento burkinabé”. Sia a Cotonou che a Kishasa, si teme che i rispettivi presidenti, Thomas Yani Boni e Joeseph Kabila, stiano tentando di modificare la Costituzione per ricandidarsi a un terzo mandato.  

Anche in Gabon, si respira voglia di cambiamento. Qui la famiglia Bongo sono al potere da oltre 50 anni. In Ciad, il popolo chiede le dimissioni del Presidente Idriss Deby Itno, che nel 2005 ha modificato la Costituzione per potersi candidare fin quando lo vorrà.

Di questi, non ce n’è uno solo che non possa contare sul beneplacito della comunità internazionale. 

Francesca Dessì

I nostri Editori

Un Presidente per Renzi: per ora solo chiacchiere

M5S nella tempesta. Perché la confusione genera infezione