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Un Presidente per Renzi: per ora solo chiacchiere

Le imminenti e annunciate dimissioni di Napolitano hanno aperto di fatto la corsa al Quirinale. A caratterizzarla il solito copione dei tempi andati. Candidature annunciate (così è stata intesa quella di Amato lanciata da Berlusconi) giusto per silurarle. Ed altre silurate in partenza (Marini, Prodi e D'Alema) da parte di Renzi tanto per ribadire che i tempi sono cambiati e che il candidato espresso dalla maggioranza (o meglio da lui) riuscirà ad entrare trionfalmente sul Colle. 

In realtà, le premesse per colpi di mano nel segreto dell'urna ci sono tutte. Buona parte dei parlamentari del PD, la sinistra interna ex comunista e catto-comunista (ma questi termini hanno ancora un significato?), non vede infatti l'ora di sfruttare l'occasione per bocciare il candidato di Renzi e innescare la caduta di un governo che vuole portare alle sue estreme conseguenze le motivazioni che stanno alla base della nascita del cosiddetto partito dei “progressisti”, altro termine che non significa nulla. Un partito nato espressamente, su impulso della finanza anglofona, per contribuire all'avvento di un sistema bipartitico con due schieramenti liberisti puri e duri, moderato e appunto progressista, che si alternano al potere non mettendo minimamente in discussione l'egemonia e gli interessi del sistema finanziario e industriale, internazionale ed italiano che sia. Tanto è vero che, al di là dei nomi più legati al mondo politico, quello che manda in brodo di giuggiole molti degli esponenti del PD è proprio il nome di Mario Draghi. E questo la dice lunga sulla demenza e sulla pseudo identità di “sinistra” dei  piddini che evidentemente non mettono nel conto sia chi è Draghi, con tutti i suoi legami internazionali, sia l'immagine, pessima, di cui è accreditato presso l'opinione pubblica. 

Lasciamo pure perdere il passato di Draghi come ex vicepresidente europeo di Goldman Sachs, una Banca che, anche recentemente, ha speculato contro i titoli pubblici italiani. Ma Draghi, dall'opinione pubblica italiana, è visto come uno dei corresponsabili della recessione in corso, per aver regalato soldi alle Banche e averli negati, di fatto alle imprese e alle famiglie. E se un Presidente della Repubblica deve impersonare l'unità nazionale, non si mette in conto che un presidente del genere (se mai dovessimo avere la disgrazia di vederlo al Quirinale) rischierebbe di essere accolto (giustamente) a sassate ogni volta che mettesse il naso fuori dal Colle per incontrare i cittadini. E poi, diciamocela tutta, non si può certamente eleggere Draghi soltanto per fare un piacere a La Repubblica e a l'Espresso che ne cantano le lodi ad ogni piè sospinto. 

Lo stesso vale per Giuliano Amato, l'ex Dottor Sottile di Craxi, che non ha lasciato un grande ricordo dietro di sé, considerato che il suo nome è legato al prelievo forzoso del 6 per mille sui conti correnti bancari nel 1992. 

Teniamo conto poi che la Commissione europea, vista la mala parata dei conti pubblici, potrebbe imporci una misura analoga che, questa volta, sarebbe però di entità molto maggiore. Qualcuno ha parlato anche di un 3%. Una patrimoniale che, quando stava all'Ocse, Padoan non mancava mai di suggerire ai governi italiani di Monti e Letta. Un provvedimento che Amato, da presidente, si troverebbe a controfirmare. 

A quel punto i sassi potrebbero essere sostituiti da qualcosa di più contundente. Non si capisce quindi perché Berlusconi abbia lanciato una simile candidatura, che peraltro ha diversi fautori nel PD, per poi vedersela affossare. A meno che, in nome di un comune passato craxiano, l'ex Cavaliere non speri di ottenere la grazia per i suoi molti incidenti giudiziari. Una possibilità che scatenerebbe la piazza della sinistra pura e dura e che per essere attuata dovrebbe avere il supporto della controfirma del ministro della Giustizia. Una eventualità piuttosto remota. 

Quanto agli altri nomi, Romano Prodi (ex consulente di Goldman Sachs!) non ha molte possibilità. Non candideremo chi è stato già trombato nella corsa al Colle, ha messo le mani avanti Renzi. Appunto Prodi, silurato dagli stessi grandi elettori del PD che poi scelsero Napolitano. E pure Franco Marini, già fregato da Ciampi nel 1999. 

Insomma Renzi, tanto per confermare l'immagine di rottamatore che si è voluto dare (“largo ai giovani”), ha voluto stoppare le velletità quirinalizie di D'Alema, ricordandogli che, da presidente del Consiglio nel 1998, avallò la scalata di Colaninno alla Telecom. Quella che riempì di debiti la società ex pubblica, ne avviò il conseguente ed inevitabile declino e comportò la progressiva colonizzazione della nostra telefonia da parte di gruppi stranieri. 

A Renzi serve in ogni caso una personalità a lui vicina. Una figura anche istituzionale, tipo il presidente del Senato, Pietro Grasso, che però si riveli “amico”, in quanto faccia da sponda ai suoi disegni e si limiti a firmare i suoi provvedimenti. 

È difficile quindi che possa cedere al politicamente corretto e che si orienti su una donna visto che quelle spendibili del PD, tipo Anna Finocchiaro, provengono dal mondo del Pci-Pds-Ds.

Irene Sabeni

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