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La CIA torturò. Ma è acqua passata

Il tipico cocktail USA: due parti quasi uguali di brutalità e di arroganza, con l’aggiunta (tardiva) di un’abbondante spruzzata di ipocrisia. E con una guarnizione di chiacchiere, o di lacrime di coccodrillo.

La ricetta è costante. Cambiano invece, ma nemmeno poi tanto, le modalità con cui viene servita la bevanda. O la pozione. O l’intruglio. In questo caso, che del resto era stra-annunciato, la messinscena è di quelle particolarmente pompose: prima una ponderosissima inchiesta del Senato, che si estende per oltre seimila pagine ma che nella sintesi pubblicata on-line si riduce a una lunghezza pari a meno di un decimo, e poi il fervorino del presidente Obama in persona. Il quale non esita, con la sua abituale e serafica impudenza, a dichiarare che «I duri metodi utilizzati dalla Cia sono contrari e incompatibili con i valori del nostro Paese».

Così «contrari e incompatibili», tuttavia, che a Washington se la sono presa molto comoda, prima di scodellare questa pseudo reprimenda. Come si dice, tutto fumo e niente arrosto. Le stigmatizzazioni si sprecano, ma sono invariabilmente coniugate al passato. Nei venti “punti chiave” si afferma testualmente che «il programma si è concluso nel 2006», lasciando intendere che da lì in poi ci si è emendati. E quindi redenti. Detto in altre parole, siamo già all’archiviazione. Da un lato la chiusura del riepilogo è assai dolente, lamentando che gli abusi hanno «danneggiato la reputazione internazionale degli Stati Uniti, con alti costi, monetari e non monetari», ma dall’altro il Dipartimento di Stato si è affrettato a precisare che non vi sarà nessun processo a carico dei responsabili.

Quello che per anni e anni è stato un segreto di Pulcinella, a cominciare dalle terribili e sistematiche violenze di Guantanamo, viene allo stesso tempo riconosciuto ufficialmente e ufficialmente rimosso. Paradossalmente, ma secondo una prassi che ricorre talmente spesso da equivalere a uno schema deliberato, e dunque cinico, l’atto d’accusa coincide col perdono. La stessa mano che punta il dito si leva subito dopo, con la mirabile fluidità di un prestigiatore (ovvero di un illusionista), in un gesto di accettazione. Un po’ addolorata, un po’ magnanima. Alcuni dei “ragazzi” hanno certamente sbagliato, però non c’è ragione di infierire: avranno capito loro e avrà capito, soprattutto, la sana moltitudine dei compatrioti. I bravi cittadini USA. I sempiterni campioni della democrazia e dei diritti umani.

L’ipocrisia diventa automatismo, e degenera in farsa. Lo schema è così risaputo che fa quasi passare la voglia di parlarne. Ma quella stessa voglia ritorna in fretta – deve ritornare in fretta – nella consapevolezza che la macchina propagandistica dell’establishment non si ferma mai. E allora, sia pure nell’immane disparità di mezzi e di possibilità di incidere sulla pubblica opinione, che ormai sarebbe doveroso definire invece “pubblica omologazione”, ci si prova un’ennesima volta: si rilanciano le notizie su un singolo aspetto del Big Game statunitense, sperando che molte più persone ne comprendano il senso complessivo. La persistenza. L’arbitrio incessante e su scala planetaria.

Federico Zamboni

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