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Paura greca (secondo estratto)

Per salvare la Grecia nel momento in cui fu chiaro, anni addietro, che si trattava del primo caso conclamato del fallimento della costruzione dell’Unione Europea basata sull’adesione incondizionata all’Euro di Paesi che non ne avrebbero mai potuto beneficiarne, sarebbero bastati circa 80 miliardi.

Al momento attuale, alcune stime in merito al denaro speso in quella situazione arrivano invece a circa 250 miliardi. Con i dati relativi alla buona riuscita della operazione che sono piuttosto eloquenti: 27% di disoccupazione rilevata, il 50% di quella giovanile e un debito pubblico che viaggia tuttora attorno al 180% sul Pil. Per non parlare di uno Stato che dal punto di vista sociale è stato annientato.

Dunque, ribadiamo: 80 miliardi per salvare il tutto a fronte di oltre 250 spesi per arrivare a risultati disastrosi.

Se non rammentiamo questo punto tutti i discorsi che si potrebbero fare per aggiornare la situazione greca sarebbero inutili. Adesso Atene è tornata sotto i riflettori delle cronache per via dello “spavento” (questo il termine più utilizzato), che le Borse stanno registrando con sonori cali, relativo alla possibilità che la sinistra radicale, cioè Syriza, possa vincere le elezioni anticipate. Evento che, anche al solo pensare di un suo possibile verificarsi, ha letteralmente mandato in tilt i mercati con dei roboanti cali. 

Il rischio registrato dai listini sarebbe quello seguente al fatto che, ove vincesse Syriza, il suo leader, Alexis Tsipras, potrebbe mettere i creditori internazionali di fronte a una scelta definitiva: o ridurre il peso del debito attuale della Grecia oppure il suo abbandono dell’Euro. Cioè esattamente ciò che sarebbe dovuto avvenire tempo addietro se non fosse intervenuta, dal punto di vista politico, la tecnocrazia europea togliendo di mezzo Papandreou e issando al governo di Atene quel Papademos che ha poi eseguito gli ordini provenienti dalla troika. Da allora a oggi le cose, dal punto di vista economico, sono peggiorate, e Syriza ha vinto le elezioni europee di maggio. E si prepara a vincere le prossime Politiche interne. Da qui, dicevamo, la paura dei creditori. Questa la cronaca recente.

Secondo dato da tenere a mente prima di passare a sede di commento: il Pil europeo cui contribuisce la Grecia è pari ad appena il 2% del totale. Dunque come è possibile che un Paese dall’incidenza praticamente ridicola, a livello europeo, possa far temere tanto i mercati?

La risposta è piuttosto semplice, e per coglierla si deve tornare al vizio d’origine che abbiamo rammentato all’inizio: gli 80 miliardi che sarebbero bastati per salvare il tutto sei anni addietro a fronte degli oltre 250 spesi per non risolvere affatto la situazione.

Il problema non è la Grecia in sé. Il problema risiede nel fatto che una Grecia fuori dall’Euro non concorrerebbe più al vero e monumentale salvataggio degli istituti di credito iniziato con la crisi del 2008 e tuttora in azione. E rappresenterebbe un precedente importante.

Per capire questo punto dobbiamo tornare, anche solo per un momento, ai numeri. Che saranno noiosi, sì, ma hanno il pregio di chiarire la situazione senza possibilità di errore. Solo tra il 2008 e il 2010, per salvare le Banche sull’orlo del fallimento in seguito alle loro politiche sciagurate di sciacallaggio finanziario, sono stati spesi 4285 miliardi. Rammentiamo: ne sarebbero bastati solo 80 per salvare lo Stato greco.

Di questi oltre quattromila miliardi concessi alle Banche, la maggior parte è andata a tappare le falle delle Banche del Regno Unito e della Germania (già, della Germania…). Solo per salvare la Royal Bank of Scotland, un solo istituto, il Regno Unito ha speso esattamente il doppio di quanto fu negato a suo tempo alla Grecia.

E allora, ad Atene è stato imposto di rimanere nell’Euro per una unica motivazione: utilizzare i fondi che le sono stati concessi a fronte di due condizioni che ne hanno decretato la fine che sta vivendo. Queste condizioni sono le seguenti: operare tagli a più non posso dal punto di vista sociale e utilizzare i denari ricevuti per girarli agli istituti di credito fortemente esposti nei confronti della Grecia. Ovvero quegli istituti del “Nord” che sino ad allora, e dunque ancora oggi, hanno speculato e speculano sulla situazione. Con il paracadute, però, della troika, sempre pronta a intervenire in loro soccorso addossando il rischio, e i conti da pagare, sulla popolazione. Questa, attraverso l’austerità imposta e gli interessi accollati sulle sue spalle, deve subire in prima persona tutte le vessazioni necessarie per far quadrare i conti dei bilanci delle Banche che a suo tempo si sono avventate su di essa.

È, in estrema sintesi, il gioco di prestigio che ha trasformato di fatto il fondo salva Stati nel fondo salva Banche (qui, a suo tempo, scrivemmo della cosa, ed era il 2011).

È chiaro, ovviamente, che anche solo far balenare di nuovo la possibilità che la Grecia si sottragga a questa macelleria e che voglia mettere fine allo sciacallaggio faccia drizzare i capelli in testa a chi dalla spremitura greca ha ancora tutto da guadagnare.

Ciò che si paventa potrebbe porre sul tavolo Syriza dopo aver eventualmente vinto le elezioni, è esattamente ciò che andava fatto a suo tempo. Allora i greci votarono ancora per il governo europeista. Non erano dunque pronti a capire e a credere che quella era la linea sbagliata. Oggi, viceversa, dopo aver provato sulla propria pelle ciò che quella politica ha comportato e ciò che quella politica non ha affatto risolto, magari le scelte potrebbero essere differenti.

Di qui la “paura” dei mercati. Di qui il fuoco incrociato di dissuasione, che sarà operato in ogni ordine e grado, per sventare una tale possibilità. E di qui, molto teoricamente, tutte le informazioni che dovrebbero scaturire per gli altri popoli europei che stanno vivendo, o che vivranno presto, una situazione alla greca.

Il precedente di Atene continua a essere fondamentale. Forse i greci si sono finalmente accorti della strada da seguire, o almeno di quella da non continuare a seguire. Quanto tempo ci vorrà per gli altri?

Valerio Lo Monaco 

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