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Fassina & C. sbraitano. Ma restano lì

Coincidenza è dire troppo, ma il parallelo è interessante: negli USA il Senato concede al governo federale i fondi necessari a continuare a operare in deficit, così da proseguire l’attività fino a settembre 2015, e l’approvazione del provvedimento arriva con un voto bipartisan che associa – o mescola – Democratici e Repubblicani; qui in Italia l’assemblea Pd si svolge all’insegna dell’ennesima baruffa scatenata dalla minoranza che contesta Renzi, accusandolo sia per le sue politiche economiche che per l’arroganza con cui le persegue, ma alla fine le tensioni non portano a nessuna rottura definitiva e l’eventuale scissione non è neanche ventilata dai dissidenti.

Detto alla statunitense, “Follow the money”. Segui il denaro. Dove il denaro, però, va interpretato in modo estensivo ed equivale agli interessi materiali. Ossia, in ambito politico, ai vantaggi del potere e della sua spartizione. Oltreoceano abbiamo la convergenza dei due soli partiti che si dividono i seggi del parlamento nazionale e che si ritrovano puntualmente uniti nel tenere in piedi il sistema, come è già avvenuto in più occasioni quando si è trattato di aumentare le soglie di indebitamento e dribblare (oplà) l’incombente default, che sarebbe stato inevitabile in forza delle norme che gli stessi USA si erano dati; nel caso del Pd – questo partito/sigla che in continuità con le sue versioni precedenti è imperniato su un preciso calcolo elettorale, nell’ansia di introdurre anche da noi un assetto bipartitico, e quindi resta fatalmente tarato da quel vizio d’origine, con cui si pretendeva di fondere delle istanze di per sé incompatibili in una nuova identità armoniosa e condivisa – i contrasti sbandierati a gran voce dai vari Fassina e Civati si arenano non appena si profila il momento di tirare le somme.

Di Renzi non piace nulla, ma di piantarlo in asso non se ne parla. A parole (a chiacchiere) si mostra verso di lui e le sue riforme in chiave neoliberista un’insofferenza così accesa da far pensare a una incompatibilità assoluta e irrimediabile; all’atto pratico si ritorna nei ranghi e, con il comodo alibi dell’unità interna o della stabilità di governo, gli si permette di restare al suo posto e di proseguire imperterrito sulla strada intrapresa.

I dissidi, dunque, si riducono a dissapori. Le contrapposizioni “ideali” a dei conflitti essenzialmente individuali, o di cordata. Gli scontri sulle linee di governo, o addirittura sui valori che le dovrebbero ispirare, servono a mascherare la loro effettiva natura di lotte intestine: certe divergenze “di principio” hanno una loro fondatezza, in astratto, ma si innestano su rivalità molto più prosaiche. Per non dire miserabili. In apparenza si discute di grandi questioni di contenuto, ma la sostanza è quella del proprio posizionamento negli organigrammi, sia presenti che futuri. I riferimenti teorici, quali ad esempio il ruolo del sindacato e la tutela dei lavoratori, equivalgono a una sorta di campionario, con il quale affascinare/abbindolare quanti più elettori possibili in vista delle successive provvigioni, sia dirette che indirette.

Detto in sintesi, le tattiche (personali) si piegano alle strategie (dell’establishment). Poiché la priorità è la carriera, o quantomeno l’opportunità di rimanere in gioco, si tende comunque a trovare dei punti di compromesso con l’apparato dominante. I duelli abbondano, ma non sono mai all’ultimo sangue. E spesso neanche al primo. La scherma è piuttosto una schermaglia. E le battaglie campali evocate di tanto in tanto, all’occorrenza con il supporto dimostrativo di manifestazioni più o meno di massa, restano degli spauracchi che rientrano nel linguaggio in codice tra le opposte fazioni.

Le sorti della popolazione rimangono sullo sfondo. In Italia come negli USA, e in chissà quanti altri teatri delle sedicenti democrazie occidentali, per i politici di professione l’obiettivo irrinunciabile è rimanere a bordo della nave ammiraglia, quale che sia la rotta decisa da chi ha il potere di stabilirla.

Per gli ancora troppo pochi che hanno gli occhi bene aperti è lapalissiano. Per tutti gli altri, purtroppo, non lo è affatto.

Federico Zamboni

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