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Ego a mille, rivoluzione a puttane

Brutta bestia, la frustrazione. Specialmente quando scaturisce da un bisogno smodato di affermazione personale e supera i confini della vicenda di un singolo individuo. Quando si proietta su tematiche collettive che di per sé sarebbero giuste, o persino sacrosante, e nel dilagare di questa smania nevrotica finisce con lo strumentalizzarle-contaminarle-snaturarle.

È il caso di Paolo Barnard. E non soltanto il suo. Prendiamo lui come esempio, però: prendiamo quest’ultima bizzarria che lo ha indotto a pubblicare sul suo blog una propria foto “a cazzo dritto”, sotto il titolo «Ok donne, mi metto a nudo per come sono», per poi rivendicare la trovata nel post successivo con un improbabile «Spiego la mia erezione online. Si chiama lotta estrema». La tesi è la seguente: «di fronte a questa tragedia mondiale ormai imbattibile, cioè appunto la ‘NUOVA RESTAURAZIONE’ del Vero Potere, l’unica cosa che rimane da fare ai ‘partigiani’ dalla ribellione è spaccare i muri della ‘Restaurazione’ con il potere dell’estremismo oltraggioso, infatti esso fu considerato dalla Commissione Trilaterale nel 1975 come il nemico numero 1 della ‘Restaurazione’». Maiuscole e grassetto sono nell’originale, se ci fosse bisogno di precisarlo.

Sarebbe facile ironizzare, ma non lo faremo. Neanche un po’. Nemmeno di sfuggita. Non lo faremo perché lo scopo non è dileggiare una specifica persona, che in questo caso è Paolo Barnard ma che potrebbe essere chiunque altro, e perché se cedessimo alla tentazione del sarcasmo sprofonderemmo nel medesimo errore. Che è quello di credere che nel mondo odierno ci sia ancora spazio per ribellioni meramente vitalistiche e per slogan ultra semplificati, e ultra ottimistici, come «[La fantasia distruggerà il potere e] una risata vi seppellirà».

L’illusione, in effetti, era già infondata in passato – sia al tempo in cui la frase venne partorita in ambiente anarchico nell’Ottocento, sia quando venne ripresa qui in Italia dal Movimento del ’77 – e gli avvenimenti storici sono lì a dimostrarlo: la fantasia non ha distrutto un fico secco, trasformandosi invece in un enorme patrimonio di immaginario pseudo alternativo da mercificare. E da rivendere ai “rivoluzionari” perennemente a caccia di gratificazioni, quand’anche sotto forma di surrogati ormai inoffensivi quali il rock, ridotto a show dall’industria discografica, e il mito di Che Guevara, ridotto a gadget da ogni sorta di avvoltoi e di manipolatori. Così, alla resa dei conti, chi ha avuto motivo di ridere, o piuttosto di sogghignare, sono state proprio le oligarchie che ci dominano. E che sono sempre contentissime di essere sottovalutate, nella loro lucidità strategica e nella loro complessità organizzativa, da chi urla ai quattro venti di volerle rovesciare.

Davvero un gran vantaggio, trovarsi di fronte a degli oppositori che la fanno così facile. E che perciò non capiscono, tra l’altro, l’abissale differenza che passa tra la voglia di rivoluzione e l’immane lavoro necessario a portarla a termine, o anche solo a portarla avanti. La prima è nulla di più che una fase embrionale, con il fortissimo rischio di fermarsi allo stadio di un bel sogno campato per aria. Il secondo è il terreno del rigore, rivolto innanzitutto a sé stessi e alla valutazione obiettiva, o persino impietosa, delle mosse che si pensa di fare. Il terreno della massima responsabilità, per cui non si deve mai dimenticare che le proprie iniziative andranno a riverberarsi sulla generalità di coloro che si richiamano, in tutto o in parte, agli stessi ideali.

La partita che si gioca oggi è innanzitutto quella della credibilità. Una partita che già è quasi impossibile da vincere, visto che viene incessantemente truccata dai media mainstream e dalle loro inesauribili contraffazioni, ma che perlomeno non va ulteriormente sbilanciata a suon di autogol. Beninteso: la credibilità di cui parliamo noi non ha niente a che vedere con la moderazione. Non stiamo affatto dicendo che bisogna accreditarsi agli occhi del sistema e sottostare, perciò, alle logiche del Pensiero Unico e dei suoi dibattiti a scartamento ridotto, che si inscrivono comunque nelle medesime premesse e che ne assecondano le stramaledette finalità. Non stiamo affatto predicando l’opportunità dei “piccoli passi” o delle “opposizioni costruttive”.

Al contrario: appunto perché le tesi antisistema sono dirompenti sul piano sostanziale, e in quanto tali possono avere un impatto propagandistico straordinario, e incendiario, si deve fare del proprio meglio per tenerle al riparo dagli screditamenti a buon mercato. Ovviamente i tentativi di ridicolizzare quelle idee e di diffamare chi le sostiene ci saranno lo stesso, e si ripeteranno innumerevoli volte da un’infinità di angolazioni, ma se non altro chi li ordisce dovrà sobbarcarsi l’intero sforzo di riuscirci.

Frustrazione fa rima con passione. Ma è solo un suo riflesso distorto. E chi si ostina a rimirarsi nell’immagine fiammeggiante che ne emerge fa un favore, imperdonabile, all’establishment, regalandogli un’altra maschera grottesca da additare al pubblico ludibrio. Magari non subito, ma appena dovesse servirgli.

Federico Zamboni

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