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Obama a Cuba: regalo di Natale col "pacco"

Un braccio di ferro lungo 55 anni. Cuba e gli Usa, i nemici storici, riannodano le relazioni. In un discorso memorabile il presidente Barack Obama ha addirittura citato l’eroe cubano José Martì. Si tratta indubbiamente di un evento di portata storica, quantomeno nella sua simbologia: nel passo indietro statunitense, nella ammissione di fatto del fallimento di un embargo criminale che lungi dal piegare il popolo cubano, lo ha trasformato nella memoria viva e tangibile della resistenza nazionale. E la citazione di Marti è il messaggio più forte. 

Certo, visto da chi è stata proferita, la frase “somos todos americanos” potrebbe essere tutt’altro che un’apertura. E non per essere ad ogni costo pessimisti, o vedere ovunque la malafede, ma gli americanos del norte sono portatori di una cultura, se così si può chiamare il way of life a stelle e strisce, che nulla ha a che vedere con la storia degli americanos di Cuba, come del resto dei paesi centro e sudamericani. Ancor di più oggi, che alla gran parte dei governi latinoamericani di centro e destra, legati a doppio filo con le ambasciate Usa, si sono sostituiti governi rivoluzionari, di sinistra, antimperialisti. Con capi di Stato socialisti in varie gradazioni di intensità, ma comunque portatori di un nuovo modo di concepire l’America Latina, e cioè come un’entità capace di porsi come un blocco compatto e emergente in un mondo sempre più multipolare. 

Lo dimostra il peso progressivamente acquistato dagli strumenti di integrazione regionali come il Mercosur, l’Unasur, l’Alba. O la nascita della Celac, l’unione – ispirata e promossa dal defunto presidente venezuelano Hugo Chávez -  di tutti i paesi del continente esclusi Usa e Canada. Todos americanos, ma alcuni più degli altri, o meglio: americanos in modo diverso. 

Perché c’è una evidente differenza tra i “portatori di democrazia” e l’ex cortile di casa. I primi americanos sono gli alfieri della religione del liberalcapitalismo mentre i secondi quella religione la hanno subita a suon di colpi di Stato e desapariciones. Lo sa di certo molto bene il presidente nordamericano, la cui prima elezione venne salutata con entusiasmo dal presidente venezuelano Chávez. Ma il capo della Rivoluzione bolivariana dovette tornare rapidamente sul proprio giudizio: non bastava il colore della pelle a cambiare quel modo di essere “americanos”. Nonostante il premio Nobel la realtà fatta di pratiche tutt’altro che pacifiche, ha finito per appannare la figura del presidente Usa. L’apertura a Cuba potrebbe ora fare di Obama  - almeno mediaticamente - il Babbo Natale del 2014 che ha regalato a L’Avana la fine dell’embargo. 

A Washington si sono resi conto che Il mondo sta cambiando, che stanno cedendo gli equilibri che avevano fatto degli Usa la potenza dominante del pianeta. 

La prospettiva unipolare viene smentita ogni giorno che passa dai successi economici e politici dei Brics. Il rinnovato peso della Russia fa parlare di una nuova guerra fredda, o comunque di un conflitto a bassa tensione scatenato ai confini di Mosca per indebolirne l’influenza nell’Europa Orientale e nel Vicino Oriente. 

Ora, tirare fuori Cuba dall’orbita moscovita – per quanto non siamo più nell’era sovietica - è una mossa di una certa finezza: non si tratta di spostare carri armati, ma di archiviare il mito della Cuba ribelle alleata del comunismo e rompere uno schema quasi “mitologico” che andava avanti oggettivamente da troppo tempo. 

Obama ha, in realtà, espletato una formalità i cui effetti saranno, per ora, più mediatici che reali. L’embargo verrà tolto solo nel giro di due anni, e solo se i repubblicani, maggioranza sia alla Camera che al Senato e infarciti di anticastristi di professione, lo renderanno possibile. Obama lo sa bene, come sa che i mancati passi avanti nel miglioramento delle relazioni con Cuba potranno comodamente essere imputati al GOP. 

Tutto questo mentre la realtà fotografa rapporti non certo idilliaci col resto dell’America latina. Cuba resta un simbolo, ma oggi il cuore della contrapposizione sta in Venezuela: poche settimane fa Camera e Senato Usa hanno votato a favore dell’imposizione di sanzioni contro «persone responsabili di violazioni dei diritti umani nei confronti di manifestanti di opposizione in Venezuela, con l’obiettivo di rafforzare la società civile in Venezuela e per altri fini». Ai funzionari venezuelani potrebbe essere negato il visto e bloccati beni e conti bancari negli Usa. Starà al presidente Obama, lo stesso dell’enfasi su “somos todos americanos”, decidere se dare il benestare alle misure anti-Caracas o se sospenderle. 

E mentre il mondo si volta a guardare le rinnovate relazioni tra Usa e Cuba, l’Opec, l’organizzazione dei paesi produttori di petrolio, nella quale hanno un peso determinate i paesi arabi alleati degli Usa, stabilisce di non limitare la produzione facendo crollare il prezzo dell’oro nero e mettendo in gravissime difficoltà l’economia venezuelana, per la gran parte dipendente dall’esportazione petrolifera. 

Anche le relazioni con l’Argentina rappresentano la realtà delle relazioni statunitensi coi Paesi latinos non allineati: da anni un giudice nordamericano cerca di mettere in ginocchio Buenos Aires cercando di costringere il governo di Cristina Kirchner al pagamento di bond a tassi da usura in favore dei cosiddetti “fondi avvoltoio” statunitensi. 

I leader, passati e presenti, di questi Paesi e quelli di gran parte dell’America Latina riconoscono oggi a Cuba e alla sua rivoluzione il ruolo di custode della resistenza all’Impero. In 55 anni di embargo questa piccola isola ha provveduto a se stessa tra grandi difficoltà e con una severità imposta dal bisogno di restare saldi nel proposito di non cedere alle minacce come alle lusinghe “democratiche”. Oggi più che mai. Ora che i leader di quella rivoluzione sono inevitabilmente vicini alla fine dei loro giorni e che un eventuale vuoto di potere potrebbe trasformare un mito vivente in un paradiso per turisti “americanos”, quelli del “norte”.

Alessia Lai

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