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Quelle morti che tengono in vita i disperati dalla noia

L’ultimo imbarazzante episodio è stato quello dell’inviata Alessandra Borgia che, durante la diretta di “Pomeriggio Cinque”, ha per caso incontrato, incalzato e finalmente intervistato il cacciatore Orazio Fidone, protagonista del ritrovamento del bimbo ucciso a Santa Croce di Camerina, in provincia di Ragusa. Un fuori onda ha poi svelato che l’incontro con l’uomo, il quale si è prontamente prestato, era stato preventivamente apparecchiato.

Ci si è presto scandalizzati – quasi potesse avvenire di meglio in una trasmissione di tal fatta e con una showgirl”, la D’Urso – e di certo scandalo sarebbe, se non fosse che quanto è avvenuto rientra perfettamente nella generale condotta dei giornalisti e affini, sempre più simili a delle fosche comari con il vezzo dei lutti, l’attitudine allo sgomento e il segreto per la compiacenza. 

Ammesso che l’accusa nei confronti della madre sia vera, l’uccisione della prole è cosa terribile – ancora più contro natura di quando sono i figli ad ammazzare i genitori – ma proprio per tale aberrazione l’unica cosa da fare, dopo avere riferito lo stretto necessario, è tacere. Tacere per pudore, per commiserazione, o semplicemente perché c’è davvero ben poco da dire.

Quel che invece accade è l’esatto contrario: telegiornali e talk show, quotidiani e riviste che approfittano lautamente non del diritto di cronaca, giammai, bensì del redditizio e mai sazio diletto di fare gossip

Non si tratta d’altro, difatti, che di mero intrattenimento a suon di pettegolezzi, curiosità, malizie e supposizioni da parte dei “professionisti del mestiere” – giornalisti, conduttori, psicologi, criminologi e, non di rado, persino medium – i quali al solito si celano dietro il sempiterno amore per la verità, facendosi carico, all’occorrenza, di estenuanti ore di diretta in sostegno della sciagurata vittima. Certamente.

Così, non appena avviene un omicidio in cui l’assassino è preferibilmente un parente stretto, in cui possibilmente la vittima sia un minore, in cui sotto l’apparenza di una vita tranquilla c’è sempre del marcio da trafugare, l’invito è senz’altro dei più ghiotti. Uno schifo, l’ingordigia dei mass media. 

Ecco, allora, truppe di inviati della stampa (tutta) e delle trasmissioni più svariate pronte agli appostamenti, ai questionari da rivolgere al primo che passa e, quando non si è scoperto nulla di nuovo, a raccontare addirittura il tempo che fa sul luogo del delitto. Minuto per minuto.

Gaber, questi presunti professionisti, li apostrofava “necrofili”, ma altrettanto necrofili sono i milioni di spettatori assediati di fronte alla televisione che, sebbene inorriditi, restano tremendamente appagati, tanto che, alla notizia dei mancati abusi sessuali sul bambino di Santa Croce, sembra già di vedere scolpita sui loro volti una smarrita delusione. A consolarli almeno un po’, gli ultimi comunicati: la madre del piccolo avrebbe un amante, nonché otto telefonini tenuti segreti. È già qualcosa per tenersi su di morale.

Quelli di cui si va parlando – i necrofili attivi e quelli passivi – sono tuttavia degli emeriti estranei, cui non interessa affatto né comprendere le ragioni di un gesto folle né tanto meno sapere la verità su come siano andati effettivamente i fatti; ai primi interessa l’intrattenimento, vale a dire l’audience e il consequenziale successo, ai secondi di essere intrattenuti da un particolare tipo di riempitivo mentre si stira, si è in macchina con la radio accesa, si beve il caffè al bar, o si mangia a tavola con ben poco da dire ai rispettivi congiunti. Nient’altro.

A non essere avvezzi alla frequentazione dei suddetti circuiti mediatici, chi però non smette di stupire sono gli altri, vale a dire i protagonisti e coloro che li circondano: i familiari che hanno subito la perdita e i concittadini o, in termini di comunità peggio ancora, i compaesani.

Fino a non troppo tempo fa sarebbe stato inverosimile che un padre, a pochi giorni dalla morte del proprio figlio, rilasciasse un’intervista sul suo rapporto, bello e soleggiato, con la moglie, la presunta assassina; inverosimile la lettera, così privata, che lei gli avrebbe successivamente scritto dal carcere e resa immediatamente di dominio pubblico; inverosimile che la sorella della donna, per quanta distanza potesse esserci tra le due, confidasse ai quotidiani quanto la ritenesse spregevole; giudizio per il quale è senz’altro lei la colpevole.

Resta infine quella stretta comunità di Santa Croce Camerina – divenuta già macabra meta turistica – le cui voci, dal panettiere alla vicina di casa, dal barbiere al medico curante, non si sono mai sottratte ai microfoni dei numerosissimi cronisti. Per dire cosa poi? Che la conoscevano, che sembrava una brava madre e altre inezie del genere.

Tutti, ma proprio tutti sembrano scaldarsi e soprattutto vivificarsi sotto la luce dei riflettori, che rendono per pochi istanti quella gente comune e sconosciuta finalmente protagonista assoluta. Anche se di una morte assurda.

Fiorenza Licitra

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