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Salvini alé-alé: gli elettori tifosi

Il personaggio del momento, come si dice. In continua ascesa nei sondaggi, con un gradimento che ormai ha superato i classici confini settentrionali della Lega per espandersi invece a livello nazionale, e perciò candidato “naturale” a prendere il posto di Berlusconi. Calderoli, per quello che vale, lo dà già per certo: «Nei fatti il leader del centrodestra è Matteo Salvini. Sono convinto che se si andrà al voto il confronto sarà tra due che si chiamano Matteo: Salvini e Renzi».

Ai più attenti potrebbero bastare anche solo queste due frasi, per drizzare le orecchie. Non certo per la previsione in sé stessa, ma per i riferimenti che essa assume implicitamente. E che, quindi, si danno per scontati.

Il termine chiave è centrodestra. Il primo sottinteso è che il MoVimento 5 Stelle sia destinato a svolgere un ruolo marginale e che l’assetto generale torni a essere bipolare. Il secondo sottinteso è che in questa contrapposizione, che sarebbe molto più esatto chiamare competizione, l’aspetto saliente risieda nella sfida tra i cosiddetti leader, il cui requisito fondamentale è non tanto la capacità di elaborare idee e strategie sul futuro socioeconomico quanto l’abilità nell’affascinare vasti settori dell’elettorato. I quali, precisiamolo subito, hanno un tale bisogno di sentirsi rappresentati – e sentirsi, ovviamente, non equivale a esserlo davvero – da cedere di buon grado alle lusinghe dell’imbonitore di turno.  

Con Renzi lo abbiamo appena visto: una figura che al di là delle rivendicazioni di facciata (di cui abbiamo scritto meno di un mese fa) non ha nulla ma proprio nulla di sinistra, viene votata in massa da milioni e milioni di cittadini che hanno un background “ideologico” assai diverso e che quindi non dovrebbero affatto riconoscersi né in lui né tantomeno nei suoi programmi spiccatamente neoliberisti.

Con Salvini si profila il medesimo abbaglio: pur di vincere, ossia di avere l’illusione di aver vinto in prima persona quando al contrario l’eventuale vittoria sarà soltanto un successo altrui, andando a vantaggio di chi tira i fili del partito o della coalizione che avrà avuto la meglio, non si guarda per il sottile e ci si compatta di buon grado intorno a quello che c’è, e che sembra offrire maggiori chance di riuscita all’atto del voto. Il criterio di valutazione ne esce stravolto. Dal “più vicino” si passa al “meno lontano”. Anziché appoggiare ciò che è davvero affine ai propri convincimenti, magari nell’ambito di un impegno che si dispieghi ben prima delle elezioni e che contribuisca a creare o sostenere dei soggetti con cui vi sia una sintonia profonda, si “sceglie” all’interno del menù predisposto da altri. Menù di carne contro menù di pesce. Menù di destra, anzi di centrodestra, contro menù di sinistra, anzi di centrosinistra. Uno dice carne e si immagina che gli porteranno dell’ottimo roast beef, solo che poi gli somministrano una scatoletta di Simmenthal, o peggio. Un altro dice pesce e accarezza il sogno di una magnifica spigola, mentre poi gli rifilano delle sardine da due soldi, o peggio.

Le macrocategorie, tra cui il centrodestra e il centrosinistra, servono come specchietti per le allodole. Si vedono al colpo d’occhio e attirano di conseguenza. Apparentemente dividono l’elettorato in schieramenti bellicosi e inconciliabili; di fatto predispongono il riassorbimento degli uni e degli altri nel medesimo meccanismo, con gli pseudo conflitti parlamentari che mascherano la sostanziale adesione al modello dominante.

 

Giriamola in maniera più spiccia: cosa potrà mai accomunare i berlusconiani ai salviniani? In linea di principio poco o nulla. Berlusconi si presentò come l’alfiere della “rivoluzione liberale”, in una prospettiva essenzialmente economica e imperniata, vedi i palinsesti delle sue televisioni, sul più becero e onnivoro consumismo. Salvini si erge a paladino di identità valoriali che, per quanto confuse e lontanissime da una piena messa a fuoco, prendono comunque le distanze dalla “dittatura del mercato”.

La stessa ambiguità, d’altronde, la ritroviamo sul versante che fa capo al Pd e ai suoi alleati, a cominciare da Sel: a parole sono in tanti quelli che rifiutano le ingiustizie sociali imposte dalla globalizzazione, ma alla resa dei conti la convergenza è assicurata. Si parla del dopo Napolitano e come se ne esce Vendola? Garantendo un appoggio a Romano Prodi, che è stato tra i più accesi fautori dell’euro e che continua a caldeggiare il massimo dinamismo possibile, perché «tutto il mondo si muove velocissimamente» e perché «quando manca la domanda si inietta la domanda. Per dare un colpo all'economia in una crisi grande ci vuole una botta grande».

Gli italiani dovrebbero capirlo, finalmente. Le elezioni non sono dei campionati di calcio, che tanto si avvicendano all’infinito e in cui l’importante è fare il tifo. L’obiettivo non è far vincere la (presunta) squadra del cuore, a prescindere da chi ci gioca e da chi ne ha acquisito il controllo societario nel frattempo.

Salvini – Berlusconi dixit – va benissimo come goleador. E gli elettori, cosa che sanno a menadito anche tutti gli altri professionisti della politica odierna, vanno benissimo come spettatori. Ovvero, che se ne rendano conto oppure no, come pubblico pagante.

Federico Zamboni

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