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“Mafia capitale”. La serie

Abbuffatevi di notizie – i torrenziali aggiornamenti sciorinati dai media, in maniera tanto enfatica quanto transitoria – e dello scandalo che è appena esploso a Roma non capirete un accidente. La vera chiave di volta, infatti, è che questa specifica vicenda si innesta su una serie di fenomeni che hanno una portata assai più vasta, al punto da poter essere considerati di carattere generale. Addirittura, anzi, connaturati al modello politico ed economico dominante.

Lo specchietto per le allodole è presentarli invece come una anomalia, che per quanto grave e ramificata si colloca all’interno di un sistema fondamentalmente sano. Una mistificazione collaudatissima che ha avuto il suo massimo precedente nelle inchieste di Mani Pulite e nel passaggio frettoloso, e a ben vedere auto assolutorio, dalla Prima alla Seconda Repubblica. La Prima è stata accantonata alla stregua di una “bad bank”, la Seconda acclamata come la “new company” che da lì in avanti avrebbe assicurato correttezza ed efficienza. Sdoppiando la medesima realtà in due “contenitori” separati si è potuto fingere di aver depurato la parte migliore da quella peggiore.

Il metodo, ovviamente, può essere replicato all’infinito, e a maggior ragione su scala ridotta: stabilendo/simulando una discontinuità tra un prima e un dopo si schiva il problema cruciale, che è quello del rapporto di causa ed effetto che lega certe premesse a determinati esiti. A monte, nell’Occidente odierno e specialmente qui in Italia, c’è un modo di concepire la realtà e di rapportarsi ad essa che è imperniato sul denaro e sul potere, spianando la strada a un infinito repertorio di opportunismi e spregiudicatezze. A valle ci sono i comportamenti concreti, che restano immorali e dannosi, per la società nel suo insieme, anche quando non sfocino in veri e propri reati.

Il meccanismo “sociologico” è universale. Chiunque voglia affermarsi individualmente in un dato contesto deve innanzitutto comprendere come esso funziona, per poi tentare di sfruttarne a proprio vantaggio le diverse dinamiche. Ciò significa, in pratica, venire a patti con l’esistente. I centri di potere non sono oggetto di un giudizio assoluto, e men che meno etico, bensì di una valutazione relativa: questo mi può servire, quest’altro no; con questo mi conviene accordarmi, con quest’altro sono costretto a lottare.

Nel caso della politica – ossia di quella miserabile competizione cui essa si è ridotta appiattendosi sul Pensiero unico neoliberista e rinunciando a delle motivazioni autenticamente ideali, che in quanto tali non si accontentano di prendere atto del mondo così com’è ma aspirano a migliorarlo, o persino a rifondarlo – l’ascesa personale equivale a una carriera di tipo economico, finalizzata al profitto da conseguire con ogni mezzo. Lo strumento essenziale diventa il marketing. L’abilità nell’intessere relazioni lucrose, in una fittissima trama di favori fatti e di favori ottenuti. Una girandola incessante di promesse e di richieste, con l’obiettivo di ricavarne più di quello che si dà.

Non c’è bisogno di condurre chissà quali ricerche, per averne la conferma. Basta frequentare un po’ una sezione di partito e osservare la condotta di quelli che provano a emergere. Il modo in cui danno la caccia al consenso, puntando assai di più sulla capacità di accattivarsi le simpatie altrui, magari alimentate da qualche genere di tornaconto, che non sull’adesione a delle posizioni di principio, che semmai vengono sbandierate con intenti retorici per blandire i più ingenui.

Demagogia di facciata e cinismo di sostanza. I capisaldi sono questi, e portano dritti alla logica del peggiore “do ut des”. Che cosa ha da offrire il politico? La sua possibilità di incidere sulle pubbliche istituzioni, a partire dagli atti amministrativi fino all’introduzione di nuove norme. Che cosa chiede in cambio? Sostegno elettorale, per rafforzarsi ulteriormente, e denaro contante; oppure, come recitano le leggi vigenti sulla corruzione eccetera, «altra utilità».

 

Ci siamo. Eccoci sprofondati nella famigerata “zona grigia”, di cui tanto si parla, o si chiacchiera, quando viene alla luce una vicenda come quella che da due giorni sta squassando Roma. Quando il marciume ordinario si trasforma, d’incanto, in un’inchiesta straordinaria. A proposito: vi state chiedendo come mai la “mafia capitale” sia finita proprio adesso nel mirino della magistratura e, a seguire, sotto i riflettori dei media?  

La risposta (complottista, come no) è di natura macroeconomica, e solo di riflesso anche politica. La risposta è che il dilagante malcostume che nei decenni scorsi è servito a corrompere in profondità la società italiana, diffondendo ovunque la propensione all’abuso e radicandola fin nell’inconscio dei cittadini, non è più compatibile con le esigenze delle oligarchie neoliberiste, alle prese con un difficile riassetto degli squilibri economici, e innanzitutto finanziari, su cui hanno costruito il proprio strapotere.

Da un lato si ridimensiona il welfare, che è una forma di redistribuzione del reddito e, dunque, di attenuazione delle sperequazioni generate dal mercato, e dall’altro si restringe l’area dell’illegalità politico-affaristica, che concede a una molteplicità di outsider l’occasione di mettere le mani su un po’ di quella ricchezza che altrimenti le sarebbe preclusa. Non lo si fa  certo per motivi morali, ma prettamente operativi. I “dividendi” del sistema sono condizionati dai crescenti fattori di instabilità globale e bisogna rimodularne l’assegnazione. La concentrazione.

Allo stesso tempo, si accreditano i governi del nuovo corso di una volontà di bonifica generale, nel segno di una ritrovata legalità che in effetti è solo un irrigidimento del controllo sulla popolazione. E che legittima, nell'immaginario collettivo, il ricorso ad atteggiamenti autoritari e a interventi repressivi di ogni sorta.

I malavitosi alla Massimo Carminati, e alla Banda della Magliana, e via delinquendo, sono pura manovalanza, anche quando credono di essere loro a tirare i fili. Li si usa oppure no a seconda delle esigenze del cantiere. Oppure li si cambia di tanto in tanto, in un’applicazione eterodossa di quella parolina magica, e così manageriale, che è il “turnover”.

Federico Zamboni

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