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La Russia sotto attacco. Di nuovo

Ci attendono mesi cruciali per la storia del mondo. Sarà quindi utile tentare di collocare i frammenti di informazione in un quadro più unitario che li colleghi e ne indichi il senso. 

Gli USA si logorarono nella lunghissima guerra del Viet Nam, che resistette agli americani anche grazie al sostegno in armi e denaro che ebbe dall’URSS. Dopo il ritiro degli USA, per qualche anno l’URSS apparve egemone, o almeno in fase di espansione. Si sostituì agli americani nelle basi aero-navali che avevano avuto nella penisola indocinese, accentuando i timori della Cina. Penetrò profondamente in Africa, utilizzando spregiudicatamente truppe cubane. Approfittò dell’altro duro colpo che venne inferto agli Usa con la rivoluzione khomeinista che abbatté la monarchia iraniana.

La risposta, durissima, venne negli anni ’80. Gli USA elaborarono un piano strategico a vasto raggio, col fine di abbattere il rivale sovietico. Una delle pedine mosse sullo scacchiere fu l’alleanza di fatto fra gli Usa e la Cina, che obbligò l’URSS a dislocare buona parte delle sue forze armate sul confine asiatico. Contemporaneamente venivano creati problemi al Cremlino con l’elezione di un papa polacco, che doveva inserire un cuneo nell’Impero sovietico (in politica niente è casuale, e l’elezione di un papa è un fatto anche politico). In terzo luogo il presidente Reagan prospettò un piano di rafforzamento altamente tecnologico delle forze armate americane, costringendo l’URSS a una rincorsa su un terreno per il  quale il suo apparato industriale era inadeguato. Inoltre l’URSS venne attirata nella trappola afghana, vedendosi restituito il colpo che gli USA avevano subìto in Viet Nam cacciandosi stoltamente nei guai. Infine, la mossa decisiva: per un accordo col preziosissimo alleato saudita degli USA, il mercato petrolifero fu inondato di greggio, provocando il crollo del prezzo delle fonti energetiche, prima voce del bilancio sovietico. Questa manovra complessa e su più livelli culminò col crollo dell’Unione Sovietica e del suo Impero. 

La nuova Russia, indebolita e frastornata, sarebbe stata disposta ad essere cooptata nel sistema occidentale se fosse stata trattata con generosità, ma la stupidità di tre presidenti americani, Clinton, Bush e Obama, e dei loro consiglieri, ha suggerito la linea della continua umiliazione. Prima la concessione di crediti a condizione che tutta l’economia fosse stata rapidamente privatizzata, con conseguenze disastrose. Poi la progressiva estensione della NATO sempre più vicino ai confini con la Russia, mentre la Serbia, unico Paese dell’est europeo rimasto amico di Mosca, veniva brutalmente bombardata. Intanto veniva incoraggiata la rivolta cecena, entro i confini stessi della Russia. 

L’elezione del nazionalista Putin fu il segnale che gli anni dell’umiliazione e della soggezione sarebbero finiti. La rinazionalizzazione di settori strategici dell’economia e il riarmo fecero capire che Putin sarebbe stato una minaccia per l’Impero globale. La rivolta cecena fu stroncata. Nel 2006 per la prima volta l’esercito israeliano subì uno smacco in Libano, grazie alla filiera Iran-Siria-Hezbollah, dietro cui c’era la Russia con le sue armi e il suo sostegno politico. Nel 2008 l’aggressività della Georgia, strumento della NATO, si scontrò con la dura reazione armata della Russia. Putin e Medvedev lasciarono al suo destino Gheddafi nel 2011, ma si opposero fermamente al rovesciamento di Assad. Quando nel 2013 si prospettava l’intervento degli USA e della NATO contro la Siria, la flotta russa schierata davanti alle coste siriane bloccò la manovra.

Era troppo per l’Impero, che elaborò una nuova strategia a vasto raggio, paragonabile a quella fortunatissima degli anni ’80. Il colpo di stato in Ucraina  doveva attirare la Russia in una trappola come quella che aveva logorato l’URSS in Afghanistan. In Cecenia viene riattizzato il fuoco della ribellione. Le sanzioni devono mettere in ginocchio un’economia che, come ai tempi sovietici, confida in gran parte sull’esportazione delle materie prime, l’apparato industriale russo non essendo tuttora in grado di competere coi suoi prodotti sui mercati internazionali. Infine, la mossa che come negli anni ’80 dovrebbe essere decisiva: ancora una volta la fedele Arabia Saudita provoca il crollo del prezzo del petrolio e dà così un colpo che dovrebbe essere fatale non solo alla Russia ma anche a due altre scomode presenze nel mondo del dominio americano, Iran e Venezuela.

L’attacco è serio e devastante ma non è detto che questa volta sia vincente. Il quadro internazionale è molto diverso da quello degli anni ’80. La Cina ora è una grande potenza ed è amica della Russia, non avversaria come allora. L’Occidente si dibatte in serie difficoltà e non è in quell’espansione travolgente che negli anni ’80 era garantita dalla rivoluzione informatica. L’Europa in particolare rischia di risentire della guerra commerciale quanto o più della Russia. Il prezzo basso del petrolio ha controindicazioni anche per gli USA: danneggia la Russia ma favorisce la Cina, altro grande competitore. Il governo russo gode di un sostegno popolare che l’esausto regime sovietico aveva perso. Inoltre le mosse di Putin per sventare l’attacco sono ben diverse da quelle dei vecchioni dell’URSS fossilizzati nei pregiudizi ideologici. Allora per fronteggiare l’attacco e sostenere il rublo vendettero oro in cambio di dollari che costituissero una riserva di valuta pregiata. Oggi le autorità russe acquistano oro il cui prezzo è artificiosamente e solo provvisoriamente tenuto basso, liberandosi di dollari in previsione di un deprezzamento della valuta americana.

Queste sono le grandi linee di un gioco la cui scacchiera è il mondo. La Russia potrebbe di nuovo essere messa in ginocchio, ma questa volta sembra si muova in modo più accorto. Sono disegni strategici talmente complessi e pericolosi che il rischio di una guerra generale si fa sempre più incombente.

Luciano Fuschini

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