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Ma guarda quanti insulti, in una società così armoniosa

Cosa unisce le offese al ministro Kyenge, i linciaggi verbali sui social network, i cori violenti allo stadio? Sono molte le manifestazioni di aggressività quotidiana che sconcertano, fra cronache pubbliche e vissuti comuni, e poche le spiegazioni apparenti data la persistente latitanza di un senso accettabile che giustifichi la diffusione di impulsi così incontrollabili. Possiamo ritenere che un simile degrado del vivere civile sia lo specchio e l'effetto di disegni più sofisticati e intoccabili attraverso i quali la società moderna consolida il proprio sistema di potere?

La sensazione è che questi comportamenti nascano dall'intrecciarsi di bisogni elementari e complessi; da un lato l'appartenenza ad un gruppo, una formazione di qualsivoglia natura che si assuma l'onore e la necessità di sostenere ragionamenti ideologici, dall'altro l'esigenza sempre più pressante di distinguersi ed essere riconosciuti all'interno di modelli culturali omogenei. Come questi due fattori interagiscano non è sempre chiaro, la dialettica fra collettività e individuo produce un'alternarsi talvolta confuso di posizioni e di scelte, ma in generale possiamo identificare due livelli: quando vi è una diretta esposizione sociale - il caso delle lotte politiche o presunte tali - ci si affida ad un corpo ideologico includente, diventando seguaci di una teoria facilmente trasformata in dogma e come tale utilizzata fino allo scontro, mentre quando ci si può rifugiare nella protezione tecnologica di uno schermo diventa prioritaria l'affermazione della propria individualità.

In entrambi i casi l'aggressività si mostra gratuita, scomposta, del tutto svincolata da una struttura di pensiero che abbia una logica interna e delle potenzialità evolutive; la stessa attribuzione di un'etichetta politica o sociale si svuota di significati definibili attraverso un contesto, sciogliendosi invece in una problematica più ampia. A volte potremmo parlare di razzismo, scoprendo però che la violenza verbale non conosce più impronte peculiari di religione, razza, ceto sociale. La ferocia verbale è oggi la più paradossale espressione di una democrazia violentata; a tutti è accessibile uno spazio di sfogo, sia esso il palco di un comizio o la discussione social su un filmato in cui una gatta allatta cuccioli di labrador; la polemica è rabbiosa e perseguita non per convincere l'altro - obiettivo in sé già discutibile - bensì per scaricare impulsivamente il proprio desiderio di prevaricazione.

Molto si è detto in questi anni sulla crisi dei valori, molte sono le prospettive da cui si analizza la deriva culturale, e il rischio è di scivolare nella retorica idealizzando stagioni passate in cui un'umanità dalla personalità quasi bucolica si affratellava col sorriso, immagine crudelmente smentita dalla storia; è però evidente che chi ha detenuto o avallato per proprio interesse l'autorità politica ed economica dell'Italia degli ultimi vent'anni abbia creato una macchina perversa, nella quale il dominio oligarchico non passa dal generico rastrellamento di voti ma da un intervento sulle menti, sulle coscienze e sulle emozioni che le governano.

Da qui la strategia mirata di un gigantesco liberismo dello spirito che vada a risvegliare il senso di competizione, la caccia ad una preda, da qui l'induzione mirata del bisogno narcisistico di emergere che però, come nel più disastroso dei conflitti, viene simultaneamente frustrato dalla medesima fonte che lo alimenta. Il modello culturale che suggerisce a tutti gli stessi oggetti da acquistare, le concezioni del mondo da validare e quelle da respingere, gli atteggiamenti apprezzabili e quelli che non fanno tendenza, è lo stesso modello che impone di primeggiare, di trovare una via speciale e unica per farsi ammirare da una platea.

Il paradosso sorge spontaneo e sostituisce le antiche domande ponendo interrogativi irrisolvibili: come è possibile uniformarsi emergendo, essere uguali agli altri distinguendosi, portare tutti le stesse scarpe trovando però ognuno il modo di essere diverso? La mente umana, che elabora in proprio soluzioni originali a crisi complesse - o soluzioni preconfezionate a problemi ciclici - risponde al dilemma iniettando energia nei circuiti dell'aggressività; trovare un gruppo, una battaglia ideologica, una causa scelta con l'unico criterio di sentirsi appartenere a qualcosa, consente da un lato di rafforzare la percezione di competenza e di forza avvalendosi del supporto sociale, dall'altro di scatenare la pulsione all'autoaffermazione veicolandola attraverso comportamenti oppositivi, da giustiziere metropolitano.

In quest'ottica è possibile spiegare perché l'astio di un confronto sulla legge elettorale sia pari a quello di un dibattito etico ed entrambi non arrivino al livello di ferocia rancorosa di un simposio su Facebook. L'aggressività dei linguaggi e delle azioni sociali è la naturale risposta alle sollecitazioni provenienti dai vertici di un potere che si dispiega tentacolare, nutrendosi della distruzione di riferimenti culturali alternativi e dell'idea che tutto sia lecito se esprime un'istanza validata dall'ego.

La personalità umana, tradizionalmente alla ricerca di un nemico per potersi stagliare su uno sfondo conosciuto e rassicurante, viene guidata dall'attuale sistema a due teste - monolitica imposizione di valori da condividere e contemporanea svalutazione di chi si confonde nel flusso omogeneo - verso un repertorio autoreferenziale di stimoli rabbiosi, conflittuali, di teatri dell'esperienza in cui poter urlare «io esisto».

Gianluca Frazzoni

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