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Zero cultura, zero Politica

Con la fine della Prima Repubblica e il parallelo affermarsi della sottocultura televisiva, nel panorama più ampio di un sistema economico appassionato di profitto, il nostro Paese ha ridefinito l'idea di politica, di società, e in particolare il ruolo della Cultura nella vita civile.

Il tracollo della sensibilità estetica, morale e linguistica si è avuto allorché ha iniziato a serpeggiare il disprezzo verso i "politici di professione", come vennero definiti a partire dai primi anni '90 tutti coloro che si dedicavano alla politica come principale attività della loro esistenza. La dicitura "politici di professione", pronunciata con sarcasmo e superiorità da eminenze che provenivano dal mondo dell'imprenditoria, degli affari e molto più spesso del malaffare, prendeva di mira non solo le figure impegnate in politica (che in generale se lo meritavano eccome) ma anche e soprattutto la Politica, la nobile arte della diplomazia, dell'oratoria, dell'intreccio fra interesse pubblico e strategia d'azione finalizzata al suo perseguimento. Nella mente offuscata dal profitto diventava improvvisamente irrilevante il fatto che quella robaccia, la politica, fosse appartenuta a uomini che dalle civiltà antiche alle drammatiche vicende del Novecento avevano promosso per millenni lo sviluppo del pensiero e il progresso sociale, certo con alterne fortune e talenti non equamente distribuiti ma pur sempre modellandosi su una visione complessa dell'uomo.

D'improvviso, o come naturale impatto di protocolli comunicativi e stili di vita radicalmente modificati, la concezione dell'uomo si faceva elementare, virando verso un omino pronto a godere di seni televisivi prosperosi e slogan populisti con cui i nuovi eroi dell'agorà di prima e seconda serata lo aizzavano a prendere congedo dalle tradizioni precedenti. La trasformazione conseguente, l'odio per la virtuosa natura della politica espresso da chi la politica aveva iniziato a dirigerla, l'irruzione nel dibattito pubblico di linguaggi violentati per contenuto e forma, ci hanno condotto dove siamo ora.

Un Parlamento che si esprime agitando manette, corde da boia, cartelli pubblicitari e oggettistica a uso e consumo della volgarità non è un Parlamento che accoglie poetiche beat, né un'istituzione che imitando goffamente codici espressivi popolari si avvicini davvero ai bisogni della gente; la deriva culturale che porta alla scelta e all'elezione di onorevoli semianalfabeti, senza più distinguere fra opposizione e attacco fascistoide alle dinamiche democratiche, consegnando il prestigioso palcoscenico della politica a ogni sorta di imbonitori, è la stessa deriva che colpisce l'idea di istruzione pubblica e la necessità di sostenerla, che autorizza i tagli al cinema e al teatro, che costruendo i segni e i simboli dello sfascio nel culto del sapere utile - chi ha dimenticato le tre "I" del primo governo Berlusconi, tanto innocue nella loro posizione riflessiva a metà dell'alfabeto quanto impietose nel sancire il distacco della scuola dallo spirito - ha ridisegnato il concetto stesso di popolo, inteso non più come legittimo proprietario di un pensiero fertile che dalla politica può trarre contenuti di senso bensì come corpaccione da sfamare col nulla.

Ma dove nasce in realtà la deriva di un universo umano che rifiuta la conoscenza, la competenza, persino le buone maniere come cura di sé e dell'altro, fino ad umiliare ogni patrimonio di una possibile coscienza intellettuale condivisa? Il profitto ha tracciato le linee guida. La ricerca del guadagno e dei suoi perversi corollari - riconoscimento sociale, vibrazione narcisistica nella vuota e incontrollabile potenza del denaro, delirio drogato di poter comprare una condizione esistenziale accettabile di fronte alla precarietà del vivere - ha spazzato via la cultura dagli scopi di un potere che di globalizzato ha certamente la corruzione, finanziaria e spirituale.

In tutto ciò l'aspetto più disperante è l'elogio dell'ignoranza, la stirpe di miserie da talk show che «con la cultura non si mangia» e «quello lì [il politico] non ha mai lavorato», fino alla teorizzazione del genocidio estetico e morale, «se la gente vuole questo...», con cui si promuove la piena autorevolezza della tv spazzatura, di una società sventrata del seme del bello, nel libero scambio di imbecillità verbali e non verbali che dopo aver assediato il cervello pensante di una nazione l'ha raso al suolo spargendovi sopra il sale della banalità.

Il vero e più grave voto di decadenza si è consumato in questo modo: l'onorevole Cultura espulsa dal dibattito alla Camera e al Senato, dalle case degli italiani, dalla prospettiva di un cambiamento possibile. E quando torneremo a sentire un buon italiano in Parlamento, i toni del rispetto nella circolazione di idee e proposte, il bisogno di rendere la forma una parte essenziale del contenuto – non è forse questo il fondamento dell'arte, della letteratura, della musica? Non c'è forse il rifiuto del brutto dietro le più illuminanti creazioni dell'ingegno umano? – saremo felici di un progresso vero, fatto di una materia diversa rispetto alla globalizzazione del nulla, oppure delusi per un sogno interrotto dalle prime luci dell'alba.

di Gianluca Frazzoni - Leggi tutto

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