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“Disability show”

Finalmente un altro “imperdonabile tabù” è stato gettato alle spalle: anche in Italia sono sbarcati nuovi programmi televisivi i cui protagonisti indiscussi sono i disabili con le loro problematiche esistenziali. L’ultimo di questi format è “The undateables, se l’amore non ha regole” (in onda la domenica sera su Real Time), dove in ogni puntata tre persone affette da diverse patologie cercano la loro rispettiva metà amorosa, nonché un lieto fine.
Sulla stessa scia, lo scorso febbraio, su Italia1 è stato trasmesso “XLove” che, a differenza del primo programma, si occupava esplicitamente della sessualità dei down; su di loro, a tale proposito,  neanche la Rai si è lasciata sfuggire l’occasione di mandare in onda “Hotel 6 stelle”, docu-fiction che segue passo passo alcuni ragazzi down durante un tirocinio formativo in un albergo romano.
All’estero, ovviamente, format di questo genere sono tanto invalsi – uno dei primi fu nel 2006, quando la pionieristica Olanda lanciò “Miss Ability”, concorso di bellezza per ragazze disabili – da avere un loro specifico nome che dice già tutto: “disability show”. Senza mezzi termini, è proprio questo il fulcro della questione: lo spettacolo sui disabili, i quali, consapevoli o meno, intanto che si prestano a farsi soggetto sotto la luce tanto abbagliante quanto effimera della ribalta, non sono altro che mero oggetto della bulimica morbosità del telespettatore. Così è, però, il diktat dello spettacolo: tutto ciò che appartiene al reale, per acquisire “credibilità” e autenticità, dev’essere automaticamente trasferito nella rappresentazione scenica.
Poco importa se questi disabili diventano tristi caricature del loro stesso male; se per trovare una supposta anima gemella occorrono le più efficienti agenzie dating, pronte a reperire e a selezionare le compagne o i compagni adatti ai singoli “casi umani”; se assolutamente nulla cambierà nella  loro quotidianità dopo l’avventura televisiva, durante la quale, certamente, i protagonisti non sono mai stati persone “normali”, come si propaganda a furor di popolo, ma soltanto fruttosi animali da palcoscenico e veri e propri fenomeni da baraccone, utilizzati un tempo al circo che, ancora oggi, conserva l’inconfondibile odore di fieno e sogno di quella donna barbuta che, a fine applauso, se ne restava tutta sola e vagabonda. Lei però, la donna barbuta, sapeva di essere un’attrazione per il sollazzo dell’indiscrezione altrui e conosceva a memoria il buio che seguiva ai bagliori della pista.
A fare scandalo non sono il produttore di turno o l’ideatore del format, ortodossi unicamente alle regole dello share, ma le tante associazioni – come l’AIPD (Associazione Italiana Persone Down) che ha premurosamente collaborato con il programma “Hotel 6 stelle” – nonché la tanta, troppa gente di buon cuore che sostiene a spada tratta tali progetti mediatici affinché i loro “beniamini” diano l’esempio effettivo per cui, di fatto, non “devono” esistere differenze: gli handicappati sono esattamente come tutti gli altri. Questa è la grande menzogna e la bieca ipocrisia del politicamente corretto: l’uguaglianza a tutti i costi, tradotta poi in un livellamento di genere, di identità, di problematiche e ancora di vita. A fare scandalo, al solito, sono le buone intenzioni di chi crede nelle cosiddette “parità”.
Ciò detto, è chiaro che anche i disabili si innamorano, soffrono e desiderano un domani fino a sognarlo, ma la verità è che i motivi effettivi per cui queste persone vengono prescelte dalla cinica e ambigua “società dello spettacolo” non sono affatto le ambizioni, le difficoltà e le paure comuni a ciascun uomo, bensì la loro specialità: la malattia con cui ogni pulsione – i sentimenti si danno nel tempo, non in un reality – convive tanto da esserne paradossalmente esaltata e apparire a sua volta “malata”, vale a dire curiosa per il pubblico sempre famelico di inedito e di inaudito.
Il fenomeno dello “show disability” è la prosecuzione perfetta di questa nostra società che fa dell’assistenzialismo senza cura, del moralismo senza morale e della mescolanza senza né genere né parti, la sua forma peculiare, non certo la sua sostanza: i cosiddetti “diversi” – disabili, immigrati, omosessuali – a loro insaputa, sono destinati a restare sempre più diversi proprio per il fatto stesso di essere ipocritamente venerati e confinati in uno statuto di diritto inviolabile, sancito arbitrariamente apposta per loro.

Fiorenza Licitra

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Rassegna stampa di ieri (09/04/2014)

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