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Pedofilia: per una critica non moralistica

Un prete del ravennate qualche settimana fa finì in un canale guidando ubriaco il suo SUV da 35.000 euro. Fu salvato dall’annegamento da due giovani coraggiosi. Ne seguirono accertamenti che hanno portato alla luce suoi abusi sessuali nei confronti di adolescenti.

L’arcivescovo di Ravenna ha pensato bene di rivolgere ai parroci della diocesi una serie di raccomandazioni, fra cui un avvertimento, da estendere a tutti gli adulti, non solo ai sacerdoti, di evitare circostanze in cui possano trovarsi da soli in luoghi chiusi con un bambino o un adolescente.

Sarebbe sbagliato sottovalutare episodi come questo, considerarli aberrazioni di singoli e reazioni spropositate indotte dal clamore mediatico. Sono viceversa l’ennesimo indizio di una crisi di civiltà probabilmente senza precedenti storici documentabili che siano giunti a un tale livello di abbrutimento, di degradazione morale, di demolizione di tutte le fondamenta del vivere civile.

Viviamo un’epoca in cui sono profondamente alterati i rapporti più elementari e più basilari, quelli fra le generazioni e fra i generi, epoca di narcisismi che non comunicano, di realtà virtuali che sovrappongono ombre fantasmatiche alla concretezza del reale.

Si sa di adulti che evitano di salire in ascensore con un ragazzino o una ragazzina per il timore che il gesto sia frainteso. Si sa di genitori che reprimono manifestazioni di tenerezza verso i figlioletti per non dare adito a sospetti. Si sa di padri che si trattengono dal contatto epidermico coi loro bambini anche davanti alla moglie, per non suscitare in lei ansie un tempo impensabili.

Quando una civiltà è giunta a questo punto, è finita.

Qui si vede il volto del disfacimento, ben più che nelle difficoltà economiche e nelle ristrettezze finanziarie. 

La pedofilia in ambiente ecclesiastico è piaga antica, di cui solo di recente si parla diffusamente e apertamente, forse anche per un’operazione mediatica tendente a screditare un’Istituzione non completamente allineata col pensiero dominante del libero Mercato, della mercificazione totalitaria, del laicismo che tutto relativizza.

Il fenomeno è comunque dolorosamente reale e a ben vedere ha assunto proporzioni superiori a quelle del passato proprio perché la visione del mondo scettica e materialistica in un senso grossolanamente edonistico è penetrata anche nei seminari e nei conventi. In poche parole, nemmeno nei preti, ridotti a funzionari di un ente di beneficenza e di un centro finanziario, vive una fede profonda. Fra i tanti che si sottraggono a un dialogo teologico, si distinguono proprio i preti, non più sacerdoti, cioè custodi del sacro, ma psico-socio-pedagogisti.

Chi crede che basterebbe consentire ai preti di sposarsi per eliminare le perversioni, ragiona in modo grossolano e superficiale, non tenendo conto di quanto siano diffusi pedofilia, omosessualità, feticismo, sado-masochismo, anche fra adulti regolarmente sposati e socialmente stimati.

Per uscire dalle secche del moralismo, occorre spostare il discorso dall’indignazione, spesso recitata più che veramente sincera, a considerazioni che ci proiettino nella dimensione più profonda e più autentica di una crisi epocale spiegabile con una visione ciclica dell’andamento storico: viviamo l’estrema decadenza di un ciclo che si esaurisce nel rilassamento generale dei costumi e nella perdita di senso.

Il dato sociologico che si innesta in questa visione di filosofia della storia, è quello di un capitalismo che, superata la fase virtuosa dell’esaltazione del lavoro, della remunerazione del rischio dell’imprenditore nell’investire i capitali, del risparmio come premessa del successivo investimento, è pervenuto alla pura speculazione finanziaria, alla logica della rendita, all’individualismo edonistico del “proibito proibire”, alla mercificazione di tutte le relazioni sociali.

Se non parlassero anche di questo, le cosiddette perversioni sessuali sarebbero soltanto materia di allusioni pruriginose e di moralismi d’accatto. Parlano di una civiltà morente, per una legge storica che trascende le contingenze ma anche e soprattutto per la dissoluzione dei legami comunitari indotti dai processi di reificazione di un meccanismo socio-economico devastante.

I comportamenti che minano la coesione sociale e la moralità si stroncano non con una pletora di regolamenti inutili né con l’assurda proibizione di appartarsi con i minori, mentre si consente il martellamento di una pubblicità ossessiva improntata al sesso in tutte le sue forme, ma con una legge interiore, non scritta, che soltanto una società fondata sul comunitarismo e sulla responsabilizzazione di ogni suo componente può incidere nel profondo.

Luciano Fuschini

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