Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Quel brodo informativo che serve ad annichilire le masse

Ciò che l’informazione consuma è ormai abbastanza evidente: consuma l’attenzione. Che è tutt’altro che infinita. Si tratta invece di una risorsa molto scarsa, in ognuno di noi, la quale, per una elementare motivazione fisica, diventa ancora più scarsa nel momento in cui è sovraccaricata da stimoli di ogni tipo. 

Ogni immagine, ogni parola, ogni suono, anche ogni odore, sono elementi che il nostro corpo riceve come segnali, frammenti di informazione di ogni tipo che devono essere colti, elaborati, scartati, dimenticati o in qualche caso digeriti e fatti propri. Un lavoro estenuante, che avviene in ogni momento - anche e soprattutto quando non ce ne accorgiamo - e che comporta un dispendio energetico e psichico enorme in (quasi) ogni momento della giornata.

Oggi, contrariamente a quanto sostengono molti analisti e saggisti che hanno riflettuto e continuano a farlo attorno al fenomeno di internet e alle sue implicazioni sul giornalismo e la cultura (come Luca de Biase, Sergio Maistrello e Giuseppe Granieri, solo per citarne alcuni) le possibilità del web non hanno aumentato la “conoscenza”, quanto il numero delle informazioni disponibili. La differenza tra informazione e conoscenza è nota ed è superfluo insistere: si può essere (o credere di essere) informati molto più di quanto non avveniva venti anni addietro ma si può bellamente continuare a non capire nulla di quanto sta accadendo. 

L’impressione, basta parlare tra la gente, se non anche solo farsi un giro sui social network, è che oggi si continui a “non conoscere”. Malgrado la mole abnorme di frammenti informativi che si moltiplicano esponenzialmente ogni giorno su internet, appare sempre con maggior chiarezza che essi non siano riusciti se non in minima e irrilevante parte a diffondere conoscenza attorno a temi che realmente necessitano di un approfondimento. Si sa tutto di tutto, o meglio, si può sapere tutto di tutto - e in modo determinante: si crede di sapere tutto di tutto - ma ciò non sollecita la fase successiva, ovvero quella della riflessione e dell’apprendimento. 

La prova del nove di questa affermazione esiste ed è verificabile, se non addirittura ancora prima semplicemente intuibile. Lo stesso De Biase ne è perfettamente conscio quando scrive che “esiste una spinta moto forte di natura finanziaria e iperconsumistica (e noi aggiungiamo “politica”, N.d.R.) che cerca di imporre una strategia della disattenzione. Essa sfrutta i meccanismo di reiterazione ossessiva dei messaggi per determinare nelle persone una sorta di sospensione del giudizio critico in favore di un automatismo della risposta allo stimolo”.

Sospensione del giudizio critico, appunto.

Ora, siccome in questa economia informativa abbondante, o meglio escrescente, la risorsa più scarsa, abbiamo detto, è proprio l’attenzione, e siccome ragionare richiede più attenzione che non agire d’impulso, è chiaro che questo abnorme sovraccarico di informazione non faccia altro che perpetuare il gioco di chi inquina il terreno dove pure sarebbe possibile ragionare e conoscere e invece ripete ossessivamente ai cittadini il suo impulso ad agire.

Quasi ogni decisione, dalle masse così come individualmente, viene presa d’impulso, senza ragionare. Si presuppone di essere iper-informati e in grado di conoscere e distinguere, e quindi riflettere prima di scegliere, invece si è rimbambiti da messaggi iterativi e ripetitivi sino a che, come meccanismo di difesa, si sospende il giudizio vero, si inserisce il pilota automatico, e si sceglie d’impulso.

Secondo chi è stato pioniere e continua a essere guru dell’apologia di internet, l’abbondanza di conoscenza disponibile dovrebbe poter permettere (e qualcuno sostiene: permetterà) un esito differente. Invece le cose sono come abbiamo detto: immersi costantemente in questo brodo informativo (e non di elementi di conoscenza), sovraccaricati di stimoli, esauriamo le nostre umane possibilità nel cercare di isolare alcuni suoni nel frastuono dell’ascolto permanente del chiasso infernale, e non rimangono tempo ed energie per riflettere. Cioè tempo e silenzio per la concentrazione indispensabile ad arrivare alla conoscenza.

Le possibilità infinite di internet non fanno altro che aumentare stimoli e rumori, e dunque allontanare sempre di più chi è pur, almeno intenzionalmente, orientato all’obiettivo. Accendere l’altoparlante e pubblicare in pochi secondi parole, immagini, audio e video, e farlo con la caratteristica di tutti i principianti che una volta scoperto un mezzo di comunicazione non trovano di meglio che girare la manopola del volume al massimo (Cit. Massimo Russo e Vittorio Zambardino), non fa altro che aumentare le problematiche. E l’avvento dei social network, di Facebook in particolare (che si aggiunge a Tv, radio, sms, twitter, email…), porta le difficoltà di comprensione e il livello di rumore, dunque aumenta le possibilità di insuccesso ai fini della conoscenza, a distanze siderali.

I media cambiano la società. E oggi è internet, dopo l’invenzione delle presse di Norimberga di secoli addietro, a descrivere maggiormente i cambiamenti attuali in atto. Alcuni, in modo provocatorio e forse non troppo lontano dalla realtà, affermano già oggi che “internet è morto”. Non siamo d’accordo: internet è vivo e vegeto, e i suoi effetti continuano a inocularsi nelle vene della società con le pericolosità che abbiamo appena accennato. 

Oggi è il momento imprescindibile di iniziare a ragionare su un antidoto ai suoi effetti nefasti. Dopo il passaggio dal web 1.0 (pochi emissori, molti ascoltatori) al web 2.0, tutti emissori e ascoltatori allo stesso tempo, le nostre cellule cerebrali devono essere preservate, e in definitiva eventuali altri cambiamenti della società passano necessariamente verso un ulteriore upgrade, che è quello della selezione, e in qualsiasi modo lo si andrà a chiamare. 

Clay Shirky, in Uno per tutti, tutti per uno, scrive: “Perché mettono in pubblico certe sciocchezze? Semplice. Non stanno parlando con voi”.

Per fortuna, aggiungiamo. 

Si può sostenere, non senza qualche ragione, che per non farsi fagocitare da quel rumore di fondo basta tenere spento il computer. Vero, a titolo personale, anche se solo in parte. Ma il punto è che non ci si può defilare e basta. Perché se questo può rappresentare un rimedio personale, è però necessario capire che il fenomeno, globale, comporta necessariamente dei cambiamenti nella società tutta, di cui pure ognuno di noi fa parte. Dire dunque: “se non ti interessa ciò che viene detto lì dentro basta rimanerne fuori” è superficiale. È necessario riflettere su questo cambiamento enorme che incide su tutti noi. Ed è necessario, certo, iniziare ad agire a partire da se stessi. Ma poi deve venire anche il resto. 

Un uomo si identifica e si definisce anche - o forse soprattutto - dalle persone che ha intorno, da quelle che frequenta, da quelle con cui dialoga. E in modo ancora più preciso da quelle che invece lascia fuori dalla propria vita.

Internet 3.0, per come lo vogliamo noi, per come lo crediamo indispensabile, si dovrà basare su due pilastri fondamentali: comunità, e limite.

(1 - continua)

 

Valerio Lo Monaco

 

I nostri Editori

La centralità dell'Europa. Ancora una volta

L'inevitabile condanna della nostra vecchiaia