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Figli di un dio minore

Il recente e ben noto caso della donna cui è stato impiantato un embrione sbagliato, può essere drammatico, a suo modo, ma certo non sconvolgente se si considera che, trattandosi di scienza, l’errore umano è sempre in agguato. Di questo, infatti, si è trattato: lo scorso quattro dicembre, nel reparto di Procreazione assistita dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, c’è stato un fatale scambio di embrioni tra due coppie che tentavano di avere un figlio. Trascorse alcune settimane, entrambe le donne sono venute a conoscenza di essere incinte; una delle due, però, poco dopo ha avuto un aborto spontaneo, mentre l’altra era in attesa niente meno che di due gemelli. In seguito alla lieta notizia, è stata la villocentesi a provocare in entrambe lo sconcerto: quei due feti, geneticamente, appartengono alla prima coppia. Com’è potuto accadere un simile fatto? Semplice: a causa dei rispettivi cognomi fin troppo simili, le provette sono state confuse; non si tratta d’altro che di una negligenza grave eppure banale. Da quel momento in poi, tuttavia, è stato tutto un susseguirsi di assalti mediatici, ispezioni e consultazioni giuridiche per decretare quale delle due parti avesse più ragione; nessuna di loro, infatti, pare essere in sostanziale difetto rispetto alla “maternità” dei gemelli: alla prima si deve il concepimento, ma sarà la seconda, dopo nove mesi di gestazione, a darli alla luce. 

La legge del giudice, quella da cui ormai dipendono tutti i fatti sostanziali della nostra vita umana – dall’etica alla religione, dalla sessualità all’educazione – e che ha rimpiazzato, fino a sgominarle, le leggi della natura e quindi della stessa vita, ritiene che la vera madre sia colei che partorisce. 

In verità, la giurisdizione potrebbe dare ugualmente ragione sia a una che all’altra donna, ma in ogni caso resterebbero perfettamente  legittime le perplessità su chi siano gli “autentici” padri e madri; certamente, inoltre, le pene inflitte agli sbadati operatori sanitari dell’accaduto in nulla soddisferebbero il torto subito, vale a dire la mancata attestazione genitoriale. D’altro canto, però, un caso di tal fatta come potrebbe non essere in balia della legge giuridica, artificiosa e artificiale? Viene allora da pensare che la fine non può che somigliare all’inizio: quando l’uomo – per volontà, capriccio o esperimento – si intromette in ciò che la natura ha prestabilito non dover essere, l’uomo, anche se maldestramente, deve poi rimediare ai suoi stessi “inganni contro natura”.

Attenzione, qui non si sottovaluta il desiderio di volere un figlio “proprio”, né l’amore che istintivamente provano, l’una per avere permesso la creazione, l’altra per portarla in grembo, , ma cos’ha a che fare tutto ciò con l’inseminazione artificiale? Cos’ha a che vedere la trasmissione della vita, imperscrutabile e fatale, con il freddo necessario per conservare la provetta, su cui viene apposto un cognome? Niente ed è questo niente il vero, gravissimo errore umano: pensare che la scienza e la tecnologia possano stare al passo con il mistero di cui l’uomo è intriso.

Ancora, l’errore è pensare, in buona fede o per tornaconto personale, che questo tipo di scienza sia effettivamente al servizio dell’umanità, quando invece il suo motore immobile è la scoperta per la scoperta, vale a dire una faustiana meta senza fine. Ciò che nella ricerca scientifica dà fastidio, tuttavia, non è tanto l’avventura pionieristica finalizzata a se stessa – pur che sia apertamente dichiarata – quanto il suo ammantarsi dell’ideologia prêt-à-porter dei diritti: nel caso della fecondazione assistita, infatti, il messaggio che passa è che ogni persona deve godere della possibilità di avere un figlio. Ormai, il campo scientifico assomiglia a quello estetico, che tende ad assecondare il piacere e non l’effettiva necessità; a tale proposito, la chirurgia estetica rappresenta perfettamente quanto detto finora: tutti “devono avere il diritto” di divenire belli, ma è proprio tale facoltà indotta a creare inevitabilmente il bisogno imperativo, a prescindere dalle differenze ontologiche di ciascun uomo.

Alla faccia delle diversità, tanto ipocritamente osannate, qui l’invito non ufficiale è esattamente l’opposto di quanto si vorrebbe fare credere: a ogni persona è data la possibilità di avere ciò che anche le altre hanno affinché chiunque possa uniformarsi quanto più possibile a modelli fisici, sociali e comportamentali standardizzati. 

È evidente, allora, che non si tiene per nulla in conto l’irriducibilità di ciascun individuo, né, soprattutto, la capacità di osservare, patire e apprezzare fino a sentirsi da esse caratterizzato. È quest’ultima audacia di “divenire ciò che si è” – strettamente individuale e creativa – a segnare il passo di un uomo e a farne un destino esemplare, non l’aspetto fisico, il piacere di piacere o l’avere, come tutto il resto del mondo, un figlio, anche se nato a “freddo”. 

Non vi è desiderio umano, né ambizione scientifica che possa mutare la sorte delle sorti: l’anteriorità, imperscrutabile e monumentale, di ciò che deve essere e di ciò che non deve essere.

Fiorenza Licitra

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