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Venezuela: il copione ucraino non funziona

Per qualche tempo le crisi ucraina e venezuelana sono state raccontate parallelamente dal mainstream. Entrambe rappresentate come la smania popolare di libertà da regimi oppressivi e corrotti. Ognuna con le sue sfumature: Kiev “prigioniera” dell’invadenza di Mosca tramite i suoi fedelissimi. Caracas annichilita dallo “strapotere” chavista. Sullo sfondo, chiaramente percepibile, una sorta di “maccartismo del terzo millennio”: il “nemico”, per i Paesi occidentali, è facilmente rappresentato in bandiere rosse, da una parte all’altra del globo.

Ma ora, dopo avere percorso affiancate un tratto di propaganda, le strade di Venezuela e Ucraina si sono divise. Kiev ha “scelto” – per mano delle bande sponsorizzate da Ue e Usa - di entrare nell’orbita occidentale, anche se Putin non ha certo fatto passi indietro e ha di fatto “riportato a casa” la Crimea. A Caracas, invece, con gran scorno dei democratizzatori al di là e al di qua dell’Atlantico, le cose sono andate e vanno diversamente.

Le organizzazioni “made in Usa” non sono riuscite a replicare il successo ucraino. La differenza fondamentale sta nel substrato: quello ucraino, socialmente disgregato e minato da un governo corrotto esattamente come predecessori e successori, ha reso agevole il colpo di Stato, ovviamante mai definito in questo modo dalle cancellerie occidentali. Il Venezuela è ben diverso. Tredici anni di Rivoluzone bolivariana hanno trasformato il Paese, che anche se estremamamete polarizzato dalla battente propaganda antigovernativa dei media privati (ancora la maggioranza nel Paese), non ha ceduto di fronte alle violenze di strada, né agli attacchi politico-mediatici della comunità internazionale. Ed è riuscito a portare al tavolo del dialogo gran parte delle opposizioni politiche, le stesse che hanno soffiato sulle “guarimbas”, le azioni di teppismo di strada, messe in atto da gruppi che si definiscono studenteschi ma che in realtà sono organizzazioni sostenute a finanziate da Washington, come dettagliatamente spiegato anche pochi giorni fa da Eva Golinger, giornalista e avvocato venezuelano-statunitense, in un articolo pubblicato su suo blog Postcards from the Revolution (http://www.chavezcode.com). La Golinger afferma (l’articolo si trova a questo link diretto in inglese e spagnolo) che secondo la sua ultima relazione pubblica del 2013, la Ned (National Endowment for Democracy, una delle agenzie con cui gli Usa finanziano i gruppi politici filo-statunitensi) ha destinato più di 2,3 milioni di dollari a gruppi e progetti dell’opposizione venezuelana. Di questa cifra 1.787.300 milioni di dollari sono stati indirizzati direttamente a gruppi oppositori in Venezuela, mentre altri 590.000 dollari a gruppi regionali che lavorano con l'opposizione venezuelana. Più di 300.000 dollari sono stati destinati agli sforzi per sviluppare una nuova generazione di giovani leader che si contrappongono al governo di Nicolás Maduro. Tra questi gruppi c’è Forma, organizzazione legata al banchiere venezuelano Óscar García Mendoza, che attraverso il suo Banco Venezolano de Crédito fa giungere il flusso dei dollari della Ned e dell’Usaid ai gruppi oppositori come Súmate, Cedice, Sin Mordaza, Observatorio Venezolano de Prisiones e, appunto, Forma. Altra gran parte dei fondi stanziati dalla Ned per l’anno 2013-2014 è stata investita in iniziative e gruppi che lavorano con l’ambiente mediatico: Espacio Público, Instituto Prensa y Sociedad (IPYS), Sin Mordaza e GALI.

Non è un caso, fa notare Eva Golinger, che nell’ultimo anno si è assistito in Venezuela a una campagna informativa senza precedenti volta a screditare il governo di Maduro. Il tutto in piena e palese violazione della  Ley de la Soberanía Política y Autodeterminación Nacional (Legge della Sovranità Politica e Autodeterminazione Nazionale), legge varata a fine del 2010 con la quale si proibisce il finanziamento estero a gruppi con finalità politche nel Paese. Emerge chiaramente che, come accade fin dal 2001, il governo statunitense continua a finanziare i tentativi di destabilizzazione in Venezuela. Tentativi regolarmente respinti dai governi bolivariani, evidentemente ben più forti e legittimi di quello che in Ucraina è stato di recente spodestato con le stesse metodiche che si è cercato di applicare al Venezuela. Ma dopotutto a Kiev c’era stato il precedente della “Rivoluzione arancione”, sviluppata sul modello di Otpor, il gruppo ispirato dalle teorie di Gene Sharp che facilitò la caduta di Milosevic in Serbia, poi esportato con successo proprio in Ucraina nel 2004 e successivamente in altri Paesi. Venezuela compreso.

È un cerchio che si chiude. Ma, come detto, ai medesimi copioni non corrispondono gli stessi finali. A Caracas le “rivoluzioni colorate” non attecchiscono, soprattutto grazie al supporto popolare dei governi che dal 1999 si susseguono nel Paese. E così anche stavolta le “manitas blancas” non sono riuscite a sovvertire un governo democraticamente eletto.  Maduro, uscito vincitore dalle elezioni di un anno fa, è riuscito a portare al dialogo le opposizioni, le stesse che lo avevano rifiutato all’inizio delle proteste, pensando probabilmente che, visti gli accadimenti in Ucraina, fosse la volta buona per prendere il potere con un colpo di mano.

Il dialogo formale tra governo ed opposizione è iniziato il 10 aprile e finora ci sono stati tre incontri. Nel discorso di apertura del Dialogo, Nicolás Maduro ha ricordato i fatti dell’aprile 2002, il golpe poi fallito ai danni dell’allora presidente Hugo Chávez, e criticato le proteste di oggi definenedole «guarimbas», cioè azioni violente ideate per cambiare il governo in modo non costituzionale. Azioni parte del progetto denominato dagli organizzatori delle proteste “La Salida” (“L’Uscita”), cioè l’uscita dalla scena politica di Maduro e del chavismo, che sarebbero stati sostituiti dall’opposizione di centrodestra. «Qui non ci sono negoziazioni né patti, quello che dobbiamo cercare in questa rotta è un modello di tolleranza mutua» ha affermato il presidente della Repubblica Bolivariana, che ha anche ha sottolineato che non è stato facile arrivare a sedersi a parlare di pace, perché alcuni settori dell’opposizione contiuano a fare pressioni perché proseguano le azioni violente con le quali da otto settimane cercano di destabilizzare il Paese. Mentre infatti la MUD, la Mesa de la Unidad Democrática, rappresentata dal governatore dello stato Miranda e ex candidato alla presidenza per l’opposizione, Henrique Capriles Radonski, partecipa al Dialogo, altri leader politici, dirigenti studenteschi e “difensori di diritti umani” che hanno incendiato le strade del Venezuela non si sono seduti al tavolo col governo. Si tratta, tra gli altri, di coloro che hanno spinto e supportato l'iniziativa “La Salida”: Leopoldo López, di Voluntad Popular (in carcere); Antonio Ledezma, di Alianza Bravo Pueblo; María Corina Machado, a capo di Súmate; Gaby Arellano e Juan Requesens del movimento studentesco e Alfredo Romero del Foro Penal Venezolano. Insistono che non ci sono motivi per comunicare con l’esecutivo, accusato di tenere sotto sequestro alcuni sindaci e Leopoldo López (tutti accusati di avere organizzato, incoraggiato e fomentato le proteste violente) e di avere arbitrariamente privato dell’immunità parlamentare María Corina Machado, la signora che si è recata lo scorso 20 marzo all’Osa (Organizzazione degli Stati Americani) dopo che Panama la aveva nominata “rappresentante alternativa” del Venezuela. Un atto in aperta violazione della Costituzione venezuelana.

Il Dialogo inaugurato il 10 aprile è un tentativo di coinvolgere nella pacificazione nazionale venezuelana anche gli attori regionali, dimostrando l’importanza dell’unità latinoamericana. La seconda tavola rotonda, infatti, è stata tenuta alla presenza dei ministri degli Esteri di Ecuador, Colombia e Brasile, e anche del nunzio apostolico Aldo Giordani, oltre che con i membri della MUD in rappresentanza dell’opposizione venezuelana. Arrivati al terzo incontro fra governo a opposizione, gli “irriducibili” continuano però ad affermare che la MUD non rappresenta i reali protagonisti delle proteste contro il governo Maduro e sostengono che se al tavolo del Dialogo non parteciperà una rappresentanza degli studenti questo non porterà alcun risultato. Si tratta dei settori studenteschi legati a Voluntad Popular di López e alla deputata Machado, che pretendono dal governo la liberazione di tutti quelli che definiscono «prigionieri politici» e «la piena libertà per le 2.408 persone che oggi sono intimorite attraverso i provvedimenti di presentazione periodica» di fronte alla Giustizia. Nella seconda riunione tra opposizione e governo, tuttavia, l’esecutivo ha escluso la possibilità di una legge di amnistia per i detenuti pur accettando la revisione di alcuni casi.

Il Movimiento Estudiantil (Movimento Studentesco), in un comunicato reso noto qualche giorno fa ha ribadito dal canto suo che non parteciperà alle riunioni, mentre il presidente de la Federación de Centros Universitarios de la UCV y de la Confederación Nacional de Estudiantes Universitarios, Juan Requesens, ha affermato che in ogni caso «il dialogo non presuppone la fine delle proteste nelle strade. Gli studenti continueranno a mobilitarsi, esigendo i loro diritti e una vita migliore per i venezuelani». La scuola di Sharp, insomma, mantiene fedeli i suoi adepti e non smette di sperare in un finale ucraino, magari agevolato dalla crisi economica e dal problema della sicurezza. Non è un caso che, parallelamente al Dialogo, il governo bolivariano ha avviato in questi giorni la seconda fasa dell’offensiva volta a contrastare la “guerra economica” con la quale da più di un anno i settori legati al capitale e alla finanza straniera cercano di destabilizzare il Paese con l’accaparramento dei beni di prima necessità e l’aumento indiscriminato dei prezzi.

Il progetto ha tre obiettivi basilari: l’impulso della produzione e degli approvvigionamenti e la difesa dei prezzi equi. Mentre dal 25 aprile, come parte del Plan Patria Segura, sono stati dispiegati 120mila funzionari della Guardia Nacional in tutto il territorio nazionale e in particolare nelle 20 aree con il maggior tasso di violenza. Caracas lavora per mantenere salda la Rivoluzione bolivariana e risolvere i problemi oggettivi che ne minano il cammino. Fu lo stesso leader bolivariano Hugo Chávez a indicare nell’insicurezza e nella corruzione i principali problemi del Paese e a tracciare nel Plan de la Patria col quale si presentò alle elezioni del 2012 le linee fondamentali per affrontarli. Nicolas Maduro, in occasione del primo incontro del Dialogo nazionale ha riaffermato che in Venezuela ci sono certamente problemi, «quelli naturali e quelli indotti», ma ci sono scenari su cui dibattere di qualunque circostanza. E soprattutto il futuro del Venezuela non sarà scritto da chi ha pensato che la Rivoluzione Bolivariana fosse morta assieme al suo leader: «Ci sono settori che hanno creduto che con la morte del Comandante Chávez la rivoluzione sarebbe implosa – ha affermato Nicolas Maduro -  (Ma) attraverso giudizi sbagliati coloro che hanno convocato “La Salida” hanno fatto stime sbagliate.»

Alessia Lai

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