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La ripresa... della disoccupazione

La disoccupazione al 13% è di fatto una non notizia. Una non notizia perché è davanti agli occhi di tutti la continua chiusura di imprese di ogni tipo. E perché ognuno di noi conosce qualcuno che in questo ultimo anno ha perduto il lavoro.

Il dato del 13% si riferisce a febbraio scorso e rappresenta una impennata non da poco rispetto ai senza lavoro di febbraio 2013 (11,9%). Il dato è stato reso noto dall'Istat che in tal modo ha dovuto sbugiardare le proprie rosee previsioni e quelle del governo che alla fine dell'anno scorso parlavano di un massimo del 12,4%. E quelle più recenti della Banca d'Italia che, più abituata al pessimismo, parlava di un 12,8%.

Certo i dati statistici sono troppo spesso il frutto di un gioco dei bussolotti o di previsioni azzardate dove le speranze si uniscono alle distorsioni della realtà. Le previsioni degli organismi istituzionali erano basate sui presunti “segnali” di una ripresa o meglio di un accenno di ripresa che stava caratterizzando la nostra economia. Segnali reali, insistevano a Palazzo Chigi e Via Nazionale. Segnali, spiegavano dal Palazzo, che ci dicono che l'Italia è riuscita ad attaccarsi al treno della ripresa internazionale anche se non è in grado di coglierne tutte le potenzialità. Un problema nato a causa della bassa competitività delle imprese a sua volta effetto di un mercato del lavoro condizionato da troppi lacci e lacciuoli. In altre parole da un mercato (sic!) del lavoro dove non esiste la più totale libertà di licenziamento. Questo il succo di tutte le chiacchiere sparse a piene mani dai politici e dalla Confindustria quando parlano di “flessibilità”.

La premessa per poi imporre il principio del precariato. Nell'uno e nell'altro caso l'idea che si vuole fare passare è che io imprenditore ti assumo, se poi la domanda dei miei prodotti cala, ti mando via. La realtà vera è che tutti sapevano che la disoccupazione era in aumento e che stavano assumendo soltanto le imprese orientate all'esportazione. Come la moda e quelle che da tempo si sono specializzate in settori dove l'alta tecnologia si sposa al genio italiano.

A creare occupazione non aiuta nemmeno l'incertezza della legge, che non è soltanto la scarsa chiarezza delle normative. Quelle esistenti e quelle di cui si parla. Come apprendistato, contratto unico a tutele crescenti e il famoso jobs act triennale. Ma è anche il fatto che ogni governo si sente in dovere di fare la “sua” riforma che non fa altro che creare un ingorgo normativo, capace di scoraggiare qualunque impresa dall'assumere nuovo personale.

Peraltro sono gli stessi imprenditori che non hanno ancora perduto il buon senso ad ammettere che la produttività individuale aumenta se a fronte di questa c'è una occupazione stabile. Possibile che la politica non lo capisca?

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