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Con la crisi, è boom dei discount

La caduta del potere d'acquisto delle retribuzioni (e delle pensioni) è un fatto acquisito. E non basteranno gli 80 euro al mese stanziati da Renzi in busta paga per provocare un'inversione di tendenza. 

La crisi economica in Italia si muove tra recessione e depressione. Uno scenario, questo secondo, che non è poi così ipotetico se si pensa al calo del livello dei prezzi che mette in pericolo la sopravvivenza delle imprese che ancora sono in grado di resistere. Sull'altro fronte, quello delle retribuzioni, è notte fonda. Più del 50% delle famiglie si trova in una costante difficoltà di fare quadrare i conti. Risparmiare è diventata la parola d'ordine. Si finisce così per tagliare spese che un tempo erano considerate “fisiologiche”, tipo la cena in pizzeria il sabato sera, ormai divenuta un lusso, e si cerca di tagliare sulle spese fisse, comprese quelle alimentari. Il fenomeno più evidente degli ultimi anni è il boom delle vendite nei discount che hanno sottratto consistenti fette di clienti ai supermercati che hanno pagato la crisi con crolli verticali delle vendite. Il fenomeno era in ogni caso prevedibile ed è confermato dai dati ufficiali che sottolineano come nei primi tre mesi dell'anno ben 5 famiglie italiane su 7 abbiano fatto acquisti nei discount. Oltre il 70% delle famiglie fa la spesa facendo bene attenzione a quello che spende tanto che gli acquisti di offerte speciali, tra gennaio e marzo, sono più che raddoppiati rispetto al 2013. 

Il successo dei discount ha portato un aumento dell'occupazione nel settore e la prospettiva di aperture di nuovi centri vendita. Un successo che non poteva non riflettersi sulla moria di piccoli esercizi alimentari a conduzione familiare che non erano più in grado di sostenere la concorrenza, già prima in occasione della diffusione dei supermercati ed ipermercati, e ancora di più adesso che stanno subendo il colpo di grazia dai discount. 

La svolta in atto si presta poi a due differenti analisi. La prima riguarda il minore impatto della pubblicità televisiva che deve sempre più tenere conto del fatto che il prezzo è ormai molto più importante del marchio, del brand e di tutto quello che esso può muovere nella testa delle persone. Di riflesso, si sta verificando quindi un calo delle vendite per i marchi più famosi dell'alimentare italiano che proprio attraverso la pubblicità televisiva mirata avevano aumentato le proprie vendite in maniera esponenziale. Al contrario si trovano avvantaggiate le innumerevoli piccole imprese che quanto a qualità dei prodotti offerti nulla hanno da invidiare ai marchi più noti. Anzi. Paradossalmente la crisi ha finito per avvantaggiare i prodotti a basso prezzo di quelle imprese che non sono obbligate ad investire sulla pubblicità. Non è un mistero infatti che il differenziale di prezzo tra il prodotto X e quello Y, a parità di qualità offerta, sia l'effetto delle campagne pubblicitarie e dei maggiori costi di distribuzione affrontati dai grandi gruppi nazionali che ormai sono in maggioranza finiti sotto controllo azionario estero. In particolare quello di società francesi che, in diversi casi, hanno incominciato a sostituire prodotti italiani con prodotti similari di oltralpe. Paradossalmente quindi i discount, che pure offrono prodotti alimentari provenienti da tutta l'Unione europea, si stanno rivelando, per certi settori, un bastione dell'italianità, offrendo una valvola di sfogo a tante imprese che altrimenti si troverebbero fuori mercato. E questo non dovrebbe che rallegrare, in una fase come questa nella quale le multinazionali alimentari europee ed americane stanno operando per arrivare ad una standardizzazione del cibo e alla cancellazione delle peculiarità nazionali alimentari.

Irene Sabeni

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