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Il Fmi in difesa delle banche, ovviamente

La stretta creditizia in Italia, a causa dei suoi inevitabili impatti sociali ed economici, preoccupa anche il Fondo monetario internazionale. Il che è tutto dire. L'organismo usuraio di Washington è infatti da sempre un araldo delle ragioni del Libero Mercato e all'interno di esso degli interessi delle banche. Niente di diverso dalla filosofia di base e dalle modalità operative di altre similari istituzioni come la Banca mondiale e la Bce. 

In un suo rapporto, il Fmi sottolinea che mentre Germania e Stati Uniti hanno quasi completamente superato la stretta creditizia, conseguenza della crisi finanziaria del 2007-2008, altri Paesi, come appunto l'Italia, sono ancora condizionate dalle debolezze del settore bancario. 

Non siamo soli comunque. Francia, Spagna e Irlanda ci fanno compagnia. I ”tecnici” del Fmi sottolineano che un allentamento della stretta creditizia o addirittura un ritorno a rapporti normali e fisiologici tra banche e imprese potrebbe portare ad un aumento annuo di circa il 2% del Prodotto interno lordo. Sai che scoperta, ci sarebbe da commentare. 

L'organismo presieduto dall'ex ministro francese delle Finanze, Christine Lagarde, parte da una analisi giusta e corretta dal punto di vista tecnico, ma finisce però per inciampare nelle contraddizioni derivanti dall'essere una struttura non indipendente e condizionata dal suo ruolo di gendarme degli equilibri (e dei disequilibri) finanziari globali e dal peso dei suoi finanziatori, gli Stati Uniti in primo luogo. È banale infatti affermare che la stretta creditizia impedisce la crescita. Se le banche non prestano soldi alle imprese, queste non possono investire in nuova tecnologia, non assumeranno nuovo personale, non compreranno materie prime e le aziende fornitrici non potranno fare altrettanto e via avanti così, come ci insegnano le teorie economiche grazie al più classico effetto moltiplicatore. Ma sono invece le soluzioni suggerite ed auspicate dal Fmi a confermare come la sua attenzione sia rivolta soprattutto alla salute delle banche che in Europa come negli Usa sono state massicciamente aiutate con risorse pubbliche. In Europa dalla Bce e da altri meccanismi statali. Negli Usa dal Tesoro e dalla Federal Reserve. Così il Fmi, arriva ad affermare che se la priorità per l'Eurozona è quella di creare le condizioni per una crescita economica più forte e di lunga durata, bisogna al tempo stesso evitare che si creino rischi di deflazione (che danneggerebbero le imprese) ed assicurare la stabilità finanziaria. Quella dei conti pubblici. Il tasso di inflazione “fisiologico” è fissato dal Fmi ed anche dalla Bce intorno al 2% annuo. Al contrario, affermano i tecnici della Lagarde, una inflazione più bassa in un Paese come l'Italia con un alto debito, complicherebbe ancora di più la situazione e porterebbe ad un rialzo dei tassi di interesse. 

Le conclusioni sono in linea con quelle della Bce. Le politiche macroeconomiche dei governi dovrebbero restare “accomodanti” e quindi i governi dell'Eurozona dovrebbero sostenere ulteriormente la domanda interna. Come? Presto detto. Attraverso “un maggiore allentamento monetario”. Quindi, dando altri soldi alle banche. Le stesse cose che dice Draghi quando annuncia misure “non convenzionali”. E infatti il Fmi, dopo aver parlato di "ulteriori tagli ai tassi di interesse” auspica “operazioni a lungo termine di finanziamento alle banche”. 

Se si pensa che la Bce ha prestato tra il 2011 e il 2012 (con Draghi alla guida) ben mille miliardi di euro alle banche al tasso dell'1% e che quei soldi sono stati usati per ricapitalizzarsi e non per aiutare l'economia reale, si capiscono bene le relazioni di interessi che si sono venute a creare tra controllori e controllati. Una ricapitalizzazione necessaria perché le banche dell'Eurozona erano piene di debiti a seguito di investimenti andati a male e di speculazioni vere e proprie. Così, tanto per andare sul sicuro, quei soldi sono stati utilizzati in Germania come in Italia per comprare titoli di Stato che garantiscono entrate finanziarie sicure e continue in termini di interessi. E questa scelta ha legato sempre di più il destino delle banche a quello dei conti pubblici nazionali. Con la differenza che in Germania settore statale e settore privato costituiscono un blocco monolitico e tale peculiarità, attraverso un abile gioco di sponda, ha permesso di reagire alla crisi in maniera unitaria. In Italia non è stato così. Ma evidentemente gli aiuti pubblici (perché tali sono) della Bce non sono stati sufficienti ed ora si vuole fare il bis. 

Ma più soldi alle banche non significa assolutamente la ripresa del credito alle imprese. Le indiscrezioni filtrate dagli uffici della Bce su acquisti di titoli pubblici per 1.000 miliardi (la Bce può acquistare quelli fino a 3 anni) faranno entrare di fatto la Banca Centrale in apparente concorrenza con le altre banche, ma non le obbligheranno a tornare a finanziare le piccole e medie imprese che in Italia rappresentano chi investe e chi produce. 

Anche in questo caso le banche hanno scelto di non rischiare e continuano a dare soldi, ad esempio, ad un gruppo come la Fiat che ha scelto di smobilitare e di lasciare in Italia il solo settore delle auto di lusso. 

Con tale approccio, in sostanza, la crescita resterà una chimera.

Irene Sabeni

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