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Draghi, l'amico delle banche, conferma gli "aiuti"

Il lupo mantiene il pelo e purtroppo pure il vizio. Mario Draghi ha annunciato di essere pronto all'ennesimo regalo alle banche, ribadendo in tal modo che le banche sono il centro della vita economica e che devono continuare ad esserlo.  

L'ex vicepresidente europeo di Goldman Sachs, transitato purtroppo alla presidenza della Bce, ha annunciato che sono in arrivo misure “non convenzionali” nell'ambito della politica monetaria. Un termine molto caro a Draghi che da mesi lo utilizza per anticipare le prossime mosse della Banca centrale europea. Nella abituale riunione mensile del direttivo dell'istituto di Francoforte è stato deciso di lasciare invariati i tassi di interesse, ad incominciare da quello di riferimento che resterà così allo 0,25%.  Draghi ha ammesso che nel direttivo si è discusso a lungo se abbassare ancora i tassi, in base alla considerazione che la ripresa economica è ancora troppo bassa e che di conseguenza tassi più bassi potrebbero favorire l'erogazione di credito alle imprese. A frenare tale misura sono stati però i pericoli di deflazione presenti nell'area dell'Euro. Una deflazione che sta mettendo in seria difficoltà le imprese che hanno investito e che ora rischiano di vedere tagliati i ricavi che avevano stimato di incamerare e rischiano di vedere finire in rosso i propri conti. 

La deflazione rischia insomma, grazie ad un effetto domino, di trasformare l'attuale recessione in una devastante depressione. Certo, Draghi e soci hanno sempre tenuto a sottolineare e a ricordare che il compito istituzionale della Bce è quello di garantire la stabilità dei prezzi, ma tra stabilità e crollo c'è una bella differenza. 

La politica monetaria “non convenzionale” di Draghi resterà quindi la stessa. Si aumenterà la liquidità in circolazione prestando soldi alle banche ad un tasso più che favorevole. Draghi e soci lo hanno già fatto. Tra il novembre del 2011 e il marzo dell'anno seguente, la Bce erogò infatti prestiti triennali alle banche dell'Eurozona per oltre 1.000 miliardi di euro al tasso dell'1%. Soldi regalati quindi. Soldi che le banche avrebbero dovuto utilizzare per sostenere la cosiddetta “economia reale”. Quindi gli investimenti delle imprese e i consumi delle famiglie. Questo almeno in teoria. Perché Draghi si guardò bene dal vincolare quei soldi ad uno specifico utilizzo tanto che le banche li utilizzarono per tutt'altri scopi. Siccome prestare soldi alle imprese e alle famiglie è considerato rischioso, le banche hanno preferito prestarli agli Stati che come tali non possono fallire e che garantiscono il rimborso del capitale e il pagamento costante di interessi. In tal modo le banche sono state messe nelle condizioni di ricostruire il capitale proprio, intaccato da speculazioni e da investimenti dagli esiti disastrosi. 

Una deriva che ha danneggiato l'economia reale, in Italia la stretta creditizia è una realtà eclatante, ma che nell'ottica di Draghi è stata positiva. Essa ha contribuito a calmierare il livello dei tassi di interesse, a tenere basso il livello dello spread tra i Bund tedeschi (i più affidabili dell'area dell'Euro) e i titoli di Paesi a rischio come i Bonos spagnoli e i Btp italiani e di conseguenza tenere bassa anche l'inflazione. Peccato che una misura del genere, almeno nel caso dell'Italia, sia stata in palese contraddizione con la politica della austerità predicata sia dalla Bce che dalla Commissione europea. Organismi che predicano da anni la necessità della riduzione del debito e del disavanzo pubblici in nome del rispetto dei vincoli del Patto di stabilità. E nel caso dell'Italia la bonaccia finanziaria ha fatto sì che il debito schizzasse sopra il 134% rispetto al Pil. Oltretutto, questa stabilità finanziaria sui mercati, che non aiuta l'economia reale, è stata sostenuta anche dall'acquisto di titoli pubblici a breve e a lungo termine compiuta rispettivamente dalla Bce e dall'Esm, il fondo europeo permanente salva Stati. Una bonaccia finanziaria che sempre nel caso dell'Italia ha visto scendere lo spread sotto quota 145 punti. Un vero assurdo se si pensa che nel novembre del 2011 quando cadde Berlusconi il debito era al 120% e lo spread a 570 punti. 

Draghi, che non è molto amato in Germania, sia come italiano che come anglofono e anglofilo, si è tolto qualche sassolino dalle scarpe ricordando che anche Francia e Germania in passato sforarono il tetto del disavanzo previsto dal Patto di Stabilità. Io non ero alla Bce, voleva dire l'ex Goldman Sachs, quindi non posso essere accusato di omesso controllo

Resta il fatto che la Merkel non ha gradito. E resta il fatto che in Italia, della situazione, non c’è traccia nel dibattito pubblico.

Irene Sabeni

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