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Chi tramò contro Silvio? Certamente non gli USA…

Cui prodest? A chi conviene? Di fronte al “Geithner affaire” torna di attualità la vecchia domanda-passepartout, che confida di illuminare i lati oscuri delle lotte per il potere andando al di là delle apparenze e identificando, appunto, chi si avvantaggia maggiormente dall’intrigo di turno.

Il rischio, però, è che anche in questo caso si commetta un errore decisivo, ancora prima di cominciare le analisi: quello di muoversi comunque all’interno della rappresentazione mediatica, prendendo per buono che i protagonisti siano solo quelli indicati - ossia Berlusconi e i suoi avversari, sia italiani che stranieri – e che i rispettivi interessi siano davvero antitetici. Così, ad esempio, ci si concentrerà/accanirà sulle circostanze che nell’autunno 2011 indussero lo stesso Berlusconi a dimettersi da presidente del Consiglio, col risultato di finire fatalmente risucchiati nei gorghi delle opposte versioni. Di qua le requisitorie di Forza Italia, con la richiesta perentoria di chiarimenti ufficiali e persino di una commissione d’inchiesta (che d’altronde non servirebbe ad alcunché se non a fingere una indipendenza di giudizio e una volontà di trovare la verità che sono escluse a priori, visto il sostanziale asservimento della maggioranza dei parlamentari ai diktat dell’establishment, sia politico che economico), e di là le repliche dell’amplissimo fronte filogovernativo, Quirinale compreso.

Le presunte vittime tuonano, invocando giustizia. I presunti colpevoli tuonano a loro volta, negando qualsiasi addebito. L’opinione pubblica, si suppone, dovrebbe appassionarsi alla diatriba e continuare così, una volta di più, a restarsene intrappolata nella tipica messinscena del bipolarismo: due sono i contendenti e uno di essi, come è logico, deve avere necessariamente ragione. Oppure, quantomeno, più ragione dell’altro. Do you like Berlusconi? Do you like Renzi?  

L’abbaglio, accuratamente pianificato, è in questa falsissima dicotomia, che replica all’infinito lo stesso copione ma che di volta in volta assume forme diverse, allo scopo di riaccendere l’attenzione generale e rinfocolare le abituali faziosità. Viceversa, le due posizioni non vanno contrapposte fra loro, nel puerile e fuorviante intento di stabilire quale delle due sia attendibile, ma considerate in parallelo, come sfaccettature della medesima questione. Anzi, della medesima strategia.

L’obiettivo, infatti, è discutere di tutto tranne che degli aspetti cruciali. Per dirla in termini economici, o economicistici, equivale a parlare a getto continuo dei fenomeni “micro” e ignorare i fattori “macro”. Sui saliscendi dei listini di Borsa veniamo aggiornati senza sosta, e addirittura a più riprese nel corso della stessa giornata; sulla speculazione che determina, anzi persegue, quelle oscillazioni si dice poco o nulla. I riflettori sono puntati sugli effetti. Le vere cause rimangono (devono rimanere) nell’ombra.

Torniamo alla domanda iniziale, allora. Cui prodest? A chi conviene questo ennesimo balletto avviato dalle rivelazioni dell’ex Segretario al Tesoro Usa Tim Geithner? Semplice: innanzitutto conviene a chi vuole accreditare l’immagine di un governo statunitense super partes, che non è disponibile ad assecondare le manovre, o manovrine, che si ordiscono all’interno dell’Unione europea. La premessa è che «nell'autunno del 2011 funzionari europei ci contattarono con una trama per cercare di costringere il premier italiano Berlusconi a cedere il potere; volevano che noi rifiutassimo di sostenere i prestiti del Fmi all'Italia, fino a quando non se ne fosse andato». L’autocelebrazione arriva a ruota: «Parlammo al presidente Obama di questo invito sorprendente, ma per quanto sarebbe stato utile avere una leadership migliore in Europa, non potevamo farci coinvolgere in un complotto come quello. “Non possiamo avere il suo sangue sulle nostre mani”, dissi io. Per arginare la crisi dell'euro gli Stati Uniti puntarono sull'asse con il presidente della Bce Mario Draghi, che grazie al programma per sostenere i bond europei riuscì a evitare il collasso».

Insomma: evviva Washington, maestra di democrazia e nume tutelare della sovranità altrui, ed evviva Francoforte, maestra di sagacia finanziaria.  

Tuttavia, poiché ci si guarda bene dal fare dei nomi limitandosi invece a riferirsi, come abbiamo visto, a imprecisati «funzionari europei», il tornaconto Usa non comporta nemmeno particolari danni né ai vertici Ue, né a quelli italiani. Una girandola di smentite, sai che novità, e la pantomima è pronta ad andare avanti indisturbata. Proprio come in Borsa, ogni speculatore tira acqua al suo mulino ma allo stesso tempo si pone al servizio della Grande Macina Globale.

Federico Zamboni

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