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Le regalie e la debolezza di Renzi

Matteo Renzi sa sicuramente come conquistarsi  il favore degli italiani. O almeno di larga parti di questi. I famosi 80 euro mensili in più in busta paga andranno anche ai disoccupati e ai lavoratori in cassa integrazione. Altro che elemosina, hanno ribadito da Palazzo Chigi i tecnici del pupillo di Soros. Chi la chiama elemosina non sa cosa dice e soprattutto ignora le difficoltà della gente comune anche nel sostenere la spesa di tutti i giorni. 

I soldi, sempre in nome della par condicio, andranno anche agli eredi dei lavoratori deceduti per quanto riguarda il periodo lavorato nel 2014. La notizia non è da poco. Una bella sorpresa per milioni di persone che, si spera, ne terranno conto al momento di votare per le europee. Siamo il governo del fare. Per fare, per crescere, come recitava il primo inno di Forza Italia. E in funzione della crescita economica, cosa c'è di meglio di un po' di soldi per sostenere la domanda interna di beni e di servizi? Una notizia che è arrivata insieme a quella relativa all'aumento del debito pubblico a 2.120 miliardi di euro che conferma che l'economia italiana è agonizzante e che non saranno le chiacchiere di facciata a rimetterla in sesto. I mercati finanziari hanno fiducia nell'Italia e nelle sue prospettive di ripresa, ha insistito Renzi nel corso di una delle sue tante performance televisive. Lo testimonierebbe il calo dello spread tra i Btp e i Bund tedeschi. Quella che in realtà è la presa d'atto che, a fronte degli interventi della Bce e del Fondo europeo salva Stati, non è più fruttifero per nessuno speculare contro i titoli di Stato. I soldi, ha insistito Renzi, ci sono anche per il nuovo intervento a favore di due categorie disagiate. Già, i soldi. Quelli che l'ex sindaco è sicuro di trovare nonostante i pareri contrari espressi dai tecnici del Senato. Una correzione fatta al governo che è la punta dell'iceberg dei malumori che la politica del Rottamatore ha fatto emergere in tutti i gangli dello Stato centrale e a livello locale. Come tutti i capi carismatici, o che aspirano ad esserlo, Renzi si aspetta una investitura popolare. Il voto del 25 maggio può essere in tal senso sia la conferma della sua immagine nuova sia l'inizio della sua fine politica. Un insuccesso elettorale, come il secondo posto dietro il movimento di Grillo, potrebbe fare riemergere nel PD il vecchio apparato post comunista di cui Bersani è il massimo esponente. Un apparato che non ha gradito il golpe interno contro Enrico Letta che è stato rispedito a fare il nipote di cotanto zio. 

Anche uno come George Soros che apprezza Renzi da anni (e questo per noi costituisce una aggravante) ha osservato che Renzi non controlla il partito che lo ha mandato a Palazzo Chigi. Lo stesso partito che non ha gradito la fine del rapporto preferenziale con la Cgil e la chiusura di fatto della politica della concertazione, in nome della quale ogni misura di politica economica doveva essere contrattata con il sindacato. Un costume che, secondo Renzi, e non solo per lui, è una esclusiva italiana e che rappresenta una delle cause della arretratezza del nostro Paese e dell'incapacità dei governi di assumere decisioni. L'appuntamento europeo si lega poi alle manovre in atto nel PD per conquistare la poltrona che spetta all'Italia nella nuova Commissione europea e per la successione di Napolitano che ha già fatto sapere di averne abbastanza ma che prima di andarsene vorrebbe vedere l'Italia messa “in sicurezza”. Un termine che implica il desiderio di vedere ridimensionato il gradimento degli italiani nei confronti dei grillini anti-europei e anti-euro. Una sconfitta alle europee farebbe emergere quindi le richieste rivolte a Renzi di tenersi il governo ma di lasciare ad altri la segreteria del partito. Altri che, è quasi inutile precisarlo, ci metterebbero poco a gettare le premesse per liquidarlo e rimandarlo a sciacquare i panni in Arno. 

Dalla sua, Renzi ha però la realtà di rappresentare ancora una novità e di avere una bella immagine. Mentre, di fronte, ha un movimento come quello di Grillo che se non riuscirà a dare alla rabbia degli italiani una prospettiva reale di governo rischia di impantanarsi negli acquitrini della politica italiana e di perdere tutta la sua potenzialità di essere la forza in grado di cambiare finalmente le cose.

Irene Sabeni

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La rabbia e la menzogna

Rassegna stampa di ieri (14/05/2014)