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L'Italia se la fa sotto e vota Renzi

Dobbiamo fare ammenda. Avevamo completamente sbagliato le nostre previsioni sul voto per le europee. Le piazze piene dei comizi di Grillo ci avevano illuso spingendoci ad ipotizzare un plebiscito per il 5 Stelle come conseguenza della rabbia crescente degli italiani per la crisi economica in corso, per l'aumento della disoccupazione, per la povertà crescente e per la più generale mancanza di prospettive. Il plebiscito c'è stato ma in un'altra direzione. E non ha riguardato tanto il Partito Democratico quanto Matteo Renzi che ha ottenuto un risultato che non si può che definire eclatante. 

Il 40% ed oltre dei voti, quasi il doppio di quelli di Grillo e lasciamo perdere l'enorme assenteismo che ha penalizzato tutti i partiti. Una percentuale del genere l'aveva ottenuta e superata soltanto la DC nel 1948 (il 48%) e nel 1958 (il 42%). La stessa DC negli anni sessanta e settanta era arrivata al massimo al 38% con punte di oltre il 50% soltanto nel bianchissimo (nel senso di cattolico) Veneto. 

La chiave di lettura che si deve dare del voto - ma questo giornale ci tornerà sopra a breve con altri interventi - è quella di un voto di destra che è andato a premiare il capo di un partito che si definisce di sinistra e che è membro del Partito Socialista Europeo. Renzi è quindi il vero trionfatore di queste elezioni. Sia sul piano governativo che sul piano interno del PD dove avrà buon gioco nello spingere nell'angolo le componenti di sinistra tradizionale (ex PCI) e quelle più legate alla Cgil che chiedono da tempo una politica più sociale e l'introduzione di una imposta straordinaria sui grandi patrimoni. 

Nei fatti Renzi ha occupato lo spazio politico una volta occupato da Berlusconi e da Forza Italia. Il mondo delle imprese e il popolo delle partite Iva, di fronte alla promessa di una sburocratizzazione e ad una liberalizzazione della vita economica, che si attendono da decenni, hanno votato in massa per Renzi che ha ottenuto un consenso che è andato ben oltre le sue più rosee aspettative. E pazienza se la riforma del mercato del lavoro diffonderà ancora di più il precariato e la flessibilità che penalizzeranno milioni di dipendenti. Del resto tutto il mondo va in quella direzione. 

Un successo che non si può spiegare soltanto con gli 80 euro in più in busta paga ma ha a che fare con qualcosa di molto più profondo e cioè la paura. La paura legata al proprio futuro che appare quanto mai incerto. La paura che l'assenza di un governo stabile possa far precipitare una situazione economica già di per se stessa grave. Una paura unita alla consapevolezza che se anche i vincoli creati dall'euro e dal patto di stabilità bloccano le prospettive di ripresa economica e hanno contribuito ad aggravare la situazione e a diffondere la povertà, questo è sempre meglio di un salto nel vuoto. Di conseguenza, nonostante tutti i suoi limiti e i suoi legami con gli ambienti atlantici anglofoni, Renzi è stato visto come il male minore, con buona pace di Crozza che lo aveva trasformato in una autentica macchietta. 

Da parte sua Grillo, nonostante l'affermazione come secondo partito, ha perso voti e ha pagato la sua sovra esposizione mediatica e l'aver tarpato le ali ai dirigenti del suo movimento che solo negli ultimi tempi hanno avuto l'occasione di mostrare il proprio volto, di farsi conoscere dal grande pubblico e di svincolarsi dall'abbraccio del fondatore. 

Il voto di protesta che ha gratificato Grillo resta in ogni caso imponente ed è la manifestazione più evidente della rabbia degli italiani verso una politica parolaia e retorica, portata sempre e comunque a difendere nei fatti gli interessi delle élite e della burocrazia tecnocratica di Bruxelles (Commissione europea) e di Francoforte (Bce). Una rabbia che in altri Paesi come la Francia ha raggiunto risultati ancora più imponenti e che dovrebbe spingere le forze maggioritarie nell'Europarlamento (democristiani e socialisti) ad una seria riflessione su quelli che devono essere gli interessi da tutelare. Quelli dei cittadini.

Irene Sabeni

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