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Popolo di tarati, avanti!

Al di là dei risultati politici, al di là del fatto che in tutta Europa – fatta debita eccezione, com’era prevedibile, per la Germania – siano stati disconosciuti gli attuali Governi al potere e al di là delle fosche sorti che ci toccheranno, il dato stupefacente delle nostre ultime elezioni è rappresentato dagli stessi elettori italiani: il 40,81% di essi ha accordato la propria preferenza a Renzi, mentre il 16,82% ha preferito Berlusconi. Una maggioranza italiota davvero schiacciante, questa. Più che un indagine sulle votazioni, allora, andrebbe intrapreso uno scrupoloso e imparziale studio antropologico sui votanti del Bel Paese.

La domanda da porsi, per iniziare, non è cosa ne sarà di noi, ma cos’è stato di noi la scorsa domenica: cos’è stato della nostra malcelata sopportazione nell’assistere per la terza volta consecutiva all’ingiustificato spettacolo di un Governo che non è stato eletto dal “popolo sovrano” e che, di fatto, rappresenta il perfetto prosecutore della linea eurocratica Monti-Letta? A dimostrazione di quanto detto, un nome per tutti: Pier Carlo Padoan, Ministro dell’Economia, soprannominato niente meno che “il “cheerleader dell’austerità”. 

Cos’è stato della nostra rivolta rispetto alle sconfitte patite quotidianamente, tassa su tassa, spreco su spreco, ingerenza su ingerenza? Cos’è stato dell’indignazione per quella spudorata elemosina equivalente a ottanta euro e destinata proprio a tutti, tranne che agli “incapienti”, ovvero a coloro i quali, non arrivando a guadagnare 8.000 euro l’anno, sono i veri poveri? 

Ancora, cos’è stato della volontà di liquidare chi a sua volta si disfa dei beni e delle bellezze italiane – laddove vendere un’opera equivale già a svendersi – impiegati alla stessa stregua di provvisori tappabuchi? Cos’è stato della vergogna da vendicare a furor di coscienze per quei connazionali – umiliati come uomini, prima ancora che come lavoratori – morti di Stato? E cos’è stato, infine, non del nostro coraggio di gettarsi a capofitto nel buio, ma della nostra disperazione e, perché no, della nostra autentica e vitale paura di non volerlo continuare, questo buio?

E’ stato un fuoco di paglia, la nostra insubordinazione, che tuttavia ha irrimediabilmente incendiato le intenzioni di chi, tacciato di essere un populista, un qualunquista, un mozzorecchi, un agitatore e, dulcis in fundo, un incolto fatto e finito, ha voluto suo malgrado partecipare e dissentire. 

Alle elezioni per le europee, in Italia, è stato clamorosamente sconfitto il senso della responsabilità nei confronti, non solo di noi stessi, ma dei nostri congiunti, amici e vicini, ormai usurati da un analfabetismo politico, economico e sociale. Ed è stato sconfitto il senso della comunità – o quello che di essa restava – per cui il suicidio di un imprenditore o di un operaio, il fallimento di un’impresa o di una famiglia, avrebbero dovuto riguardare le sorti e ancora le coscienze di un intero popolo, al di là dei partiti e delle posticce ideologie. 

Verrebbe da dire che gli Italiani – questi sconosciuti, questi tarati, questi rammolliti d’indole – meritano esattamente ciò che hanno, né più né meno, e che i rappresentanti politici tanto discussi non sono altro che lo specchio della loro decadenza spirituale, morale ed etica; subito dopo, verrebbe da ritirarsi in buon ordine e in perfetta solitudine sulla propria torretta d’avorio, se non fosse per quella cocciutissima e inestinguibile volontà di partecipazione, di rammarico e di ribellione che legano, di nuovo e sempre, il sentire all’agire, il pensare all’essere e il destino proprio a quello altrui. Senza mai uno scarto e senza eccedenza alcuna. Nonostante gli Italiani.

Fiorenza Licitra

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