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Grillo, tempo di cambiare: largo ai giovani e sovranità

Restiamo coi piedi per terra. Un risultato elettorale, anche per noi miscredenti dell’urna, va interpretato per le spinte sociali e le motivazioni politiche che esprime, non con piagnucolamenti isterici o psicologismi da bignami. Né con invettive auto-assolutorie e moralistiche. Queste europee vanno analizzate per quel che sono, non per confermare o smentire i nostri pregiudizi.

  • Il primo partito resta l’astensione: 42% degli aventi diritto. Che è composta, come sempre, da due tipi di non-elettore: l’astenuto, che non vota per indifferenza, ignoranza o pigrizia, e l’astensionista, che non vota per scelta consapevole. Danneggia e ha danneggiato soprattutto il Movimento 5 Stelle, primo candidato a rappresentare la vastissima area del rifiuto integrale. Rispetto alle tornate europee del 2004 (27%) e del 2009 (34%), l’aumento del non voto indica un progressivo distacco degli italiani dall’ideale europeo, diventato un Leviatano monetario e finanziario che ha profondamente deluso quello che era il popolo più europeista dell’Unione. 
  • Sommata l’astensione alle percentuali dei partiti no euro, eurocritici o euroscettici (M5S, Lega Nord, Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lista Tsipras), la protesta diretta e indiretta contro l’Ue-Bce è maggioranza assoluta nel Paese. 
  • Ha stravinto Matteo Renzi, il dottor Dulcamara (udite udite, o rustici) al governo. Non il Partito Democratico. La trasversale e interclassista fetta di società italiana che ha dato il 42% dei voti alle liste Pd l’ha dato in realtà al marketing politico del premier salito a Palazzo Chigi con una manovra di palazzo. Mettendo insieme l’elettorato caninamente fedele al richiamo di partito (nonostante tutte le figuracce in serie del Pd in questi anni), una piccola ma significativa parte di chi alle politiche 2013 aveva votato M5S per mancanza di altre “novità”, la moltitudine sensibile al voto di scambio degli 80 euro e, soprattutto, i transfughi dal Pdl-Forza Italia e da Scelta Civica (piccoli e medi imprenditori, artigiani, commercianti, professionisti) ipnotizzati dall’”uomo del fare” e dal Job’s act molto cool e molto liberista, ammucchiando tutto si arriva alla maggioranza relativa che ha lasciato di stucco tutti, a cominciare dai democrat. L’agente, il movente e il collante di questo blocco neo-democristiano fondato sulle slides è solo e soltanto lui, il Berluschino aggiornato ai tempi, molto più pericoloso dell’originale perché non affetto da satirismo, condanne, età ottuagenaria e logoramento dopo vent’anni di mancate “rivoluzioni liberali”. 
  • Il 42% dei votanti equivale al 23% dell’intera popolazione italiana. Meno di 1 su 4. I pidioti, dopo la sbornia del primo giorno, sgonfino presto la boria molto poco democratica.
  • Chi ha fatto una campagna elettorale su pochi elementi fortemente simbolici, semplici e chiari ha avuto soddisfazione: gli 80 euro di Renzi, il no euro della Lega. Chi si è limitato ad una campagna “contro” ma sovraccarica, confusa, testimoniale o ambigua è stato bastonato: il M5S con la sua debolezza sulla moneta unica (attaccare il Fiscal Compact ecc è programmaticamente eccellente, ma non “passa”, non “arriva”: la materia è troppo complessa e troppo poco conosciuta), Forza Italia mezza oppositrice e mezza alleata del governo, Fratelli d’Italia replica inutile della Lega o puro nostalgismo di passate “fiamme”. 
  • Il Movimento 5 Stelle è Grillo e Grillo è il Movimento 5 Stelle, ma Grillo non può ripetere lo stesso schema politico-elettorale ogni anno. Serviva un’idea-forza propositiva: il cavallo di battaglia sovranista andava cavalcato fino in fondo, la bandiera del no all’euro doveva essere sua. I valenti ragazzi che si son fatti le ossa in questi mesi sono stati mandati avanti troppo tardi e troppo timidamente, mentre è stato messo in vetrina televisiva un Casaleggio totalmente inadatto a far presa su chiunque al di fuori degli elettori già fidelizzati, e Beppe ha clamorosamente toppato andando a Vespa nel vano tentativo di ammaliarne i terrorizzati o schifati spettatori (al limite era meglio mandarci un giovane, brillante ma con l’aria meno “estremista”, come Di Maio o Di Battista). A posteriori siamo bravi tutti a escogitare soluzioni, è vero, ma questi errori sono figli di limiti strutturali su cui scriviamo da molto tempo: la mancanza di un’avanguardia dirigente e pensante interna, l’assenza di un pensiero spregiudicato ma sufficientemente coerente, l’incapacità di andare oltre la giusta ma riduttiva “questione morale” (l’onestà: benissimo, ma un onesto può anche essere un perfetto imbecille), l’organizzazione ormai oggi inaccettabilmente virtuale e minimale, quell’”uno vale uno” da lasciare solo come slogan, perché nei fatti è una sesquipedale idiozia. 
  • In politica bisogna ragionare secondo logiche politiche, un misto di scacchi e tecnica militare. Usando “centro” “sinistra” e “destra” come campi tematici, si può dire che oggi il Pd occupa quasi totalmente il centro e la sinistra (aprendo qui uno spazio, di pura testimonianza ma maggiore rispetto a quando il Pd aveva “qualcosa di sinistra”, per i ritornanti rossoverdi etichettati Tsipras), mentre la destra è frammentata e i 5 Stelle sono l’unica forza anti-sistema che tuttavia paga proprio l’alea di minaccia tripolare che ha fatto accucciare i “moderati” sotto il grembiulino eurocratico di Renzi. Se vuole conquistarsi un futuro, Grillo dovrà prosciugare i voti di destra, perché a sinistra e tanto meno al centro non becca più un voto che sia uno. 
  • Un dato correttissimo ma sottovalutato lo ha enunciato Grillo nella sua ammissione di sconfitta: c’è un’Italia anagraficamente vecchia, fatta di pensionati, che tutto pensa tranne che alla “rivoluzione”. Detto che i grillini dovrebbero una buona volta mettersi in testa che le rivoluzioni non passano dalle elezioni ma eventualmente - e strumentalmente - anche dalle elezioni, gli anziani che sostentano i figli e soprattutto i nipoti con il welfare familiare costituiscono una porzione numericamente ampia che fa da freno ad ogni possibile slancio e assalto al potere. Siccome il tempo della rivolta - momento essenziale (anche se non bastevole) di un processo rivoluzionario - è ben al di là da venire, il Movimento 5 Stelle potrà sperare di costruire l’egemonia politica solo occupando tutto l’occupabile che non sia già occupato da Renzi e dal Pd. Come Farage in Gran Bretagna contro i Tories e la Le Pen in Francia contro i neo-gollisti, l’obbiettivo non può che essere la distruzione di ogni rivale fra gli avversari di Renzi. Il che implica una decisa sterzata in senso identitario, anti-immigrazionista (che non significa razzista, beninteso) e, come già detto, sovranista. Senza per questo sacrificare la carica libertaria, democratico-diretta e sociale propria del movimento. Autocritica e intelligenza politica: senza, il grillismo è destinato a soccombere al conformismo dell’Italietta paurosa, masochista, teledipendente (lo stratosferico dato di 230 mila preferenze alla Moretti si spiega solo così) e reazionaria. 
Alessio Mannino

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