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Metafisica della guerra?

A sud della Russia, nella città di Stavropol, al confine con la Georgia, è possibile ritrovare l’Oriente degli antichi samurai. Precisamente, tanto “vento divino” soffia presso l’istituto generale “Generale Ermolov”, in cui ai giovanissimi cadetti – oltre a letteratura, storia e scienze – vengono insegnati anche la tecnica militare e l’amore di patria! Solo a quelli che hanno i voti migliori, però, è consentito partecipare alle rigorose esercitazioni militari, apprendere le arti marziali e conoscere l’incendio delle armi per farsi guerrieri in carne e spirito. 

Sulla stessa scia è il club sportivo militare “Berkut” (Aquila Reale) di Zhukovsky, in cui i bambini più piccoli, di soli cinque anni, imparano a marciare a lungo e a combattere corpo a corpo, mentre quelli di dodici si avviano alla confidenza con i kalashnikov e il lancio delle granate, con il volo allacciato a un paracadute e con le coltri di neve, dunque con la sopravvivenza.

Notizie di questo tipo, manco a dirlo, suscitano lo sdegno del più flaccido Occidente, il quale preferisce allevare la sua gioventù da pascolo, anziché al fuoco e al pericolo iniziatico di un campo di addestramento, a furia di televisione, iPod e stordimenti vari.

Al di là dell’attacco sistematico e strategico sferrato a proprio uso e consumo dai nostri media alla Russia, il fatto interessante, qui, è principalmente il tentativo di formare un’élite guerriera che, da che mondo è mondo, rappresenta l’esatto contrario degli odierni mercenari, questi improvvisati soldatucci, pericolosissimi per sé e soprattutto per gli altri, perennemente al servizio di interessi materiali – in quanto tali sempre transeunti – nonché personali.

Scuole di tal fatta – tralasciando le prevedibili finalità belliche ipocritamente rimarcate dai Paesi più panciafichisti,  Stati Uniti in testa – dovrebbero essere prese d’esempio per quella sana e vigorosa educazione spartana impartita a una gioventù ancora imberbe e, dunque, non ancora corrotta dalla rovinosa decadenza fisica e morale delle attuali società democratiche e pedagogiche.

Passare sotto i ferri della naia, rotolarsi nel fango, marciare per ore su ripidi pendii montuosi, imbracciare un fucile e prendere la mira – disseminando le distanze interiori tra sé e il bersaglio – preparare il rancio sotto tormente di neve, mantenendo comunque la posizione, sopportare gli stenti e i malumori, riposare poco e scomodamente non significa altro che richiamare in vita il corpo, addestrandone lo spirito. 

Abituarsi alle condizioni più precarie come alle avversità meno prevedibili, a quella giovane età, significa anche imparare ad arrangiarsi nell’immediato senza sostegno alcuno, sviluppando, invece di rammollirlo secondo l’uso occidentale, l’istinto più vitale e animale: quello del sangue che ribolle e che, nel momento stesso in cui avverte del pericolo, spinge già ad agire. É in questo genere di azione, ove volontà e istinto coincidono “nel sudore del corpo”, nella sua perfetta tensione, che ci si dimentica di se stessi. Finalmente. 

Pure la stretta, strettissima condivisione tra i ragazzi fa il suo gioco, nell’addestramento marziale; è soltanto all’interno di un gruppo che si stabiliscono delle gerarchie, esclusivamente in base alle rispettive forze: ciascuno di loro ha le proprie debolezze che riuscirà a vincere oppure no; non tutti possono tutto, ma ognuno di quei cadetti avrà modo di conoscere sulla sua pelle l’esatta geografia dei propri limiti e confini e riconoscerà così anche il preciso ruolo degli altri commilitoni. E non è poco, l’autodeterminazione. Ancora, il confronto continuo e ravvicinato con i compagni d’arme stabilisce quell’allegro e duro “cameratismo”, per cui la sorte dell’uno é l’indivisibile sorte di tutti. 

Ciò che si vorrebbe far comprendere alle “anime belle” – tentativo buono quanto inutile – è che si sta parlando non di una legittimazione della guerra fine a se stessa, con tutte le violenze e le atrocità che essa inevitabilmente comporta, ma del riconoscimento di una sua trascendenza che sconfina dagli aspetti inferiori, psichici e fin troppo umani, insiti in ciascuno individuo. Ecco, allora, la “metafisica della guerra”: l’obbedienza a un comando, attraverso il costante sforzo su di sé, che nel tempo diviene di ordine esclusivamente interiore rispetto “al nemico, al barbaro, all’infedele” che ogni uomo porta in sé. 

È da questo evento di superamento in vista del Sé che spira quel soffio divino dall’aroma di ciliegio, il fiore dei fiori per l’aristocrazia dello spirito. 

Fiorenza Licitra

Rassegna stampa di ieri (04/05/2014)

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