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Il sorpasso cinese

I cinesi corrono più del previsto. La loro economia sta segnando livelli di crescita tali da portarli a superare gli Stati Uniti addirittura da quest'anno. La previsione e i relativi dati sono il frutto di uno studio del Financial Times che ha elaborato i risultati di una ricerca del Fondo monetario internazionale.

L'accelerazione cinese ha registrato dal 2011 al 2013 un tasso di crescita complessivo del 24% contro uno striminzito 7,6% americano. E questo ha portato gli “esperti” ad una conclusione che anticipa di ben 5 anni l'atteso sorpasso, che era stato invece fissato per il 2019.

A spingere ad essere cauti sulla data era stato il leggero rallentamento della crescita cinese nel 2012 e nel 2013 che aveva scontato gli squilibri sociali che si sono venuti a creare nell'ex Celeste Impero, dove una classe di nuovi ricchi, di capitalisti legati strettamente alle gerarchie del Partito Comunista, si è arricchita oltre ogni ragionevole decenza mentre una massa sterminata di lavoratori dipendenti è obbligata a salari da fame e a ritmi di lavoro pazzeschi. Il tutto, sotto la minaccia di non protestare e di non scioperare per non correre il rischio di perdere lavoro, casa e libertà personale.

Gli stessi ritmi di lavoro, detto per inciso, che Marchionne ha tentato di introdurre alla Fiat. Squilibri sociali che ripropongono paradossalmente le previsioni marxiane sulla futura divisione dell'umanità tra una classe di sfruttatori ed un'altra di sfruttati.

In realtà, bisogna intendersi quando si parla di rallentamento cinese. Nel 2012 e nel 2013 la crescita “minore” è stata rispettivamente del 7,6% e del 7,8% contro un 8-9% degli anni precedenti. Un risultato in ogni caso eclatante e che qualunque economia europea sottoscriverebbe ad occhi chiusi, in questo sistema di riferimento. Il sorpasso in buona sostanza sarebbe il risultato del contemporaneo rallentamento dell'economia americana cresciuta ad un misero 2,5% annuo. Un dato che farebbe, in questa fase, la gioia di Renzi e Padoan e di tutte le imprese italiane.

Le previsioni ottimistiche non possono nascondere comunque la debolezza della struttura industriale cinese che sta scontando l'essere cresciuta troppo in fretta. Nel settembre del 2013, il  Congresso del Popolo, il Parlamento cinese, aveva messo sotto accusa le amministrazioni locali per avere ignorato la sovra-capacità produttiva di molte industrie e per averne approvano i progetti di espansione. Una deriva che era andata di pari passo con l'eccessivo indebitamento di famiglie, imprese e amministrazioni locali. Insomma, quello che costituisce il vero problema che solleva dubbi sul futuro della Cina. Un indebitamento di famiglie ed imprese che accomuna la Cina agli Stati Uniti dove da decenni si assiste a questo fenomeno che il Congresso Usa e la Federal Reserve hanno risolto, o meglio ignorato, alzando il tetto legale del debito pubblico e continuando a pompare dollari nel sistema economico globale. Si può osservare quindi che Pechino ha assunto come propria l'impostazione finanziaria statunitense con il sogno di sostituire progressivamente Washington alla guida economica e politica del mondo.

L'analisi del Financial Times, la voce ufficiale della City londinese, ricorda che gli Stati Uniti divennero la prima potenza economica globale nel 1872, scavalcando la Gran Bretagna. In realtà quella indicazione non è corretta. Il vero sorpasso degli Usa si ebbe nel 1919, all'indomani della Prima Guerra Mondiale, quando Wall Street prese il posto della City come prima piazza finanziaria del mondo. Un passaggio di consegne che fu possibile anche per l'affermarsi degli Usa come prima potenza militare globale. Resta da vedere se La Cina riuscirà realmente a superare gli Usa, anche nel suo apparato bellico, e se Shanghai sarà in grado di diventare un punto di richiamo non solo per la finanza asiatica ma per quella di tutto il mondo. Quanto a noi europei ed italiani, quello che dobbiamo aspettarci è l'aumento della presenza cinese in Italia come prezzo da pagare per la possibilità offerta alle nostre imprese di accedere al più grande mercato di sbocco del mondo. Uno scenario che potrà pure non piacere ma che qui da noi ia è già una realtà palpabile.

Irene Sabeni 

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