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Un applauso… per le vittime delle divise

Quale sarà il prossimo passo? Una medaglia? Sarebbe opportuno saperlo, da cittadini italiani. Sarebbe opportuno sapere quale grado di fiducia si può avere nelle forze dell’ordine dal momento che la platea di uno dei più rappresentativi sindacati di Polizia, il Sap, si alza in piedi per applaudire,per cinque minuti cinque, tre assassini. Solo per saperlo… per non essere impreparati la prossima volta che un ragazzo, una donna, un padre di famiglia,un figlio, noi stessi ci troveremo ad essere il nuovo “drogato”, “pazzo”, “criminale”,“sociopatico” finito sul tavolo di un obitorio in seguito all’intervento di una volante.

In un paese civile, nel corso di una riunione sindacale di qualunque orientamento i poliziotti responsabili - definiti tali e senza ombra alcuna di dubbio da un Tribunale dello Stato - della morte di un ragazzo inerme di 18 anni sarebbero stati cortesemente allontanati dai loro stessi colleghi presenti,perché indegni di rappresentare lo Stato, perché indegni di essere parte di coloro che dicono di consacrare il loro lavoro e la loro vita al servizio della sicurezza dei cittadini.

No. In questo paese chi ha ucciso Federico Aldrovandi merita, nella visione tanto distorta quanto seriamente preoccupante di una parte considerevole degli uomini in divisa, una standing ovation e applausi scroscianti. E per condire questo film dell’orrore, ai poliziotti osannanti si aggiungono, sul posto e in successive dichiarazioni, alcuni rappresentanti politici, tutti di quella destra varia ed eventuale sempre molto attenta a intercettare i pruriti securitari e a schierarsi sempre, senza se e senza ma,con chiunque porti divisa e stellette. Ombre latinoamericane fuori tempo. Passione per i manganelli e caccia al voto vanno a braccetto in questo paese.

Gli unici applausi dovrebbero essere per la famiglia Aldrovandi, per il coraggio, la determinazione e la compostezza con cui hanno cercato la verità e chiesto giustizia. Nonostante gli insulti, gli insabbiamenti, la violenza subita da parte di quella che in troppi avevano sempre creduto essere una parte minoritaria delle forze dell’ordine, quel Coisp che era arrivato a manifestare per i quattro responsabili della morte di Federico ad un passo dall’ufficio di mamma Patrizia. Dà i brividi constatare che di minoranza non si tratta. E dover accettare che il lavoro certamente onesto e responsabile di molti rappresentanti dello Stato convive con aspetti tanto oscuri. In piedi, in segno di rispetto, dovremmo essere noi tutti di fronte ai familiari di chi è stato ucciso più e più volte perché incappato nel “lato oscuro della sicurezza”. Più e più volte, sì, perché quando si muore per mano delle divise in questo paese non si è mai vittime. Si diventa sempre qualcuno che poteva meritare quella fine. Si muore ogni volta che un'etichetta viene usata per giustificare l'orrore agli occhi della gente. Federico era diventato un drogato, Stefano Cucchi un tossico anoressico, Gabriele Sandri un ultras violento, Dino Budroni uno stalker. E la lista dei nomi, e delle umiliazioni, è molto, molto più lunga. Io mi alzo in piedi e applaudo loro, ognuno dei figli, padri, madri ucciso e umiliato. 

Alessia Lai

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