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Elezioni europee: che fare?

Avvicinandosi un nuovo appuntamento con le urne, ritorna la domanda di sempre: che fare?

Trattandosi di eleggere il Parlamento europeo, logica vorrebbe che l’ Europa fosse il tema unico su cui riflettere. Tuttavia l’evidente inutilità di quel Parlamento e la significatività delle ricadute che il voto avrà sugli equilibri politici interni delle singole nazioni, invitano a riflettere su quale decisione prendere tenendo conto dei due fattori, il giudizio sull’Europa e le conseguenze del voto sul piano interno. 

Per quanto riguarda il primo punto, non possono esserci dubbi sulla necessità di prendere in considerazione soltanto partiti e movimenti fortemente critici verso questa UE impresentabile, semplice appendice dell’Impero Atlantico, espressione politica del predominio di banche e monopoli.

Allora passiamo in rassegna i competitori a vario titolo critici verso la UE. 

La lista Tsipras è un’accozzaglia raccogliticcia di reduci del peggior sinistrismo. Il loro antieuropeismo si ridurrà alla richiesta di rivedere i parametri di Maastricht. Il resto saranno appelli ai diritti dei gay e accoglienza indiscriminata degli immigrati. Quanto alle ricadute del voto a Tsipras sugli equilibri interni, non sarebbero altro che un rafforzamento della corrente civatiana del PD. Alla larga.

La Lega di Salvini, per evitare la sparizione dopo gli scandali e i fallimenti politici, ora punta decisamente sull’antieuropeismo e sul ritorno alla lira. Siamo abituati alla rettifica del tiro della Lega. Esordì contro i terroni. Poi se la prese con “Roma ladrona” e propose il rimedio della secessione. Il terzo tempo fu quello della campagna contro gli immigrati e del federalismo. Ora Salvini, che non manca di fiuto politico, si appoggia al Front National di Marine Le Pen, ma in modo del tutto strumentale perché fra il nazionalismo di Le Pen e il localismo della Lega c’è incompatibilità. Se la Lega dovesse avere un successo elettorale, lo spenderebbe per alzare il livello delle richieste in una nuova alleanza con Berlusconi. Alla larga.

Fratelli d’Italia appare fra i critici dell’UE il partito più coerente, più vicino alle posizioni del Front National, che deve essere considerato il punto di riferimento di quanti vorrebbero disgregare l’attuale carrozzone europeo. Però accanto a una presentabile Giorgia Meloni troviamo un reducismo non meno raccogliticcio di quello di Tsipras. Ci vuole un bel coraggio per votare un partito fra i cui dirigenti ha ancora voce in capitolo La Russa. Anche Fratelli d’Italia, del resto, userebbe un successo elettorale per una nuova alleanza con Berlusconi. Alla larga. 

Resta M5S. Che abbia deluso molti di quanti lo avevano votato, è indubbio.

Il suo antieuropeismo è tutto da dimostrare, essendo altalenante come tutte le posizioni assunte dal Movimento sui temi più significativi, a parte la moralizzazione della vita politica e la lotta alla casta, l’unico punto veramente qualificante di Cinque Stelle e l’unico perseguito con coerenza. Su tutto il resto, Grillo e Casaleggio non fanno altro che inseguire calcoli elettoralistici, spostandosi qua e là secondo gli orientamenti che vengono dai sondaggi.

Col calcolo elettorale si spiega anche il rifiuto della mano tesa da Marine Le Pen, che proprio per la chiusura di Grillo è stata costretta a cercare nella Lega una sponda italiana al suo progetto. Grillo ha rifiutato quell’approccio perché sapendo che il Front National è esposto alla solita accusa stantìa di neofascismo, non vuole prestare il fianco alla facile polemica di chi già lo accusa di populismo fascistoide.

Dal punto di vista di un’azione coerente ed efficace per il superamento dell’attuale UE, M5S è inaffidabile. L’unico motivo per cui potrebbe essere votato è l’ipotesi che riesca a superare le percentuali del PD. In questo caso il renzismo sarebbe già finito e il PD, il pilastro politico del conservatorismo italiano, entrerebbe in una crisi finalmente irreversibile. Sul cosa farebbe M5S di questo successo e con quali linee programmatiche cercherebbe di orientare un sistema Italia allo sfacelo, è lecito lo scetticismo.

In definitiva, mai come in questa circostanza l’astenersi dal voto sembra la decisione più fondata.

Con un’avvertenza: al potere la percentuale dei non votanti non interessa minimamente. Anche se dovesse votare solo il 20% degli aventi diritto, si farebbero i conti sulle percentuali ottenute fra quei pochi milioni di votanti.

Non illudiamoci che l’astensionismo abbia una carica dirompente. Astenersi ha un valore più morale che politico. 

Luciano Fuschini 

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