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Gli usurai al potere

Mario Draghi è un banchiere, non nel senso che la banca dove lavora, la Banca Centrale Europea, sia sua, ma nel senso che i suoi punti di riferimento e i suoi interessi si trovano nel mondo bancario. Lo hanno dimostrato ancora una volta le misure adottate la scorsa settimana dalla Bce che si sono caratterizzate con l'ulteriore ribasso dei tassi di interesse del quale beneficeranno appunto le banche che utilizzeranno i soldi presi a prestito (di fatto regalati) non già per finanziare l'economia reale ma per rinforzarsi patrimonialmente attraverso, ad esempio, l'acquisto di titoli di Stato. 

Una misura che servirà ben poco ad innescare quella crescita economica della quale anche Draghi sottolinea ogni momento la necessità. Una misura che al contrario garantirà che lo spread tra i titoli tedeschi decennali e i titoli di Paesi a rischio bancarotta, come appunto l'Italia, non torni a salire raggiungendo i livelli che sarebbe fisiologico che avesse. Con il debito pubblico italiano al 134% del Pil anche un profano di economia capirebbe che lo spread sotto i 200 punti è semplicemente un assurdo. 

Nel novembre 2011, quando Berlusconi si dimise, il debito era al 120% e lo spread a 570 punti. C'è del marcio nella finanza e in questo caso specifico il fatto è di per sé evidente. Le banche, ha detto l'ex (sic) Goldman Sachs presentando il taglio dei tassi, «potranno ottenere soldi gratis per quattro anni purché prestino all’economia reale». Gratis, appunto. 

Anche i mille miliardi di prestiti triennali al tasso dell'1%, versati tra novembre 2011 e marzo 2012, erano stati presentati come funzionali alla ripresa economica e quindi al finanziamento dell'economia reale ma poi il tutto è rimasto lettera morta. Niente soldi alle imprese per investire e niente soldi alle famiglie per investire. 

Questo atteggiamento a favore delle banche è in effetti così spudorato che anche alcuni quotidiani della borghesia del Nord, quelli che vedono le banche tra i propri azionisti, hanno dovuto parlare di “regalo alle banche”. Il che è tutto dire. 

Draghi ha giustificato il suo intervento con la necessità di impedire il fenomeno della deflazione. Più liquidità in circolazione, ha cercato di spiegare, contribuirà a innescare quei rialzi dei prezzi dei quali le imprese hanno bisogno. In buona sostanza però, le banche che già hanno i propri bilanci oberati da crediti inesigibili, le sofferenze, si guarderanno bene dall'erogare nuovo credito in base alla considerazione che quei prestiti potrebbero rivelarsi a loro volta come sofferenze. Il classico cane che si morde la coda. 

Nessuna prospettiva di superare la crisi dalle misure della Bce, dunque, ma una semplice gestione dell'esistente. Più soldi alle banche per comprare titoli di Stato. Una misura che affiancandosi agli acquisti di titoli da parte della Bce (triennali) e del fondo salva Stati (decennali) impedirà il rialzo dei tassi di interesse e la ripartenza dell'inflazione. E visto che la stabilità dei prezzi è il fine istituzionale della Bce, Draghi potrà trarne motivo per affermare di avere compiuto il proprio dovere. Affermazione che è una autentica presa per i fondelli. Misure che hanno contribuito a rafforzare le quotazioni dell'euro sul dollaro ma che proprio per questo hanno massacrato migliaia di imprese costrette alla chiusura in quanto non più competitive e innescato una disoccupazione di massa. 

A corollario di questo sfascio si erge in queste ore l'inchiesta della procura di Trani che ha messo sotto accusa i vertici delle banche italiane per avere imposto tassi usurai alla clientela. Ma fra niente credito e prestiti usurai non c'è una via di mezzo?

Irene Sabeni

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