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Imprevedibilità dei sistemi complessi

Il mondo globalizzato, dalle frontiere aperte, percorso da masse migranti, da istantanei scambi di merci e capitali, in un flusso continuo e frenetico, dove la volatilità di realtà virtuali di monete elettroniche produce la solidità del dominio imperiale, è un sistema sempre più complesso, quindi sempre più esposto all’entropia.

La complessità del sistema è incrementata dal tipo di imperialismo inaugurato dagli USA, diverso dal classico colonialismo. Gli Imperi storici miravano al possesso di territori e popolazioni, al loro sfruttamento, in un quadro di salda amministrazione statale e ferreo controllo militar-poliziesco.

Gli sviluppi più recenti dell’imperialismo yankee manifestano invece una volontà puramente disgregatrice. Si punta a sfruttare le risorse economiche e strategiche di intere aree geografiche dopo avere frantumato l’organismo statale e dopo aver fomentato ogni sorta di conflitto e rivalità, al fine di distruggere ciò che era saldo, ciò che era istituzione, comunità organizzata, tessuto sociale coeso.

Lo aveva fatto anche il colonialismo europeo, per esempio rinfocolando i tradizionali conflitti tribali in Africa, ma al fine di ricostituire un forte potere centrale amministrato direttamente dalla potenza coloniale o da governi-fantoccio eterodiretti.

Ora gli USA privilegiano la distruzione che lascia dietro di sé il caos, la frammentazione che impedisce possibili future rivincite, spesso lasciando al loro destino i governi compiacenti da loro installati. 

Quanto questa strategia sia pericolosa per tutti, liberando forze che possono ritorcersi contro chi le ha evocate, è particolarmente visibile nel vicino e medio Oriente.

Comincia a essere convinzione diffusa che le avventure imperiali in Afghanistan, in Iraq, in Libia, nonché la violenta e cinica opera di destabilizzazione della Siria, siano colossali fallimenti. Lo sono nell’ottica di chi pensi che l’obiettivo degli imperialisti fosse quello di abbattere governi forti per sostituirli con un loro controllo totale su organismi statali consolidati. Non sono fallimenti se si pensa che l’obiettivo era invece quello di frammentare, di distruggere, di scatenare uno contro l’altro gruppi etnici, rivalità tribali, fanatismi religiosi. Se si trattava di annientare degli Stati per poter sfruttarne le risorse e intanto renderli inoffensivi, anche nell’interesse di Israele, non dimentichiamolo, quelle aggressioni hanno conseguito notevoli successi.

Il caso iracheno è il più esemplare. Dopo l’invasione e l’abbattimento del regime di Saddam, vi si sviluppò una resistenza armata micidiale per le forze di occupazione, in un quadro di riscossa patriottica che vedeva sollevarsi sunniti e sciiti, con i curdi unica comunità a usufruire della libertà d’azione permessa dalla liquidazione della compagine statale. A quel punto il jihadismo estremista ha fatto la sua comparsa sulla scena, con stragi indiscriminate di civili che hanno disgustato la massa popolare e hanno scatenato sunniti e sciiti gli uni contro gli altri, frantumando il fronte unitario della resistenza. Per uscire da una trappola in cui essi stessi si erano cacciati, gli americani, oltre a strumentalizzare l’estremismo sunnita, hanno acconsentito che a Baghdad si formasse un governo sciita, correndo il rischio di consegnare almeno una parte della nazione a chi aveva strette relazioni con gli ayatollah iraniani.

La complessità di questi intrecci ha aperto brecce in cui sono entrate le ambizioni di potenze subimperialiste come l’Arabia Saudita o la Turchia, magari utilizzando i soldi e l’influenza mediatica del Qatar. Così oggi abbiamo un’offensiva jihadista sunnita che, puntando su Baghdad, minaccia gli interessi iraniani, costituisce una base territoriale da cui continuare ad alimentare la sovversione in Siria, tende a estromettere la Russia dall’area, sottraendole gli alleati iraniano e siriano. Tutti obiettivi di primaria importanza per gli USA e per Israele, che infatti non sembrano fare molto per bloccare l’avanzata jihadista.

D’altra parte gli estremisti del jihad puntano scopertamente alla creazione di un califfato nell’area iracheno-siriana, uno Stato che finirebbe col minacciare quella stessa Arabia Saudita che ora arma e finanzia i tagliagola islamisti, la Giordania docile pedina dell’Impero, e, in prospettiva, lo stesso Israele.

Il quadro si fa ulteriormente complesso se vi collochiamo la Turchia, protettrice dei Fratelli Musulmani che invece sono invisi all’Arabia Saudita, una Turchia, tassello fondamentale della catena di comando dell’Impero, che rischia di finire nel tritacarne di un viluppo di contraddizioni ormai fuori controllo.

Il vecchio Mubarak, amico degli Usa che poi lo abbandonarono al suo destino come meritano i servi, osò ammonire Bush alla vigilia dell’attacco all’Iraq con parole profetiche: “state attenti perché aprirete le porte dell’inferno”. Il vecchio Mubarak conosceva la realtà di quei tribalismi, di quei fanatismi, di quelle astuzie levantine, di quelle trappole seminate sul cammino di personaggi di una incompetenza sorprendente, i Bush, gli Obama, le Condolize, le Hillary, i Kerry... 

Nella grande geopolitica dei rapporti fra potenze, intanto gli americani e la NATO giocano la carta ucraina per spingere la Russia verso l’Asia e allentare i suoi rapporti con l’Europa, perché l’UE resti agganciata agli USA anche nel XXI secolo e garantisca così il protrarsi della supremazia dell’Occidente.

Ma le vicende medio-orientali e la stessa decisione della Russia di raccogliere la sfida, dimostrano come la complessità crescente del sistema-mondo renda gli sviluppi successivi sempre più aleatori.

L’imprevedibilità dei sistemi complessi è una legge della fisica che vale anche nel mondo della politica e dell’economia. Saperlo suona minaccioso perchè apre prospettive di disastri epocali, ma è anche consolante per chi sopporta a fatica lo squallore dei tempi che stiamo vivendo: può accadere tutto in qualunque momento, perché non c’è trama occulta di potentati nascosti che possa controllare un sistema di forze che interagiscono in modo turbinoso. Può anche succedere che questa baracca putrida crolli proprio quando la riteniamo inattaccabile.

Luciano Fuschini     

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