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Sri Lanka: il purgatorio dei Tamil

Un'isola che ai più dice poco o nulla, quella dello Sri Lanka. Alcuni la conoscono per la magia della natura e del mare cristallino. In pochi per il suo passato recente di guerra e violazioni.

Per le agenzie di viaggio, è un paradiso terrestre. Per la minoranza etnica Tamil, è un purgatorio. Confinati in un pezzo di terra, i tamil scontano la loro pena. Un'eredità lasciata dalle Tigri per la liberazione della patria Tamil (Ltte), un movimento che per tanti anni ha lottato contro il governo di Colombo per l'indipendenza delle regioni settentrionali.

Si è combattuto per quasi trent’anni, dal 1983 al 2009. Un conflitto senza etica e senza confini. E oggi, cinque anni dopo, l'isola si è trasformata in una gabbia dorata dove il nome delle Tigri tamil è vietato, il passato è tabù e la guerra è esaltazione dei vincitori. Pertanto, è proibito parlare delle violazioni dei diritti umani, che sono state tante, dall'una e dall'altra parte. Crimini che hanno lasciato una scia di risentimento, in particolare nel cuore dei cingalesi.

Pertanto la sensazione che permane nell'isola è che la guerra non sia mai finita. Continua silenziosa e subdola. Non c'è l'uso delle armi convenzionali. Ma ci sono quelle “eccezionali”: la politica della discriminazione, dell'oppressione e dell'oblio. Ai tamil, è persino vietato ricordare e piangere i morti. Al mondo, invece, quello di indagare sui crimini commessi negli ultimi anni di guerra.

Lunedì 9 giugno il governo di Colombo ha respinto per l'ennesima volta la formazione di una commissione da parte dell’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite (Ohchr) per indagare sulle violazioni dei diritti umani commesse da entrambe le parti. Il Ministero degli Affari Esteri ha ribadito, alla radio statale, che la commissione che sarà nominata dall’Ohchr non otterrà alcun permesso. 

Perché tanta ritrosia ad aprire i cancelli d'ingresso nel nord? Una domanda cui il governo di Colombo non intende rispondere. Forse perché non ha la coscienza pulita. Troppi i fantasmi del passato e quelli del presente.

Nonostante la guerra sia finita nel 2009, le denunce della comunità tamil contro le autorità cingalesi si sono moltiplicate. L'ultima è arrivata qualche giorno fa, alla vigilia del quinto anniversario della conclusione del conflitto. Colombo è «ingiusta» perché tratta «i propri cittadini in due modi diversi», impedendo a una parte del Paese di «commemorare i morti» della guerra civile, costringendola a «vivere in bunker». Lo hanno affermato gruppi tamil che chiedono l'intervento delle Nazioni Unite per mettere fine agli abusi.

Al sud, le celebrazioni ufficiali si sono svolte senza intoppi e in maniera maestosa. Al nord le forze di sicurezza hanno impedito l'accesso a numerosi luoghi di culto e le commemorazioni in memoria delle vittime della guerra. Nel suo intervento, il presidente Mahinda Rajapaksa ha affermato «non stiamo celebrando la vittoria di una guerra, ma stiamo festeggiando la pace». Una festa esclusiva, dalla quale i tamil sono stati lasciati fuori. 

 

Da quando, il 18 maggio del 2009, il fondatore e leader delle Liberation Tigers of Tamil Eelam (Ltte) è stato ucciso dalle forze armate dello Sri Lanka, i tamil del nord sono alla mercé del presidente Rajapaksa, che continua a trattarli come “cittadini di serie b”. Alcuni giorni fa, sull'argomento si è espresso anche Desmond Tutu, l'arcivescovo anglicano di Città del Capo, premio Nobel per la pace nel 1984, durante un'intervista al quotidiano britannico Guardian. Secondo Desmond Tutu, «con un terribile record di tortura e sparizioni, lo Sri Lanka non merita un seggio nel Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. Esso dovrebbe essere tenuto fuori». L'arcivescovo è andato giù pesante contro il governo cingalese, che « da quando è entrato nel Consiglio due anni fa, non è riuscito a onorare i propri impegni di difendere le norme in materia di diritti umani né a cooperare con le Nazioni Unite».

Anzi, «la situazione dei diritti umani è peggiorata in quel periodo. Gli abusi sistematici da parte delle forze governative dello Sri Lanka sono tra i più gravi che si possano immaginare. Le forze di sicurezza governative rimuovono sommariamente i propri cittadini dalle loro case e dalle famiglie nel cuore della notte e di loro non si hanno più notizie. Torture e uccisioni extragiudiziali sono molto diffuse».

Non se la passano bene neppure quanti criticano le politiche e le pratiche di governo, quasi sempre perseguitati e bollati come sostenitori del terrorismo o traditori. Nei giorni scorsi, il governo dello Sri Lanka ha deciso di mettere al bando sedici organizzazioni e quattro personalità della diaspora tamil, tra cui il Global Tamil Forum e il suo presidente P. Emmanuel s.j., dichiarandoli «soggetti terroristici».

Nonostante le difficoltà, c'è chi resiste e prova a denunciare la situazione drammatica in cui vivono i tamil nel nord.  Non c'è molta risonanza mediatica. Lo Sri Lanka non fa notizia. Solo le piccole agenzie di stampa, quasi sempre quelle formate da missionari, che se ne occupano.

Una di queste è  AsiaNews (l'agenzia di stampa del Pime) che in questi anni, dalla fine della guerra, ha raccolto diverse testimonianze. Le ultime, che risalgono a pochi mesi fa, sono inquietanti.

«La guerra e gli espropri ci hanno tolto ogni dignità di esseri umani. Quando torneremo a essere cittadini nel nostro Paese?». Se lo chiedono centinaia di famiglie, originarie della penisola di Jaffna e altre zone della Northern Province dello Sri Lanka, che dal 1990 vivono nei campi per Idps (Internally Displaced People, sfollati interni).  Da legittimi proprietari di case e terreni, a profughi che non hanno più un lavoro, né aiuti dal governo, perché «la guerra è finita». «Avevamo una bella vita – raccontano ad AsiaNews alcune di loro –, eravamo agricoltori e le nostre terre ci davano tutto il necessario per la sussistenza. Invece, da quando siamo qui conduciamo delle vite miserabili. Non abbiamo nulla». Negli ultimi sei mesi, le loro condizioni di vita sono ancora peggiorate. Il governo infatti ha sospeso la distribuzione di aiuti alimentari. «Le autorità – spiegano alcune donne – vogliono mostrare al mondo che non ci sono più profughi, né campi. Così, noi non riceviamo più riso, lenticchie, farina, zucchero e olio di cocco. Ma non avendo più un lavoro, facciamo ancora più fatica». A questo, sottolineano alcuni uomini, «si aggiunge un altro problema: non potendo provare di essere proprietari di una terra o di una casa, la banca non ci concede alcun tipo di prestito. Così, non possiamo avviare attività. E le 300-400 rupie [circa 2 euro] che riusciamo a guadagnare in una giornata, non bastano al fabbisogno di una famiglia».

Molte terre vengono pignorate per far posto a villaggi turistici e ad attività economiche gestite più o meno direttamente dall’esercito. Diverse persone tamil vivono ancora in campi per rifugiati nella zona di Mullativu, dove ci furono violente guerriglie tra le due fazioni e dove esiste ancora il problema delle mine.

 

Per capire l'attuale situazione bisogna fare un passo indietro e spiegare chi  sono le Tigri per la liberazione della patria Tamil (Ltte).

Nascono nel 1983 per creare uno Stato indipendente nelle province nord ed est dell'isola, a maggioranza tamil. La lotta trova le sue radici nel dominio coloniale britannico:  gli inglesi, fedeli al principio divide et impera, scelsero di assegnare l’amministrazione locale alla minoranza tamil piuttosto che alla maggioranza cingalese. Ai tamil venne insegnato l’inglese e garantito l’accesso alle università e a tutti i posti chiave nell’amministrazione pubblica, esercito ed economia, suscitando un senso di frustrazione e un desiderio di rivalsa che, dopo l’indipendenza del 1948 , quando i nazionalisti cingalesi presero il potere, si sfogò emarginando i tamil, epurandoli da tutti gli impieghi governativi e discriminandoli in ogni modo.

Un odio che fu contraccambiato da un sentimento nazionalista tra i tamil, che, violentemente represso dalle forze di sicurezza, sfociò nel 1983 in un aspro conflitto. Dopo aver cacciato la popolazione tamil, le aree conquistate furono poste sotto il controllo militare e ripopolate dalla popolazione cingalese, fatta venire dal sud e protetta da postazioni gestite da militari che si sono macchiati di pulizia etnica. Com'è stato possibile?

Con la complicità della comunità internazionale, che per tanti anni ha nascosto il suo coinvolgimento nella guerra. Quando la verità è venuta a galla, le grandi potenze (Stati Uniti, Gran Bretagna, Europa, Israele, India, Russia, Cina) hanno ammesso di aver aiutato e finanziato il governo di Colombo. Non un mea culpa sincero, ma mascherato da una malsana ipocrisia. Hanno infatti legittimato una “guerra al terrorismo” che celava l’interesse di mettere mano sui giacimenti petroliferi sottomarini scoperti al largo dei territori controllati dalle Tigri Tamil.

Si è dunque tirato un sospiro di sollievo quando il governo dello Sri Lanka ha sconfitto il nemico di una vita. Poco importa che ci sia riuscito con metodi a dir poco discutibili. In tempo di guerra non si guarda in faccia a nessuno, neanche ai propri “figli”. Migliaia di ragazzi cingalesi di campagna furono mandati a morire nelle risaie e nelle giungle del nord per “liberare il Paese dai terroristi”.  Furono costretti a utilizzare armamenti proibiti, come le cluster bombs (bombe a grappolo), che colpirono i campi profughi ed infrastrutture, scuole, ospedali e chiese. Tanto che il Genocide Prevention  Project inserì lo Sri Lanka in una lista di otto Paesi ad allarme rosso, in quanto le azioni del governo di Colombo costituivano le componenti per il genocidio perfetto: distruzione della cultura, manipolazione della verità storica, uso di cibo e medicinali come armamenti di guerra, eliminazione fisica.

 

Nella fase finale della guerra ci furono migliaia di morti tra i civili. La Croce rossa internazionale mostrò al mondo cieco e sordo le crude immagini di bambini uccisi e sfigurati dalle bombe. Immagini rubate, perché nel settembre del 2008 le autorità cacciarono giornalisti, organizzazioni Onu e Ong umanitarie dal nord-est del Paese.

Qualche mese dopo, fecero il giro del mondo nuove fotografie, pubblicate prima sul sito di TamilNet e poi su quello di al-Jazeera, sul massacro dei civili Tamil condotto dall’esercito governativo in Sri Lanka. I fotogrammi, montati in un video, mostravano cadaveri seminudi di uomini crivellati da colpi di armi da fuoco, bambini con arti amputati e donne sventrate sul terreno e abbandonati su camion, fosse comuni di corpi ormai irriconoscibili. Alcuni erano bendati e con le mani legate.

Circa un anno prima un altro video, andato in onda in un emittente britannica, Channel 4, aveva mostrato l’esercito regolare cingalese compiere esecuzioni sommarie sui prigionieri di guerra tamil. In particolare, nelle sequenze, si vedeva un uomo in divisa sparare alla nuca di un individuo nudo con gli occhi bendati e le mani legati alla schiena. La stessa scena si ripeteva poco dopo con un altro uomo mentre sullo sfondo si vedevano diversi cadaveri.

Il macabro filmato era stato spedito all’emittente britannica da un gruppo chiamato “Giornalisti per la democrazia in Sri Lanka” e sarebbe stato girato a maggio durante l’offensiva finale che i governativi hanno messo in atto per sterminare le Tigri Tamil. Fu riconosciuto “vero” dall'allora relatore speciale dell’Onu Philip Alston: «Peter Diaczuk, esperto di armi, ha dimostrato che quelle nelle immagini sono pallottole vere e non a salve, come dichiarato dall’esercito. Daniel Spitz, patologo, può provare che le due persone colpite alla testa sono realmente morte, mentre Jeff Spivack, esperto di immagini, ha concluso che il video non è stato manipolato da nessuno».

Immagini che misero in grande imbarazzo la comunità internazionale. Alcuni Paesi, tra cui la Gran Bretagna e la Francia, chiesero l'apertura di un'indagine sui crimini commessi. Come sempre, la verità fu taciuta e il 28 maggio del 2010 il  Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite approvò senza alcuna vergogna una ridicola risoluzione favorevole alla linea del governo cingalese, sollevando totalmente l’esercito dall’accusa di crimini contro l’umanità: le «Tigri tamil avrebbero fatto uso di scudi umani» e il conflitto sarebbe una «questione interna che non giustifica interferenze straniere».

Eppure l'Onu all’apertura del dibattito disse che c'erano «forti ragioni per pensare che guerriglia e militari abbiano calpestato in modo palese il principio dell’inviolabilità dei civili”. Lo stesso segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, in seguito al suo viaggio in Sri Lanka, denunciò  le condizioni «desolanti» degli oltre 280mila sfollati e condannò la decisione di Colombo di impedire «l’ingresso delle Ong umanitarie ai campi profughi», considerata una «violazione del diritto internazionale».

Le prove erano alla luce del sole, ma si preferì chiudere gli occhi e non prendere in considerazione le testimonianze locali, i dossier delle organizzazioni umanitarie, le immagini satellitari che dimostravano senza ombra di dubbio «il bombardamento intenzionale di civili» nelle cosiddette «no fire zone». Senza contare i dati e i numeri della guerra civile durata 27 anni: 100mila morti, di cui 20mila solo negli ultimi mesi del conflitto, 300mila profughi, 18mila abitazioni e 5mila negozi ridotti in macerie.

 

Fatti, crimini e accuse di cui il governo di Colombo non ha mai risposto e che continua ancora oggi a negare. Non si tollera infatti alcuna «ingerenza straniera». Anzi, il presidente Malinda Rajapaksa continua a sostenere che «le truppe cingalesi avevano in mano il fucile e nell’altra una copia della Dichiarazione dei diritti umani».

Tornando ai giorni d'oggi, c'è un nuovo campanello d'allarme: le province settentrionali dell’isola «stanno subendo un nuovo attacco». Ma questa volta «non è militare, bensì culturale e religioso: siamo davanti a una nuova cingalesizzazione della zona».

Lo ha denunciato tempo fa ad AsiaNews Rukshan Fernando, attivista per i diritti umani e direttore dell’organizzazione “Fondo Legge e Società”, dopo aver visitato le province di Vanni e Kilinochchi. Nella zona, «un primo esempio, che sembra banale ma non lo è, viene dai cartelli stradali: è sparita la lingua tamil, e tutto è scritto in cingalese. I militari dicono che i termini tamil sono troppo lunghi e complicati, e con questo chiudono il discorso».

Una denuncia che è stata ripresa da un gruppo di sacerdoti tamil che ha scritto, a marzo, una lettera al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. La missiva, inviata all'agenzia Fides, è firmata da 205 sacerdoti e religiosi, tra cui  mons. Rayappu Joseph, vescovo di Mannar, definito “il Romero dello Sri Lanka”, che sta ricevendo pressioni e minacce di morte.

«Sparizioni, abusi sessuali, arresti, detenzioni e torture sulla base della legge anti-terrorismo, restrizioni alla libertà di riunione, di espressione, di associazione e di movimento continuano tutt’oggi», si legge nel testo. «L'esercito continua la sua ingerenza nelle attività civili ed economiche, in particolare nel Nord ed Est, minando l'emancipazione civile ed economica delle popolazioni locali», raccontano i sacerdoti, esprimendo preoccupazione «per l'intensificarsi degli sforzi sistematici e delle misure per distruggere l'identità della comunità tamil. Centri e istituti militari si accaparrano la terra dei tamil, mentre progetti di sviluppo e un insediamento organizzato di coloni singalesi prosegue ritmi alti nel nord e dell'est dell’isola, dove i tamil sono storicamente la maggioranza».

Francesca Dessì

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