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Draghi cambia appena appena: ora compera anche i titoli a lungo termine

Indietro non si torna. Di conseguenza la Banca centrale europea continuerà a praticare la politica dei tassi di interesse bassi e dei finanziamenti agevolati alle banche con l'obiettivo che vi siano effetti positivi nell'erogazione del credito alle imprese. La linea di Mario Draghi resta quindi quella di sempre. Le banche restano il fulcro del sistema economico e tocca alla Bce sostenerle. 

La crisi economica continua, ha ammesso l'ex vicepresidente europeo di Goldman Sachs, la disoccupazione è ancora alta, e i timidi segnali di una ripresa nell'area dell'euro e più in generale nell'Unione, sono insufficienti per fare concludere che siamo di fronte ad una inversione di tendenza. E se il compito istituzionale della Bce è quello di tenere stabile il livello dei prezzi, questi ultimamente sono calati un po' troppo. Il pericolo adesso è quello opposto. Una deflazione che avrebbe effetti devastanti per i conti delle imprese accentuando gli effetti della recessione in corso. Le parole di Draghi sono in pratica un "disco rotto", da anni.

Più liquidità nel sistema economico, secondo Draghi e il direttivo della Bce, servirebbe così ad alzare il livello dei prezzi e a mettere in circolo più soldi a disposizione delle imprese. Peccato che, ma Draghi non vuole ricordarlo, le banche si siano guardate bene dall'erogare soldi alle imprese preferendo utilizzare i prestiti della Bce, peraltro più che agevolati, per ricostruire il proprio patrimonio intaccato da investimenti sbagliati e da vere e proprie speculazioni. E qui sta il punto. Perché le banche hanno raggiunto questo risultato attraverso l'acquisto di titoli di Stato che garantiscono, sempre e comunque, entrate costanti e sicure. Una scelta di investimento che a Draghi non può che risultare gradita perché ha contribuito a sostenere il raggiungimento del compito “istituzionale” della Bce, ad abbassare i tassi di interesse e a tenere basso il livello dello spread tra i Bund tedeschi e titoli di Paesi a rischio come i Btp italiani e i Bonos spagnoli. Una scelta che, paradossalmente, ha legato ancora di più i destini della Bce a quelli dei Paesi “cicale”, quelli dell'area Sud, incapaci di tenere a freno la dinamica della spesa pubblica. Paesi che in tal modo si sono sentiti autorizzati a continuare con la finanza allegra. Vedi l'Italia, dove il debito pubblico è arrivato al 135% sul Pil. 

La Bce ci ha poi messo di suo tramite l'acquisto di titoli pubblici a breve termine lasciando l'acquisto di quelli decennali ed oltre al Fondo europeo permanente salva Stati. Il cosiddetto Esm. 

Ora Draghi si è pronunciato per un cambiamento delle regole attraverso l'attribuzione alla Bce del compito di acquistare pure i titoli a lungo termine. «In tale modo», ha suggerito l'ex governatore della Banca d'Italia, «le banche saranno più libere di finanziare l'economia». 

Siamo in realtà di fronte ad una autentica mistificazione: Draghi sa benissimo, e con lui l'intero direttivo della Bce, e gli stessi governi, che la situazione patrimoniale e finanziaria delle principali banche europee è tutt'altro che florida. Nemmeno i prestiti triennali per mille miliardi al tasso dell'1% hanno risistemato i loro conti. Neanche i nuovi prestiti che Draghi e soci verseranno ai loro amici banchieri non finiranno dunque all'economia reale, alle imprese per gli investimenti e alle famiglie per i consumi, ma resteranno nelle casse degli istituti e saranno investiti in titoli di Stato. 

Le banche da anni lamentano di avere in bilancio miliardi di euro di sofferenze, i crediti inesigibili. Così il loro rifiuto di erogare credito alle imprese e alle famiglie assume una sua logica perversa. L'economia non tira, sostengono i banchieri, e i nuovi prestiti da noi erogati potrebbero non tornare mai indietro. È il classico cane che si morde la coda. E se la Bce si guarda bene dal vincolare i propri prestiti ad un preciso utilizzo da parte delle banche, il risultato non può essere che quello a cui stiamo assistendo. Economia in caduta libera, migliaia di imprese in crisi a causa della stretta creditizia che sono obbligate a chiudere e una disoccupazione di massa, pari soltanto a quella del secondo dopoguerra. 

Ma finché l'Eurozona e l'Europa dei 28 continueranno con questo approccio “finanziario”, nulla potrà cambiare.

Sarebbe semplice, fare diversamente: obbligare le Banche a prestare denaro alle imprese se vogliono averne a loro volta dalla Bce. Ma così non si fa, ovviamente, e allora il circo continua.

Irene Sabeni

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