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Facebook, o del condividere la solitudine

Peggiori degli auguri ricevuti su Facebook ci sono solo le condoglianze. E avviene anche questo, a quanto si vede. Sia chiaro, non è nostra intenzione battere il tasto dello scadimento delle conversazioni e dell’anomia che concorre al tipo delle comunicazioni tra le persone al giorno d’oggi. È tema già sviscerato a fondo da tanti saggisti, visto che riguarda un cambiamento dell’uomo non solo dal punto di vista culturale ma anche da quello antropologico. Da addetti ai lavori del campo della comunicazione, però, uno studio sulla natura dei social network e delle modifiche nella società che esso porta con sé, e promuove più che rispecchiare, è praticamente obbligatorio.

Facebook è il fenomeno con maggiore diffusione, e ci ostiniamo a frequentarlo periodicamente, ovviamente non in modo quotidiano ma comunque con un criterio più volto allo studio della cosa che alla sua fruizione: in merito al campo relativo alla informazione infatti, e non parliamo di quello che concerne la cultura, il mezzo è non solo inutile, ma soprattutto controproducente. Se ne sono accorti persino i grandissimi gruppi editoriali, che dopo aver investito milioni di dollari per diffondersi e farsi ingaggiare nelle conversazioni stanno rapidamente capendo che si ottiene un risultato (in questo caso di ritorno economico, per loro) praticamente nullo.

È discorso antico - e affrontato più volte anche da questo giornale - quello relativo alla information overload, al medesimo piano sul quale vengono posti frammenti di informazione di più disparata natura che porta inevitabilmente a confondere ciò che è rilevante da ciò che non lo è (qui il nostro speciale sull'Informazione). E dunque, alla fine, a impedire di fatto la messa a fuoco di quello che è realmente importante da sapere. Non torneremo su questo punto, gli addicted da social media se ne facciano una ragione: gli studi ci sono, incontrovertibili, e se si ha ancora qualche cellula cerebrale attiva, oltre a quelle bruciate nelle ore sulla propria page, e la capacità di usarla per capire che è necessario approfondire l’argomento prima di imbrattare il web di messaggi a più non posso, basta andarseli a studiare. Studiare, non solo leggere, o taggare o condividere…

Tornando a Facebook, a quanto ci pare gli ambiti generali di utilizzo si possono racchiudere a tre macro aree: la comunicazione, la condivisione, l’espressione.

Il primo attiene i rapporti tra persone che si conoscono ma si estende fatalmente anche a quelle che non si conoscono, se non attraverso un click per concedere una amicizia. E già qui varrebbe la pena di chiedersi cosa si avrà mai da dire a persone che non si conosce. Ma insomma, ci può stare: si comunica virtualmente già al telefono, via sms o con altri supporti, e oggi lo si fa anche via Facebook. Si prendono appuntamenti, ci si scambia battute e confidenze, anche pubblicamente: chi ha il piacere di comunicare cose della propria vita privata su una bacheca ove chiunque può leggere è libero di farlo. Se la propria vita privata, un tempo considerata inviolabile e condivisibile unicamente con alcuni intimi oggi si preferisce invece divulgarla e renderla pubblica a chiunque, ciò è prerogativa delle proprie scelte. Sulle quali è superfluo sindacare. Si può non condividerle ma il tutto rientra nel campo del proprio arbitrio. Le cose si complicano quando su Facebook qualcun altro condivide aspetti privati di una altra persona, e a livello legislativo non è escluso che possano venire fuori, o prima o poi, delle vertenze di un certo rilievo.

Se si va in un posto, si partecipa a qualcosa, e si viene ripresi o taggati o anche semplicemente segnalati da una altra persona su un social media, è sì o no una violazione delle propria sfera? La materia ancora è troppo giovane per fare giurisprudenza, ma siamo convinti che vi sia humus per notevoli dispute in futuro.

In merito alla condivisione si apre poi lo scenario relativo alle masse. L’iter è semplice: si decide di condividere qualcosa, spesso qualsiasi cosa, e lo si fa con un click. Ora, un uomo si riconosce anche - o forse soprattutto - dalle persone che ha intorno, per gli amici (quelli veri) che frequenta. Per le cose che fa. E per quelle che decide di condividere. A nostro avviso anche, e molto, dalle letture che preferisce. Sulla natura di ciò che maggiormente viene “condiviso” su Facebook lasciamo volentieri la riflessione al lettore. Soprattutto perché si ha il ragionevole sospetto che anche temi di una certa rilevanza vengano spesso condivisi senza essere prima stati compresi. Al di là delle varie sciocchezze (ognuno ha il proprio cosmo di valori, del resto), delle petizioni, delle operazioni di marketing (industrie investono milioni di dollari per innescare operazioni virali che gli utenti del social network si prestano a diffondere ulteriormente), dei vari fake di ogni genere e dei frammenti informativi pizzicati qui o là su internet, è su quello che avviene dopo la condivisione che si rivela l'anima dello strumento. E di chi lo frequenta e alimenta.

Un titolo di un post o di un articolo (il solo titolo) può raggiungere migliaia di persone. Dai dati di frequentazione dei siti ci si accorge che tale titolo viene cliccato da una miserrima percentuale di persone (circa l'1%). E di queste ancora meno si prende la briga di andare a leggere del tutto il contenuto dell'articolo stesso. Ciò naturalmente non impedisce a questi lettori di lasciare messaggi e commenti di assoluta nullità ovunque, che non solo non apportano nulla alla (molto eventuale) discussione, ma che talvolta si spingono a contraddire semplicemente ciò che hanno letto (o non letto) con una sentenza secca. Senza alcuna argomentazione. Per lo più, per dirla con Russo e Zambardino (Eretici Digitali, Apogeo) una volta scoperto un mezzo di comunicazione, lo si usa immediatamente girando la manopola del volume al massimo. Rumore insomma, se non frastuono. Che non merita - non può per sua stessa natura - una eventuale contro risposta: come si fa a rispondere a un commento che non spiega alcuna posizione che non sia un moto intestino di approvazione o disapprovazione?

La visibilità del frammento informativo condiviso sul social network può essere dunque molto alta. La sua comprensione è bassissima. E praticamente nulla è la sua portata in merito a ulteriore svolgimento di un eventuale ragionamento e dialogo. Così come è assolutamente nulla la sua incidenza ai fini di un accrescimento informativo e culturale di una massa che pure Facebook lascia presumere di poter raggiungere. Esercizio del nulla, insomma. E faticoso e a forte richiesta di attenzione da parte di tutti. Uno sperpero di energia.

Ma è soprattutto in merito all’espressione che Facebook dimostra la natura delle persone che lo frequentano con assiduità. I messaggi che vengono pubblicati mediante la funzione “a cosa stai pensando?” nella homepage di ogni utente sono rivelatori. Vi si deve dedicare qualche ora, a scorrere i vari aggiornamenti, per accorgersi poi - se si è in grado di farlo - di aver bruciato attenzione ed energia psichica per setacciare uno a uno gli sporadici messaggi degni di essere captati da un mare sterminato di rifiuti. 

Tra gli operatori della comunicazione, cioè tra chi svolge questo mestiere con qualche criterio analitico e professionale (o almeno così dovrebbe essere) si fa largo sempre più spesso una riflessione, ormai largamente condivisa, a margine della attuale e ormai decennale domanda sul futuro dell’informazione e dei prodotti editoriali: se i riceventi di tali prodotti, il bacino d’utenza, è quello che tracima dai social network, e da Facebook in particolare, allora vuol dire che non c’è più alcuna speranza. Non solo per chi fa comunicazione (il che può essere irrilevante oltre a chi vive di questo lavoro) ma soprattutto per chi, pur avendo bisogno assolutamente di cultura e informazione, non si rende conto neanche di averla, tale necessità.

Per Habermas la televisione è culturalmente regressiva, per Baudrillard la troppa informazione, invece di trasformare la massa in energia, produce ancora più massa. Figuriamoci l’information overload di oggi. E Facebook è inevitabilmente l’estensione migliore per l’Homo Videns di Sartori, passato dalla cultura orale, dai libri, alla televisione (quando non nato e cresciuto solo sulla tv) a internet : egli si è formato per immagini, rinunciando al vincolo logico e del tutto incapace di pensare in astratto e dunque comprendere termini e temi che implicano un concetto che va capito, un ragionamento che va fatto, una cultura che va formata e stratificata. Quest'uomo, oggi, ha quindi proprio con i social network lo strumento adatto per condividere ed esprimere la propria incultura. 

E soprattutto per dare uno sbocco alla propria anomia. Di questo si tratta. Aggiornare il proprio stato con frasi spezzettate che hanno senso solo per sé, soddisfa la necessità atavica dell'uomo di sentirsi esistere mediante l’espressione, perché evidentemente non si esiste altrove, per esempio nella vita reale. La necessità e la volontà fortissima di esprimersi, di auto determinarsi e di affermarsi in ogni circostanza possibile è il segno manifesto di una debolezza interiore. Studi di psicologia sono inequivocabili, in tal senso. E la semplicità e l'immediatezza con la quale Facebook permette di farlo - oltre alla percezione che si ha nel farlo, come se il messaggio pubblicato, per ciò stesso, sia immancabilmente letto e recepito da tutti - sorregge, come una stampella, l'impossibilità odierna di autoaffermarsi altrove.

La necessità che spinge una persona a scrivere pubblicamente il luogo in cui si è (o si è stati) quello che si è mangiato, quello che si è comperato e qualunque cosa - qualunque cosa, sic! - si sia pensata, sottende alla volontà di affermare costantemente di esserci, di esistere. Quasi non ci si sentisse esistere altrimenti. 

Ci si esprime sul social network in pochi secondi, pensando di partecipare a qualcosa, a quel flusso frequentato da tanti altri, e ci si sente nuovamente parte del mondo. Anche se lo si fa nel tetro spazio soffocante della propria solitudine. Con l'aggravante che una volta sperimentato questo anestetico a buon mercato, si divora il proprio tempo nel consumarlo diverse ore al giorno, e si evita così accuratamente una riflessione più seria sulla propria miseria e quella generale dei tempi moderni di cui invece ci sarebbe estremo bisogno. La frustrazione di oggi, che pur dovrebbe portare invece a una reazione necessaria, viene così incanalata e disinnescata nella illusione di esserci comunque, di esistere, di partecipare appunto a un "network", di essere "in società". Mentre si è soli e dispersi davanti a un monitor.

Si potrebbe facilmente arrivare a sostenere che esiste una correlazione diretta tra il tempo speso su un social network virtuale e la propria assenza ovunque altrove: più si passa il tempo lì, meno si vive di qui.

Lo scadimento non è solo informativo e culturale (pertanto: nessuna capacità di comprendere e conoscere e dunque tanto meno di organizzarsi per reagire alla società, in qualche modo) ma anche psichico. Oltre che estetico e morale. Una volta divenuti terminali soprav-viventi della macchina "social network" perdiamo passo a passo, ora dopo ora, giorno dopo giorno, anche gli ultimi respiri di umano che ci sono in noi.

Da qui, il passo a fare auguri o condoglianze pubblicamente a persone che non si conoscono è brevissimo, e viene messo d’un colpo. Così, senza neanche pensare più… 

Valerio Lo Monaco

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Difendo e difenderò sempre Renato Vallanzasca. Ho un debito morale con lui