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Nigeria. Il diavolo veste Boko Haram

La mobilitazione della comunità internazionale non sembra frenare la furia omicida del gruppo islamico, che continua a sferrare attacchi. Martedì 20 maggio, uno dei più sanguinosi: oltre 200 vittime. Un doppio attentato che ha colpito il mercato New Abuja di Jos, nello Stato di Plateau e che porta ancora una volta il marchio di Boko Haram. Il presidente Goodluck Jonathan ha condannato un «attacco tragico commesso da uomini crudeli e diabolici».

Ulteriori attacchi, poi, si sono verificati anche venerdì scorso (qui la cronaca del Corriere)

Fino a qualche tempo  fa il nome “Boko Haram” diceva poco o niente. La sua esistenza era sconosciuta e poco si sapeva del suo operato in Nigeria. Oggi il mondo ha volto lo sguardo verso il Paese africano, in seguito al rapimento di duecento ragazze e alla mobilitazione di alcune celebrità internazionali. Tra le tante, la first lady della Casa Bianca, Michelle Obama, che in un raro messaggio alla nazione ha assicurato che suo marito, il presidente degli Stati Uniti, farà tutto il possibile «per sostenere il governo nigeriano e trovare le ragazze e riportarle a casa». Appropriandosi per una volta dello spazio riservato ogni sabato a Barack Obama, il consueto discorso diffuso via radio e via internet, Michelle ha detto che in quelle ragazze «Barack e io vediamo le nostre figlie. Vediamo le loro speranze, i loro sogni».

Alla campagna “BringBackOurGirls” si è unito anche Papa Francesco che nel suo profilo Twitter ha  invitato i fedeli a «unirsi tutti nella preghiera per l'immediato rilascio delle liceali nigeriane». Molteplici gli appelli delle celebrità di Hollywood e di noti attivisti, come la pakistana Malal Youzafzai. Di seguito, tutti i Paesi occidentali, guidati dagli Usa, si sono espressi in merito, impegnandosi a combattere il movimento islamista, come se fosse comparso all'improvviso e non fosse già noto alla cronaca.

Il gruppo Boko Haram è nato ben dodici anni fa. Da allora a oggi ha commesso terribili crimini. Stragi di civili, attentati sanguinosi, come quello di martedì, e rapimenti di stranieri che non hanno mai avuto risonanza mediatica. Basti pensare che in quattro anni hanno causato la morte di ben quattromila persone e oltre mezzo milione di sfollati.

Numeri che non hanno scosso i Paesi Occidentali. Ora le cose sono cambiate. Il rapimento di 200 ragazze, avvenuto il 14 aprile, ha scioccato l'opinione pubblica e i grandi della terra hanno colto l'occasione per lanciare l'allarme del “pericolo islamista”. Gli Stati Uniti hanno già inviato in Nigeria un team di esperti, mobilitato l'Fbi e gli specialisti del dipartimento Usa di Giustizia. Inoltre è previsto l'uso di droni e di immagini satellitari. Gran Bretagna, Francia e Unione europea non sono da meno e hanno inviato ad Abuja squadre di intelligence. Anche Israele e Cina hanno offerto il loro aiuto.

Perché tanto clamore? Fino ad oggi, il presidente nigeriano Goodluck Jonathan ha sempre declinato le offerte di aiuto dei Paesi occidentali, in particolare l'invio di soldati stranieri in Nigeria. Di fronte all'eco mediatico, si è trovato con le spalle al muro e ha acconsentito alle loro richieste.

Gli Stati Uniti hanno giocato la carta vincente: Michelle Obama che con la sua frase «Barack e io vediamo le nostre figlie. Vediamo le loro speranze, i loro sogni» ha toccato il cuore della gente. Una scelta mediatica che ha funzionato. Se l'avesse pronunciata il presidente statunitense non avrebbe avuto la stessa risonanza. Il fatto che sia stata proferita da una “mamma” ha decretato il suo successo, nonostante il paragone tra le sue figlie e le ragazze nigeriane non stia né in cielo né in terra. Ma quali sogni e speranze hanno le ragazze nigeriane? Vivono in uno Stato povero e corrotto, nonostante sia il primo produttore africano di petrolio. Non hanno sogni se non quello di sopravvivere. È già tanto se hanno la possibilità di studiare e se non finiscono nel giro della prostituzione.

 

Il rapimento delle studentesse si è trasformato in un'occasione per i Paesi occidentali di lanciare l'ennesima campagna umanitaria in un Paese di grande importanza strategica. In particolare l'Occidente ha insistito sulla relazione tra Boko Haram e l'Islam. La stampa internazionale ha riportato con persistenza la notizia che le ragazze rapite sono state costrette a convertirsi all'Islam, come se fosse più allarmante convertirsi a un credo religioso che essere ammazzate. È girato il video diffuso dai Boko Haram, soprannominati “i talebani nigeriani”, sulle studentesse, in cui appaiono vestite con lunghe tuniche scure, sedute per terra e intente a pregare e a recitare passi del Corano. Leggendo diversi giornali, tutti scrivono che due di loro, «con l'espressione rassegnata e gli occhi inespressivi raccontano di essersi convertite dal cristianesimo all'islamismo, mentre una terza dice di essere musulmana e di non essere stata trattata male». Nel video, il capo di Boko Haram, Abubakar Muhammad Shekau, che tiene un kalashnikov appoggiato sulla spalla, conferma che le giovani si sono convertite: «Voi vi preoccupate tanto di queste ragazze ma sappiate che ora sono libere perché sono diventate musulmane». Inoltre, ha avvisato che saranno rilasciate solo «in cambio dei prigionieri». Le immagini delle ragazze coperte dal velo hanno fatto il giro delle televisioni e del web, suscitando sconcerto e indignazione.

Il movimento Boko Haram è un manipolo di criminali, analfabeti e musulmani per caso. Perché la criminalità non ha nazionalità, colori o un dio di riferimento. La religione ha poco a che fare con la crisi in Nigeria. Per mesi si è cercato di descrivere l'instabilità interna come uno scontro tra musulmani e cristiani, tra nord e sud. Una chiave di lettura sbagliata. L'instabilità della Nigeria ha motivazioni politiche ed economiche. La Nigeria è l’ottavo produttore di petrolio al mondo e il primo in Africa, potrebbe essere una delle nazioni più prospere, eppure non c’è la luce elettrica, l’acqua potabile, le fognature e le strade in gran parte del Paese, in particolare nel nord.

Dove finiscono i proventi del petrolio? Nelle tasche delle autorità nigeriane che diventano sempre più ricche e corrotte. Gran parte della responsabilità di quanto sta accadendo in Nigeria è dunque del governo centrale che ha abbandonato le regioni settentrionali del Paese, disinteressandosi dei problemi diffusi nell'area, come l'alto tasso di disoccupazione. Il vuoto dello Stato è stato riempito dal gruppo islamico Boko Haram, che ha fatto leva sul malcontento della gente. Questo spiega il suo iniziale successo e consenso popolare, in parte dovuto anche alle scelte sbagliate del presidente nigeriano Jonathan che ha lanciato un'offensiva che si è rivelata fallimentare da tutti i punti di vista.

Scarsi i risultati sul terreno (i ribelli hanno la meglio sui soldati nigeriani, nonostante i comunicati vittoriosi del governo), tante le violazioni dei diritti umani. Secondo i profughi delle zone di combattimento, i soldati hanno ucciso civili innocenti. «Non appena vedono uomini vestiti con la tradizionale tunica lunga fino ai piedi sparano. Non fanno domande. Ho visto sparare alle persone» raccontò, qualche mese fa, al New York Times un insegnante coranico, scappato dalla zona di conflitto.
«Uccidono le persone senza chiedere chi siano - confermò uno studente, anche lui in fuga - quando vedono giovani uomini vestiti con gli abiti tradizionali, gli sparano all’istante. Ne catturano molti altri e li portano via, e noi non ne sappiamo più nulla».
Attacchi indiscriminati, rastrellamenti casa per casa, uccisioni di massa, retate notturne che hanno esasperato la popolazione nigeriana, vittima due volte.

«Se non cambia nulla, non posso garantire cosa farà la popolazione (…) Il livello di rabbia ha raggiunto l’apice. Io non escludo la rottura della Nigeria. Questo è ciò che può accadere ad uno Stato fallito» affermò nel 2010 Wole Soyinka, premio Nobel per la letteratura, all’indomani della vittoria di Jonathan.

 

La rottura c’è stata. Qualche tempo fa un giornale locale nigeriano, ripreso dal sito d’informazione portametronia.it, scrisse che la «Nigeria è un Paese povero di uomini ricchi». Nell’articolo si sottolineava che dei 160mila abitanti nigeriani, 110 milioni sono molto poveri, eppure la Nigeria è uno dei grandi mercati per Mercedes, Porche e altre grandi case costruttrici di automobili. Chi compra le automobili, rimarcava il giornale, sono principalmente funzionari governativi e persone a loro vicine.

Ma non è l’unica contraddizione. Sempre secondo l’articolo, mentre la gran maggioranza della popolazione vive con un dollaro al giorno, due nigeriani fanno parte dell’esclusivo club dei 1211 miliardari al mondo, pubblicato ogni anno dalla rivista statunitense Forbes. Si tratta di Aliko Dangote, il re delle costruzioni in Africa che è al 76° posto, con un patrimonio stimato di 11,2 miliardi di dollari e Mike Adenuga, (petrolio e telecomunicazioni) che è al 248° posto con un patrimonio di 4,3 miliardi di dollari.

L’estrema povertà ha reso la Nigeria uno dei Paesi più violenti del mondo. Perché dove c’è miseria c’è delinquenza. In questo contesto, nascono i gruppi armati, tra cui appunto Boko Haram. È un movimento nato nel 2002 a Maiduguri, nel nord della Nigeria, il cui nome significa “Vietata l’educazione occidentale”. La sua storia inizia però nell’Ottocento quando il nord della Nigeria si chiamava Califfato di Sokoto, uno dei più grandi imperi dell’Africa fino a quando non arrivarono gli inglesi e i francesi che lo colonizzano portando povertà e fame. Così, come forma di protesta, molte famiglie si rifiutarono di mandare i figli nelle scuole occidentali. Da qui, il nome del gruppo odierno.

Oltre a questo, poco si sa su chi siano i guerriglieri e chi li finanzi. Un articolo pubblicato recentemente dal quotidiano The Vanguard, sotto il titolo “I governatori del nord erano nel nostro libro paga”, affermava che gli alti funzionari di alcuni Stati nel nord della Nigeria avrebbero finanziato per anni Boko Haram, prima di diventare obiettivi da colpire per aver sospeso il loro sostegno. Il giornale, che cita un presunto membro di “alto rango” del movimento islamico, sostiene che l’ex governatore di Kano, Ibrahim Shekarau, l’attuale governatore di Bauchi Alhaji Isa Yuguda e altri politici del nord avrebbero finanziato o comunque avuto contatto con i “talebani della Nigeria”. Stando a quanto riportato nell’articolo, l’amministrazione di Kano avrebbe fornito tra il 2004 e il 2011 sostegno logistico e finanziamenti mensili per 10 milioni di naira, circa 48.000 euro. Ancora più pesanti le accuse nei confronti di Yuguda, che oltre agli assegni mensili, dal 2008 alla metà del 2011 avrebbe offerto «campi di addestramento» e promesso «protezione» dalle operazioni della polizia e dell’esercito disposte dal governo federale.

 

Come spesso accade, la situazione è sfuggita di mano ai loro finanziatori e i Boko Haram sono diventati sempre più organizzati e pericolosi. David Francis, uno dei primi giornalisti ad occuparsi di loro, ha precisato che «la maggior parte dei soldati semplici di Boko Haram non sono fanatici religiosi; sono poveri ragazzi che sono stati fatti ribellare contro loro patria corrotta da un leader carismatico».

Oggi, la fazione è strettamente legata ad Al Qaeda nel Maghreb, che dopo il Mali minaccia la stabilità di diversi Paesi, come il Camerun, il Ciad, il Niger. E desta la preoccupazione della Francia. Nel vertice sulla sicurezza in Nigeria, che si è tenuto il 17 maggio a Parigi, il presidente François Hollande ha dichiarato che Boko Haram rappresenta «una grave minaccia» con legami «accertati» con Al Qaeda nel Maghreb islamico e con altre organizzazioni terroristiche.

Al summit francese assieme al presidente della Nigeria, Goodluck Jonathan, hanno partecipato anche i capi di Stato di Ciad, Camerun, Niger e Benin e i rappresentanti di Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione europea. «Siamo qui per dichiarare guerra a Boko Haram» ha detto il presidente del Camerun, Paul Biya, che negli ultimi mesi ha dovuto fronteggiare gli attacchi dei militanti islamici, la cui presenza si è consolidata nel suo Paese. Il rapimento della famiglia Moulin-Fournier e Padre Georges Vandenbeusch nel 2013, o anche l'attacco, il 5 maggio contro una gendarmeria Kousseri sono solo esempi del livello di infiltrazione della setta islamista in questa zona.

Secondo quanto ha spiegato Hollande, il piano adottato prevede il coordinamento dei servizi, lo scambio di informazioni, una regia unitaria per lotta al gruppo islamista, la sorveglianza delle frontiere, una presenza militare attorno al lago Ciad e una capacità d'intervento in caso di pericolo. Il presidente francese ha anche precisato che la Francia non invierà militari dal momento che soldati francesi sono già presenti nella regione. 

La Francia conosce bene al Qaida nel Maghreb islamico e i gruppi terroristici che, da qualche anno, affollano la regione del Sahel. Li ha combattuti in Mali, dopo aver aperto loro la strada con la destabilizzazione della Libia di Gheddafi. A distanza di pochi anni, il cerchio si chiude. La Libia è diventata ingovernabile e si è trasformata in un covo di fanatici islamisti e il Mali, ancora spaccato in due, è una polveriera pronta a esplodere.

Traendo le somme, le nazioni che hanno bombardato la Libia e armato i ribelli islamici sono le stesse che sono corse in aiuto della Nigeria. In particolare, la Francia. Il Paese africano è alleato storico degli Stati Uniti e della Gran Bretagna e ha mantenuto rapporti distanti con Parigi per parecchi anni a causa delle posizioni francesi a favore del Biafra alla fine del 1960 e del Camerun nella disputa di confine intorno alla penisola Bakassi. Di fronte all'incapacità di Goodluck Jonathan di arrestare il fenomeno di Boko Haram, Parigi si è sentita legittimata ad intromettersi in quanto ha timore che il movimento islamico si possa espandere nella Repubblica Centrafricana, dove i ribelli musulmani hanno portato la guerra, e in Niger, dove sono in pericolo i giacimenti di uranio gestiti dall'Areva, la multinazionale leader nel settore dell'energia nucleare.

Oggi l'Africa, sempre più depredata, è interessata da piccoli incendi che si stanno espandendo a macchia di leopardo.

Francesca Dessì

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