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Mondiali: zero valore, zero risultati

Di scriverne subito, della squallida uscita della nazionale italiana dai Mondiali di calcio, non era proprio il caso. E in effetti questo disallineamento temporale (che gli sciocchi definirebbero “ritardo”, ma che invece è una scelta deliberata: un po’ come attendere il momento giusto per attaccare il nemico) dovrebbe forse diventare un dato ricorrente, se non proprio una costante.

Un ulteriore elemento di autonomia dal mainstream: nell’immediatezza della notizia, e nella baraonda che ne consegue, si lasciano parlare/berciare gli altri. Poi, se ne vale la pena, ci si torna su a distanza di qualche giorno. Quasi sicuramente ti perdi i drogati dell’attualità, che si accendono e si spengono a comando. E a intermittenza. Magari, però, incroci la strada di quelli che hanno ancora la capacità di capire, o anche solo intuire, che l’universo non ricomincia tutte le mattine, con le news di giornata.

Strategie mediatiche a parte, veniamo al punto. Che ovviamente ha solo un collegamento iniziale con le cronache sportive (sportive?!) e che si inscrive in un fenomeno assai più ampio. Il calcio, e non solo, come la politica, e non solo. Un circolo vizioso che è collaudato e che si ripete in modo pressoché automatico, al di là dei riferimenti specifici a questo o a quell’ambito. Quali che siano gli avvenimenti, da un’inchiesta giudiziaria a una vicenda imbarazzante, il modo di “affrontarli” è all’incirca lo stesso. A colpi – o colpetti – di stereotipi e frasi fatte. Mentre a chiacchiere, e in favore di telecamera, si sciorina il repertorio del personaggio pubblico con la testa sulle spalle, nella sostanza ci si preoccupa solo di uscire sani e salvi dalla tempesta. Sapendo benissimo, sulla base dei moltissimi altri esempi a disposizione, che non si tratta di una remota eventualità ma di una certezza quasi assoluta. L’ennesimo benefit dovuto alla propria appartenenza a un’oligarchia di privilegiati, che non resta dov’è in forza dei risultati ottenuti ma solo perché quel ruolo va comunque interpretato, anzi recitato, da qualcuno. Come in una fiction di lunghissima durata, l’essenziale è che il flusso degli episodi non si interrompa. Per quanto il copione faccia schifo, e gli attori pure, la garanzia del prosieguo è altrove. È nell’assuefazione del pubblico.

L’obiettivo non è la qualità della performance, ma il compenso che se ne ricava. In questo senso, per molti degli Azzurri buttati fuori dal Mondiale, se non proprio per tutti, la figura barbina è praticamente a costo zero: i loro introiti arrivano in massima parte dai club in cui giocano e quindi la nazionale si riduce a poco più, o poco meno, di un impegno collaterale. Se le cose vanno bene è una vetrina. Se vanno male è una parentesi.

Un modo di pensare, e di essere, che riguarda parecchie altre categorie, dalla politica alla tivù e via simulando, e che è penetrato così in profondità da sfuggire alla stessa volontà individuale. L’idea strisciante, e onnipresente, è una variante del principio cardine della speculazione: ottenere il massimo risultato col minimo sforzo. Purtroppo, però, è un teorema ingannevole, che spinge a equivocare i termini della questione. Quando il minimo sforzo è la regola, il massimo risultato diventa un’aspettativa arbitraria. Fai pena nelle amichevoli, vedi il pareggio col Lussemburgo (col Lussemburgo!), e ti predisponi a fare pena nelle partite ufficiali. Dopo di che, a disastro consumato, bisognerebbe andare dritti al cuore del problema e denunciarne la vera natura: non si tratta solo di una “figuraccia”, parola che suggerisce un incidente di percorso, ma di un tracollo stra-annunciato. La sconfitta, infamante, come esito naturale di certe premesse perdenti. Perché mai dovresti vincere, se ti impegni così poco?

Ma cosa te ne frega, d’altronde? Domani, primo luglio, si apre il mercato estivo e si parlerà di quello. Poi, il 31 agosto, riprenderà la serie A. E di lì a poco le qualificazioni per gli Europei 2016. E a seguire i gironi della Champions.

I tifosi si appassioneranno come al solito, più o meno. I loro idoli si arricchiranno di conseguenza, più o meno. E i Mondiali in Brasile, come è inevitabile, finiranno in archivio: un brutto ricordo in attesa di nuove speranze.

L’ennesima mano di vernice, rilucente, su un baraccone che andrebbe abbattuto.

Federico Zamboni

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