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Ucraina, Siria e Turchia: risoluzioni e controrisoluzioni

Qualche giorno fa si era sparsa la voce di una bozza di risoluzione sull’Ucraina, che la Russia avrebbe sottoposto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per l’ottenimento dei un cessate il fuoco, la creazione di una No-Fly zone e l’apertura di corridoi umanitari verso le città assediate dalle forze armate di Kiev, ma al momento nulla è stato presentato.

È ovvio che la bozza sarebbe caduta sotto la mannaia del veto USA, magari accompagnato da quelli inglese e francese: una ghiotta ripicca per tutte le volte che la Russia ha bloccato iniziative, più o meno, analoghe degli atlantisti, come dire chi di veto ferisce di veto perisce. Così il Cremlino pare abbia preferito evitare una magra figura che sarebbe stata accompagnata da una virulenta campagna mediatica che lo avrebbe accusato di incoerenza. Eppure avrebbe potuto essere una mossa non così sbagliata, perché, se adeguatamente modulata, la presentazione della bozza avrebbe potuto smascherare il doppiopesismo e le incoerenze della Casa Bianca.

Le situazioni siriane e ucraine sono, infatti facilmente paragonabili, a patto di non dimenticare che, piaccia o no, Assad, sotto il profilo giuridico, era e resta il legittimo governo della Siria, mentre il governo di Kiev è figlio di un subdolo colpo di stato, mascherato da insurrezione popolare. Non parlateci di Maidan e dei sui eroici ragazzi, morti per l’oligarca Poroschenko: un colpo di stato si è consumato quando, con la garanzia dei ben tre ministri degli esteri della UE, governo e opposizioni firmarono un accordo, che fu immediatamente disatteso sia dalle opposizioni che dai garanti.

Sul campo di battaglia, invece, la similitudine è molto più stretta: i ribelli di entrambi i paesi sono sotto il fuoco degli eserciti regolari e grande è la strage fra i civili, anche i “numeri” sarebbero assolutamente comparabili. Se vi fosse coerenza, quindi, non dovrebbe essere la Russia a presentare un risoluzione, ma gli Usa, che peraltro avrebbero il testo già bello e pronto: basta, infatti, sostituire, ove del caso, “regime di Damasco” con “regime di Kiev”. Invece Kerry & Co, mentre condannano la repressione siriana, sostengono apertamente l’azione militare di Kiev contro i “terroristi”: Lavrov non è mai arrivato a tanto nel suo “sostegno” ad Assad.

Terroristi” questo è, infatti, il termine che Kiev impiega per definire gli insorti, nonostante non un atto terroristico è stato compiuto dai “filorussi”, che semmai li hanno subiti, vuoi dagli irregolari di Settore Destro che dai regolari dell’aviazione di Kiev. Certo, anche in Siria è stato evocato il terrorismo contro gli insorti, ma non quando ci si riferiva ai combattenti sul terreno, ma ogni volta che esplodeva un’autobomba che faceva strage di civili: e in questi casi l’impiego del termine è corretto, peccato che per gli USA i questi terroristi non fossero tali, anzi terrorista poteva essere l’artiglieria o l’aviazione di Assad, ma allora perché queste sì e quelle di Kiev no?. Va però detto, ad onor del vero, che il Pentagono, al contrario della “junta” kievita, non abusa del termine terrorista: persino nei teatri asiatici in cui sono dispiegate le forze atlantiste il nemico è chiamato “insurgent”, insorto, e questo sono i miliziani russofoni del Donbass: insorti e non terroristi, la qualifica non può dipendere dalla fazione per la quale si parteggia.

La tentazione del doppio standard è però troppo forte perché non vi si ceda nella speranza che i media lo accettino e consacrino:  in fondo quanti media mainstream ricordano le posizioni atlantiste di tre mesi fa, "Yanukovich non si azzardi ad usare l'esercito contro i civili, non osi superare la linea rossa altrimenti la comunità internazionale dovrà intervenire.", e le comparano con quelle di degli ultimi giorni, "le operazioni anti terrorismo, con l'uso dell'esercito, sono legittime".

In Donbass è in corso una operazione militare in grande stile, almeno per gli standard delle forze armate ucraine, nel quadro di una guerra civile, anzi ormai di secessione, assolutamente assimilabile a quelle messe in atto dai siriani contro i loro ribelli, ma in questo caso quella che deve fermarsi è l’azione della Russia, anche se ad avanzare sono gli uomini di Kiev. Fino a prova contraria non c’è intervento diretto russo sul terreno, e Putin questa prova l’ha prontamente sollecitata senza neppure ottenere una fasla, in stile armi chimiche di Assad. 

Certo qualche aiuto starà pur filtrando, sarebbe ingenuo pensare il contrario, ma se gli atlantisti e i loro alleati sauditi hanno potuto negare di aver fornito aiuti ai ribelli in Siria , può ben farlo anche Putin, almeno se si usa lo stesso metro. Anche in Donbass, come in Siria, stanno affluendo volontari “stranieri”, ma, ironia della sorte i più organizzati sarebbero, i ceceni. Sì proprio loro, quelli che Settore Destro voleva intervenissero a fianco di Kiev in Crimea: che anche sulla Cecenia non ce l’abbiano raccontata giusta? Una differenza, però, c’è: in Siria il grosso dell’intervento straniero veniva proprio da organizzazioni che sono legittimamente etichettabili come terroristiche e il denaro per il reclutamento era, ed è, frutto dei proventi dai traffici d’oppio afghano con qualche integrazione saudita, fatto di cui solo i media mainstream pare non si siano accorti.

Kiev avanza, accerchia città e le bombarda, ma chi deve ritirare le truppe è Putin: truppe anche fossero ad un centimetro dal confine ucraino sarebbero pur sempre sul suolo russo. Gli USA sono troppo abituati a dettar legge su cosa i popoli e i governi devono fare a casa propria, forti del fatto che la stampa e le televisioni stanno facendo credere che i soldati siano in Ucraina: poteva esser vero per la Crimea, ma non per il Donbass. Passa quasi inosservato, anzi viene giustificato, che chi sta dispiegando il suo arsenale presso i confini ucraini e russi, invece, è proprio la NATO, senza considerare che i mercenari della ex Blackwater sono in Ucraina almeno fin dai tempi dei cecchini di Maidan, ma nessuno dei nostri solerti giornalisti rileva che chi pratica l’intimidazione con le armi è proprio l’Alleanza. Poco importa che forze di terra e dell’aria stiano venendo dislocate presso i confini Russi e il Mar Nero pulluli di unità Nato, abbastanza lontano dalle acque territoriali statunitensi o francesi: ma vi immaginate le reazioni mediatiche e governative se la marina russa mandasse anche un solo cacciatorpediniere nel Golfo del Messico?

Per favorire la distensione, intanto, Obama, il Nobel per la pace, propone un piano di riarmo per un miliardo di dollari, chissà se metterà nel fondo anche il denaro dell’ex prestigioso riconoscimento? Ma chi riarma e minaccia è Putin, che voglia accreditarsi per un Nobel per la Pace anche lui?

Insomma, se gli USA fossero coerenti con la linea tenuta sulla Siria dovrebbero esser loro proporre loro una risoluzione contro Kiev, e  invece agitano ingerenze moscovite nel Donbass, dove la rivolta sarebbe stata proprio sobillata dal Cremlino. Al momento però le uniche evidenze disponibili sono che, piuttosto, è stato il colpo di stato di Kiev ad essere operazione gestita dall’estero. 

Però è Putin che deve giustificarsi e dar prova di buona volontà negoziale, mentre invece gli USA sostengono l’azione militare nel Donbass, dimentichi che nella crisi siriana Putin esercitò pressioni su Assad, mentre gli atlantisti e Riad fomentarono la rivolta e spinsero a lungo gli insorti a rifiutare ogni dialogo.

Non scordiamoci, poi, che le sommosse di Maidan sono durate mesi, durante i quali non si  mosse foglia nell’est del paese o in Crimea: la ribellione esplose quando, ad un corrotto presidente, si è cercò di imporne di peggiori, dimostrando che c’erano interessi diversi dalla libertà che dirigevano l’orchestra di Maidan, dove magari molta era la gente in buona fede. Gente che però ha comunque applaudito in massa quando, in un paese in piena crisi economica, il primo provvedimento fu di cercare di  togliere dignità alla lingua russa: c’è bisogno di qualcuno che orchestri la rivolta o in questi casi esplode spontanea? Certo, in Crimea Mosca è andata giù pesante, intimidendo con le forze della marina dislocate in loco, come da trattati, e, probabilmente, usando i suoi di “Blackwater”: ma come si poteva pensare che consegnasse le sue basi navali alla NATO, che, pur di espandersi nella penisola, è arrivata a sostenere la legittimità delle politiche sovietiche di Krushov. Una “contraddizione” che, però, non è una gran sorpresa: nel Caucaso gli esportatori di democrazia seguono le linee di confine stabilite da Stalin.

Se ingerenza comprensibile è stato l’esercitare forti pressioni su Ianucovich perché non  si lasciasse andare a repressioni violente della piazza, meno comprensibile è perché altrettali pressioni non furono fatte su Erdogan, che a Gezi ha colpito più duro di Ianucovich, repressione che ha replicato non appena si è provato a celebrare l’anniversario della rivolta. 

Dov’erano allora e dove sono ora i ministri della UE? Perché non spingono Erdogan ad un compromesso? Si dirà che Erdogan ha la legittimazione delle urne, ma anche Ianucovich l’aveva. State tranquilli, però, che se Gezi avesse raggiunto le dimensioni di Maidan, non le avrebbe raggiunte: l’esercito o chi per lui sarebbe intervenuto pesantemente senza conseguenze atlantiste, altro che i cecchini di Kiev, che, ormai è chiaro, non erano di Ianucovich e sparavano in maniera ecumenica perché il golpe potesse essere.

Inaucovich arrivò ad offrire un’amnistia, ma che la condizione fosse il deporre le armi e lasciare la piazza fu ritenuto inaccettabile, ora che la stessa condizione è stata posta dalla “Junta” è, invece, tutto regolare. Allora fu addirittura considerato autoritario e antidemocratico l’inasprimento delle pene per i manifestanti che il deposto Presidente cercò di attuare, eppure le nuove sanzioni erano in linea con quelle in vigore nella maggior parte delle democrazie occidentali. Particolare scandalo destò il fatto che aveva provato addirittura a vietare di manifestare con il volto coperto: ma allora siamo in dittatura anche in Italia, almeno se usiamo un peso e una misura. Meno male che ciò non venne fatto e così potemmo restare una democrazia, nonostante un Governo non legittimato dal voto popolare e un Parlamento eletto con una legge incostituzionale, che ha eletto a sua volta un Presidente, che si è ben guardato di svolgere il suo compito di guardiano della Costituzione sciogliendo le anticostituzionali Camere . 

Nessuno, a proposito di leggi repressive sulla libertà di manifestare, però alza voci adeguatamente sdegnate, almeno nei media sotto tutela atlantista, per la richiesta di condanna a 98 anni per la ragazza dal foulard rosso, simbolo di Gezi. Eppure lei non si era macchiata di alcun atto di violenza, ma solo di dissenso, chissà cosa avrebbe fatto Erdogan se Maidan fosse stata una piazza di Ankara? Probabilmente un macelleria messicana, ma probabilmente nessuno lo avrebbe disturbato. Poi, si sa che per la Turchia le risoluzioni ONU non valgono, con Ankara si tratta per Cipro, quando invece gli si dovrebbe imporre di rispettarle punto, volente o nolente: altro che trattare o coccolare in vista di possibili ingressi nella UE.

Se gli USA fossero coerenti una risoluzione, tanto lo tangono, se la meriterebbe pure Erdogan, o almeno un po’ di sanzioni, visto che per lui esser democratico significa poter chiudere social network e You Tube. A lui, però, si perdona tutto, pure il negazionismo di Stato su genocidi, tanto è solo il Metz Yeghern mica la Shoà, Hitler aveva ragione, nessun si ricorda del genocidio degli armeni e, anzi, è meglio nessuno se ne ricordi: Ankara è un alleato.

Su qualche dichiarazione di Kerry si può, però, anche essere d’accordo, come quando sostiene che ci sono state elezioni scontate e tenute in situazioni di assoluta irregolarità. Cioè, si potrebbe essere d’accordo se estendesse il suo giudizio sulle presidenziali siriane a quelle ucraine: anche vi fosse un reale consenso per i due presidenti, sia l’elezione di Assad che di Poroschenko sono viziate da irregolarità che le rendono “non elezioni” come dice Kerry. Tuttavia devono essere “non elezioni” in entrambi i paesi, altrimenti va riconosciuta legittimità ad entrambe, come risulta abbia fatto Putin. Certo non il Presidente russo non sarà stato motivato dal più puro spirito democratico, più probabilmente sarà stato per da real politik da una parte e da riconoscimento del popolo sovrano dall’altra. In quale caso l’una o l’altro decidete pure voi, anche a seconda della tifoseria, qui ci limitiamo a comparare i fatti, senza schierarci, anche se questo per alcuni è massima espressione di faziosità e partigianeria: si sa che c’è  no fly zone e no fly zone, se ad imporla sono i caccia NATO è legittima, se a farlo sono quelli russi è aggressione, e se pensi che così si stiano usando due pesi e due misure sei un prezzolato al soldo della propaganda putiniana.

Non preoccupiamoci troppo però le sanzioni USA pare siano a blocchi partenza e stiano per colpire duro, ma non la Russia, bensì la Francia: BNP Paribas avrebbe avuto rapporti commerciali con paesi sotto embargo USA come Iran, Sudan e Cuba, e quindi pare subirà multe terrificanti. Con alleati così chi ha bisogno di nemici? Ma chi è pronto ad irrogare sanzioni economiche tali, che addirittura Hollande, alzando timidamente la voce, considera inappropriate e sproporzionate, pretende al contempo che la Francia dovrebbe sospendere la vendita delle fregate Mistral alla marina russa.

Meglio che Hollande faccia la voce più grossa e contesti la legittimità stessa delle sanzioni e, imparando da Putin, minacci ritorsioni rivendicando la sovranità nazionale, altrimenti alle prossime elezioni, politiche o presidenziali, la Le Pen potrebbe fare veramente il pieno. 

Alla fine non resta che prendere atto che Gli USA perseguono una sola “risoluzione”: i propri interessi ad ogni costo: anche di calpestare qualsiasi forma di diritto o di pudore, anzi pare ci provino un perverso gusto al limite dell’ostentazione. Tuttavia , alcuni  analisti mainstream occidentali, casualmente francesi, cominciano a ritenere che il grande comunicatore Obama stia commettendo un errore dopo l’altro e cedendo quello scettro a Putin, nonostante tutti i media sotto tutela ripetano il mantra che il Presidente russo è un dittatore. Come, però, come Ianucovich ci ha insegnato: per gli esportatori di democrazia i risultati elettorali non hanno che un significato relativo. Anche i brogli e le irregolarità nelle tornate elettorali si sa che hanno rilevanza a seconda dell’opportunità, peccato che si arroga di decidere quando è una nazione che ha eletto un Presidente con le urne taroccate della Florida e quindi farebbe meglio a tacere sulle “non elezioni”. Se poi proprio non riescono a tacere se la prendano con l’Italia, peccato, invece, che agli USA i governi non eletti ed eterodiretti piacciono troppo.

Ferdinando Menconi

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