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Europa: la flessibilità "a parole"

La Commissione europea sarà guidata da Jean Claude Juncker. Un lussemburghese, l'esponente di un Paese che conta numericamente poco nell'Unione se non per il fatto di essere un paradiso fiscale di fatto. Un presidente che è stato imposto dalla Germania di Angela Merkel che si è portata dietro altri 25 Paesi membri. Gli unici a dire no sono stati l'Ungheria di Viktor Orban e la Gran Bretagna di David Cameron.  Il voto ufficiale, da parte dell'Europarlamento, ci sarà il 16 luglio prossimo. 

Il no di Londra era atteso e il primo ministro inglese lo aveva già anticipato subito dopo il risultato delle ultime elezioni europee che avevano azzerato le ambizioni del candidato unico dei socialisti, il presidente uscente del Parlamento europeo, il tedesco Martin Schulz. E soprattutto quelle dei possibili esponenti dell'area liberal-liberista, tecnocratica e bancaria. Un no motivato con la considerazione di facciata che Juncker non è la persona “giusta” per guidare la Commissione ma che in buona sostanza riflette due diverse visioni dell'economia. Una visione più “finanziaria”, quella di Cameron e della Gran Bretagna, e che ha visto Londra tornare ad essere negli ultimi anni il principale sito borsistico dell'Unione. Ed una visione più legata all'economia reale. Quella della Germania che è stata obbligata ad allentare, sui tempi tecnici del risanamento dei conti pubblici, la sua linea del rigore sull'onda di una crisi economica, che da anni è una recessione, dalla quale non si riesce ad uscire fuori. Una recessione che ha creato milioni di nuovi disoccupati che restano privi di grandi prospettive, a causa delle politiche dell'austerità che, grazie allo smantellamento dello Stato sociale, stanno diffondendo una povertà di massa. 

La maggiore attenzione della Merkel verso l'economia reale, la salute delle imprese e dei cittadini, non significa però un allentamento delle clausole del Patto di Stabilità (che nominalmente è anche di crescita). I Paesi con un alto debito e con un disavanzo ballerino dovranno in ogni caso ridurre il primo e annullare il secondo. L'unica concessione fatta dalla Merkel è quella sui tempi. Se una Nazione come l'Italia farà la brava e dimostrerà di avere avviato le riforme “strutturali”, quelle finalizzate alla crescita, tipo la riforma del mercato del lavoro sempre più precario e flessibile, avrà più tempo a disposizione per rimettersi in carreggiata. 

La flessibilità concessa ai riformatori è stata accolta da Matteo Renzi come una vittoria personale e come l'effetto positivo delle richieste da lui presentate alla Merkel nel corso di un incontro a due, prima dal vertice europeo. La realtà è però leggermente diversa. Certo l'ex sindaco di Firenze aveva condizionato il suo via libera a Juncker al varo di un documento comune nel quale i capi di governo europeo dicessero chiaramente dove vuole andare l'Europa. Verso il rigore o verso la crescita. La Merkel ha dato l'impressione di aver ceduto a Renzi che ha definito “un premier di grande successo”, una considerazione poco impegnativa, ma in realtà non ha fatto altro che ribadire la sua linea del rigore. Maggiore flessibilità? Renzi ha ribadito che anche l'Italia ne usufruirà. Così ha annunciato che dal 1 settembre 2014 partiranno i mille giorni “per cambiare faccia all'Italia”. «Dimostreremo all'Europa e al mondo che facciamo sul serio». Soprattutto, voleva dire Renzi, a quanti ci comprano i titoli di Stato. 

Resta il fatto che la flessibilità concessa all'Italia non rappresenta quella novità che il capo del governo sta millantando. La riduzione del debito che continua a salire - ora è al 135% del Pil - dovrà essere raggiunta in ogni caso. La stessa cosa per l'azzeramento del disavanzo dall'attuale 3%. E fino a questo momento Renzi non ha dato indicazioni sul come intenda riuscirci. E avrà sempre la Merkel, e lo stesso Juncker, con il fucile puntato, a controllare che faccia bene i compiti a casa.

Irene Sabeni 

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