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Debito pubblico senza freni. E la manovra è già pronta

Il debito pubblico continua ad aumentare. Secondo i dati della Banca d'Italia, in maggio è aumentato di 20 miliardi salendo al tetto massimo “storico” di 2.166,3 miliardi. La conclusione che se ne deve trarre è che il governo Renzi, allo stesso modo di quelli di Berlusconi, Monti e Letta, giusto per citare gli ultimi della serie, non è stato in grado di controllare la dinamica della spesa pubblica. 

Alla faccia della spending review, in italiano la revisione della spesa. Lo stesso vale per le amministrazioni locali che se ne infischiano allegramente di fare economie, tanto i soldi che scialacquano non sono i loro. 

C'è un aspetto inquietante che aleggia intorno all'entità del debito pubblico ed è la sua incidenza sul Prodotto interno lordo. Uno corre a vedere il sito di quotidiani come Corriere della Sera e Repubblica, tanto per citare i più diffusi, e lo stesso succede il giorno dopo sull'edizione cartacea, e non trova alcuna traccia di questo dato. Niente di niente. Ogni mese si parla dell'aumento del debito in termini quantitativi ma ci si guarda bene dal rendere noto se siamo saliti al 134% o al 135% sul Pil. È come se i giornali dei cosiddetti poteri forti, gruppi finanziari e bancari, grande industria e dintorni, non volessero evidenziare il totale fallimento degli ultimi governi e la loro totale incapacità nell'affrontare la recessione in corso. La quale, in conseguenza del crollo delle entrate fiscali e contributive, non può che peggiorare il livello sia del debito che del disavanzo. Per sapere come stanno le cose, si è obbligati a calcolarselo in proprio, dopo essersi muniti dell'ultimo bollettino mensile di Via Nazionale. O, in alternativa, cercare qualche sito indipendente che riporta quella percentuale che rappresenta l'autentico indicatore della scarsa salute dell'economia del nostro Paese. 

A fine anno esso era infatti al 132,6% per 2.066 miliardi. Fatti un po' di conti, siamo sopra il 135%. Eppure nessun quotidiano di regime, come detto, tira fuori questi numeri. La sensazione, o il sospetto, è che le banche, azioniste dei quotidiani e loro creditrici, e legate strettamente al Partito Democratico in virtù degli interessi locali rappresentati dalle fondazioni, e legate alla Bce di Draghi per la montagna di soldi ricevuti in prestito, abbiano imposto una sorta di silenzio stampa per non allarmare troppo i piccoli risparmiatori che ancora credono nella convenienza dell'idea di investire nei titoli di Stato. In primo luogo i Btp decennali che, in rapporto al rendimento (interessi al netto dell'inflazione) rispetto ai confratelli Bund tedeschi, determinano l'entità dello spread. Uno spread che in questa fase, grazie all'acquisto di titoli pubblici fatto dall'Esm (il fondo salva Stati) e dalla Bce, resta basso e venerdì 18 luglio si è stabilizzato a 164 punti. Una bonaccia finanziaria che non riflette i cosiddetti “fondamentali” dell'economia (i cittadini sono sempre più poveri e le imprese chiudono una dopo l'altra) né tanto meno il reale giudizio dei mercati finanziari sulla solvibilità futura dei Btp. Un giudizio negativo che ci avrebbe dovuto portare da tempo a vivere gli stessi scenari della Grecia. L'impresentabile Berlusconi cadde infatti nel novembre 2011 quando il debito era al 120,1% e lo spread a 570. Oggi il debito al 135% non preoccupa minimamente Renzi e il suo degno compare Padoan. E questo testimonia che c'è qualcosa che non va nella logica che muove le vicende del nostro Paese. Una logica che, al contrario, è perfettamente chiara per coloro che gestiscono direttamente il potere reale globale, quello finanziario, e che, per interposta persona, guidano il governo italiano che è una loro agenzia di affari. 

Il punto è che per tutti i soggetti economico-finanziari e politici mondiali, l'Italia non deve fallire. Non siamo la Grecia e il nostro crac provocherebbe un terremoto dalle conseguenze catastrofiche. Il ministro tedesco dell'Economia, Wolfgang Schauble, ha concesso fiducia a Renzi, sostenendo che la Germania e l'Europa (insomma la Commissione) si aspettano che l'Italia faccia le riforme “strutturali”. Il lavoro deve essere più precario e flessibile così le imprese assumeranno sapendo di poter licenziare. Soprattutto, i crucchi hanno fatto sapere a Renzi che in autunno ci sarà bisogno di una manovra “correttiva” per 24 miliardi di euro. Giusto per tamponare qualche buco di bilancio. Ma poi, siccome le famiglie italiane sono più ricche di quelle tedesche, un punto che lo stesso Renzi ha più volte ricordato, ecco che i tedeschi si stanno orientando a chiederci una misura che è già stata attuata in Grecia e che è stata chiesta, per l'Italia, in un documento riservato anche dal Fondo monetario internazionale. Un prelievo forzoso (del 10-15%) sui conti correnti bancari di importi superiori a 100 mila euro con il fine di ridurre il debito pubblico. 

Così con politici criminali che continuano a saccheggiare le risorse pubbliche, a pagare, come sempre, saranno chiamati i cittadini che si illudevano di avere messo da parte un po' di risparmi per la vecchiaia. 

Irene Sabeni

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