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Riforme: garantisce Napolitano…

L’appuntamento in sé fa abbastanza ridere, e già dal nome: la “cerimonia del Ventaglio”.

Un retaggio (un residuato) le cui origini risalgono alla fine dell’Ottocento e che appartiene alla categoria, odiosa, dei salamelecchi reciproci fra il potere politico e quello mediatico. L’ASP, l’Associazione Stampa Parlamentare, rende omaggio al presidente della Repubblica e a quelli della Camera e del Senato, regalando a ognuno di loro un ventaglio, congruamente decorato allo scopo di impreziosirlo e, quasi, di nobilitarlo. Inoltre, come se un’unica messinscena fosse troppo poco per soddisfare l’ansia di compiacersi gli uni con gli altri, la consegna non avviene simultaneamente, ma in tre occasioni distinte. Manco si trattasse di blandire tre bimbetti bizzosi, che esigono ciascuno una festicciola esclusiva.

Così, in attesa degli appuntamenti successivi, si è cominciato col Capo dello Stato. Il quale, al di là delle chiacchiere di circostanza (vedi l’elogio alla suddetta «Stampa Parlamentare, antenna tra le più sensibili della vita politica e istituzionale nella sua evoluzione e nei suoi travagli»), non si è fatto sfuggire l’occasione per tirare un altro po’ d’acqua al solito mulino: quello dove si impastano, e si impapocchiano, le famigerate “riforme strutturali”. Che – a detta di Napolitano – sono state «da tempo individuate come necessarie per rendere più dinamici i nostri sistemi produttivi e istituzionali», nel segno di un approccio generale in cui «le riforme dell'assetto parlamentare, del processo legislativo, dei meccanismi decisionali pubblici, non sono meno importanti delle riforme del mercato del lavoro e della spesa pubblica».

A chi legge con attenzione non dovrebbe sfuggire la pseudo logica, apparentemente oggettiva e viceversa completamente autoreferenziale, che fa da architrave a questa ennesima perorazione. Nel caso specifico, il trabocchetto si situa nel passaggio che definisce le riforme «da tempo individuate come necessarie». Ma «individuate» da chi? E «necessarie» per cosa, oltre che per quell’incremento di dinamismo che – anche volendo ammettere la sua efficacia ai fini di un significativo incremento del Pil, peraltro tutto da verificare – certamente non garantisce alcunché in termini di rilancio dell’occupazione e di riequilibrio nella distribuzione della ricchezza?

Ancora una volta Napolitano, al pari dei suoi molti “compagni di riforme” (e di rinculo, per cui a ogni colpo, o colpetto, che esplodono si ritrovano proiettati all’indietro, su posizioni sempre meno di sinistra e sempre più liberiste), spaccia per pragmatismo quella che in realtà è solo acquiescenza nei confronti del modello economico dominante. Ribadito il dogma, o il “dogmino”, di fondo, ecco aggiungersi il monitoall’ordine che si lega all’attualità. Ed è palesemente destinato, benché senza citarlo in maniera esplicita, al M5S, che dopo il fallimento dello sciagurato tentativo di dialogo con Renzi è tornato a lanciare accuse di deriva oligarchica, giustamente ravvisata sia nell’Italicum che nello stravolgimento del Senato.

L’intonazione è la solita, così come consueto è il richiamo alla soggezione. «Rivolgo un pacato e fermo appello a superare un'estremizzazione dei contrasti, un'esasperazione ingiusta e rischiosa - anche sul piano del linguaggio - nella legittima espressione del dissenso. E per serietà e senso della misura nei messaggi che dal Parlamento si proiettano verso i cittadini, non si agitino spettri di insidie e macchinazioni autoritarie. Né si miri a determinare in questo modo un nuovo nulla di fatto in materia di revisioni costituzionali».

Ci mancherebbe. Non solo bisogna lasciarli fare, mentre ci spingono giù per la china del fatalismo liberista, ma ci si deve anche astenere da qualsivoglia critica. Rassicurati per l’eternità dal fervore di Renzi, dall’aplomb di Draghi, dalla fissità dello stesso Napolitano.

Ci mancherebbe. Come no?

Federico Zamboni

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Rassegna stampa di ieri (22/07/2014)