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Il Fondo Monetario gela Renzi. E ora?

La situazione economica dell'Italia è a dir poco tragica. E le prospettive che si possa avere una inversione di tendenza sono pari a zero. Le stime del Fondo monetario internazionale sono, in tal senso, molto significative. In appena due mesi, il Fmi ha infatti abbassato allo 0,3% le stime di crescita della nostra economia. In aprile le stime parlavano di un più 0,6%. 

Si tratta di un autentico crollo determinato sia dal concomitante rallentamento dell'economia globale (un aumento stimato del 3,4% annuo invece di un 3,7%) sia dallo scarso peso attribuito alle misure finora adottate dal governo in carica. 

Renzi e Padoan speravano che una crescita globale forte avrebbe funzionato da traino per la nostra, offrendo un po' di respiro alle aziende nazionali. In particolare quelle che, esportando, sono ben posizionate sui mercati asiatici. Il Fondo monetario però non ha ancora visto la “novità” rappresentata da Renzi. D'accordo che non sono passati nemmeno sei mesi di esercizio ma i dati del debito pubblico sono lì a certificare che la famosa o famigerata “spending review”, la revisione della spesa, con la quale pure Monti e Letta si erano sciacquati la bocca, resta soltanto un termine senza alcuna conseguenza pratica. 

Il debito pubblico continua infatti ad aumentare ed anche un profano di economia comprenderebbe che lo Stato centrale e le amministrazioni locali non sono più in grado di tenere sotto controllo la dinamica della spesa pubblica. E nemmeno lo vogliono.

Il “suggerimento” inoltrato dal Fmi a Renzi e Padoan di effettuare un prelievo forzoso del 10% sui conti correnti come primo passo per coprire in parte il debito pubblico, che è ormai al 135% del Pil, non rappresenta certo una novità. Non è la prima volta che l'organismo usuraio di Washington ne parla. È stato già fatto in Grecia perché non si dovrebbe fare in Italia? In tal modo, spiegano i tecnocrati di oltre Atlantico, si ridurrebbe il debito, i tassi di interessi calerebbero e le imprese avrebbero migliori condizioni di credito da parte delle banche e potrebbero investire e trainare la ripresa. 

Una posizione che coincide con quella della Bce guidata dall'ex Goldman Sachs, Mario Draghi. Una posizione che in realtà è totalmente falsa perché è sicuramente vero che da parecchi mesi i tassi di interesse “virtuali” (quelli che dovrebbero risentire dello 0,25% praticato dalla Bce) sono bassi. Ma è ugualmente vero che le banche italiane si guardano bene dal finanziare l'economia “reale”, quella delle piccole e medie imprese, preferendo finanziare i grandi gruppi, Fiat in testa, che non possono fallire. O in alternativa decidendo di comprare titoli di Stato che garantiscono entrate sicure e costanti e la restituzione del capitale. 

Il Fmi queste cose si guarda bene dal ricordarle perché Christine Lagarde appartiene allo stesso mondo in cui è cresciuto Mario Draghi. I loro punti di riferimento sono infatti gli stessi e nessuno dei due si sognerebbe di mettere sotto accusa il fenomeno della finanziarizzazione dell'economia grazie al quale, negli ultimi anni, si è attuato un trasferimento di ricchezza reale dai cittadini e dalle imprese a tutto favore delle banche e dei fondi di investimento privati anglo-americani. Anzi, la Lagarde, allo stesso modo del capo della Bce, parla di una politica monetaria “accomodante”. Aggettivo che vuol dire, in buona sostanza, più soldi alle banche, considerate il perno dell'intera sistema economico. 

Le stime al ribasso fornite dal Fmi sono la solita lista che a leggerla fa venire il mal di testa. Resta però la realtà di una Italia di fatto ferma perché manca completamente una politica economica degna di questo nome e perché sta ulteriormente calando la fiducia in un futuro che appare più nero dell'oggi. Anche la Spagna ci supera di molto nelle sue prospettive (un + 1,2% quest'anno) mentre la Germania, pur rallentando, realizzerà quasi un 2% in più. 

Al di là delle chiacchiere, dovremmo correre, almeno così sperano, auspicano e ripetono, ma non riusciamo nemmeno a camminare.

Irene Sabeni 

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