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Sud Sudan. Tre anni di sopravvivenza

Il Sud Sudan è sull'orlo di un disastro umanitario. Lo Stato più giovane del mondo è infatti in balia del conflitto che contrappone, dallo scorso dicembre, il presidente Salva Kiir, di etnia Dinka, e il suo vice Riek Machar, di etnia Nuer. Oltre diecimila morti e un milione e mezzo di profughi. 

La guerra non si è fermata neanche nel giorno dell’anniversario d’indipendenza, il 9 luglio scorso. Il suo spettro era ben presente. Nonostante non ci siano stati combattimenti, le bandierine a festa e il tema scelto per la giornata “Sud Sudan, una nazione, un popolo” non hanno cancellato sei mesi di conflitto. A tre anni dall'indipendenza il popolo sudanese non è integro e sereno, ma provato e disseminato nel Paese. 

A poco sono serviti gli accordi di pace firmati il 9 maggio scorso. Le ostilità non sono cessate e la pace appare sempre più lontana. Nel fine settimana scorso, oltre 60 soldati sono stati uccisi nel corso di combattimenti con colonne di disertori  nello Stato di Northern Bahr el Ghazal, una regione del Sud Sudan non lontana dal confine con il Sudan.

L’applicazione dell’intesa resta dunque difficile. L'esercito governativo controlla le principali città mentre la ribellione ha bloccato le attività petrolifere, privando così il governo di Juba della principale fonte di entrata. Attualmente le operazioni militari sono state sospese non perché il presidente Salva Kiir o Machar si stiano impegnando nel negoziato, ma perché avanzare nel fango non è fattibile. In poche parole, la stagione delle piogge è una garanzia più valida dell'accordo di cessate-il-fuoco, ma non per fermare il dramma della carestia che sta mettendo in ginocchio il Paese. Oltre 900.000 i bambini a rischio.

Il governo di Juba sapeva da tempo che la carestia avrebbe messo a rischio la vita di migliaia di persone. Ma si è fatto poco per arginare il fenomeno. La comunità internazionale non è stata da meno. Oltre a lanciare allarmi o ad esprimere preoccupazione, poco o nulla ha fatto. 

Ai primi di aprile, l'alto commissario Onu per i diritti umani, Navy Pillay, durante una visita ufficiale a Juba, si disse  «inorridita» dalla indifferenza del presidente Kiir e del suo ex vice Machar: « La prospettiva di infliggere la fame e la malnutrizione su larga scala a centinaia di migliaia di loro concittadini non sembra toccarli in modo particolare». 

In quell'occasione, il rappresentante dell'Onu denunciò che oltre 9.000 bambini combattevano tra le file dei due schieramenti in campo. Una notizia che suscitò indignazione e orrore, come se fosse una novità. È doveroso soffermarsi un attimo per capire la questione dei bambini-soldati senza cadere nella banalità o strumentalizzarla per “lucri” umanitari.

Dai tempi dei tempi, i bambini-soldato sono le vittime per eccellenza delle guerre che infiammano il continente nero. Chi non ha mai visto nei telegiornali o nelle campagne pubblicitarie delle organizzazioni umanitarie le foto dei ragazzi che imbracciano un kalashnikov più grande di loro? Sono la faccia sporca dei conflitti africani, che la stampa è solita definire “etnici”, rimandando a un immaginario di primitività e barbarie. Ancora oggi, scrive Luca Jourdan nel suo libro Altre adolescenze. I bambini soldati in Africa, questa rappresentazione è il «filtro con cui l'Occidente guarda l'Africa», ovvero: è qui nel continente nero «che si combattono guerre disumane e irrazionali, le cosiddette guerre sporche», mentre gli eserciti occidentali, «puliti e tecnologici, combattono guerre umanitarie per dispensare pace e democrazia». Eppure la realtà è ben lontana da queste interpretazioni stereotipate e banali. È vero che il ricorso dei bambini-soldato è molto diffuso. Negli ultimi anni sono stati impiegati nei conflitti in Angola, Burundi, Costa d'Avorio, Repubblica Centrafricana, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Guinea, Liberia, Ruanda, Sierra Leone, Somalia e Uganda. I bambini-soldato possono fare le spie, portare la droga e trafficare i diamanti. 

Tuttavia la comunità internazionale, che si scandalizza, ne è il primo responsabile. Chi vende le armi ai gruppi ribelli? La diffusione di armi leggere favorisce infatti l'arruolamento dei più piccoli. L'iniziazione alla vita militare avviene in modo brusco e macabro. Il più delle volte, le nuove reclute sono costrette a uccidere o torturare un membro della propria famiglia, trasformando il bambino in una macchina da guerra. Nella gran parte dei casi sono drogati dai soldati che li hanno levati alle loro famiglie con brutalità e talvolta con adulazione e lusinghe.  Nel libro Orrori,  Aldo Forbice racconta diversi casi di bambini-soldato. «Un ragazzo tentò di scappare, ma fu preso (…)Le sue mani furono legate, poi essi costrinsero noi, i nuovi prigionieri, a ucciderlo con un bastone. Io mi sentivo male conoscevo quel ragazzo da prima, eravamo dello stesso villaggio. Io mi rifiutavo di ucciderlo, ma essi mi dissero che mi avrebbero sparato. Puntarono un fucile contro di me, così io lo feci. Il ragazzo mi chiedeva: perché mi fai questo? Io rispondevo che non avevo scelta. Io sogno ancora quel ragazzo del mio villaggio, che ho ucciso. Lo vedo nei miei sogni, egli mi parla e mi dice che l’ho ucciso per niente, e io grido»,  racconta una ragazza di 16 anni rapita dal Lra, il gruppo ribelle del famigerato Joseph Kony, in Uganda. 

Non sempre il reclutamento avviene in modo violento. Spesso avviene in maniera del tutto volontaria. Come mai? Il vuoto dello Stato, la mancanza di istruzione, la violenza diffusa e l'estrema povertà in cui vivono gran parte delle famiglie africane fanno sì che molti bambini non abbiano molte alternative al mestiere di soldato. Un kalashnikov dà cibo, vestiti e soldi.

Non si può guardare l'Africa con gli occhi occidentali. Nel continente nero la distinzione fra infanzia e mondo adulto non ricalca la nostra. Nelle aree rurali e povere è normale che i bambini lavorino nei campi o nelle miniere e che si occupino delle faccende domestiche. Cosa impossibile nella nostra società, dove, in seguito alla rivoluzione industriale, l'infanzia del bambino è tutelata. Giusto o sbagliato? Ai posteri l'ardua sentenza.

Il fenomeno dei bambini-soldati non è l'unico crimine che si consuma in Sud Sudan. 

L'elenco delle violazioni dei diritti umani è lungo. Tra questi lo stupro su donne e bambine usato come arma di guerra. «L'incitamento all'odio» e le «uccisioni per motivi etnici» in Sud Sudan fanno temere che «questo conflitto sfoci in una grave spirale di violenza fuori controllo», ha denunciato il consigliere speciale dell'Onu per la prevenzione dei genocidi, Adama Dieng. Pertanto, il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, «farà in modo che ciò che è successo in Ruanda non accadrà mai più su questo continente». 

Nel conflitto corrente, la diversa appartenenza etnica è stata utilizzata senza scrupoli da alcuni politici per i loro fini ed interessi. Nelle guerre “etniche”, i combattenti diventano folli e violenti: chi non appartiene alla propria tribù, al proprio gruppo etnico, deve essere eliminato. Non c'è distinzione tra bambini, donne o vecchi. Sono tutti colpevoli di appartenere all'etnia sbagliata. 

La situazione umanitaria è dunque drammatica. In particolare, a farne le spese sono i bambini. «Cinquantamila bambini potrebbero morire quest'anno se non ricevono assistenza», ha detto il responsabile per gli aiuti dell'Unicef, Toby Lanzer, che ha annunciato il lancio di un piano per soccorrere 3,8 milioni di persone «colpite dalla fame, dalle violenze e dalle malattie». «Anche se è in vigore uno stop delle ostilità, i combattimenti e lo sfollamento hanno già coinvolto milioni di persone - ha spiegato Lanzer - Con l'arrivo della stagione delle piogge la situazione è peggiorata, le persone vivono letteralmente nel fango». Inoltre un'epidemia «di colera è esplosa, la malaria è dilagante e molti bambini sono malnutriti. Milioni di persone necessitano di assistenza sanitaria, cibo, acqua pulita, strutture igieniche adeguate e rifugi ». 

Come si è arrivati a questo punto? Di certo, gli scontri tra governo e ribelli hanno aggravato la situazione. Da dicembre, oltre un milione e mezzo di persone sono state costrette a lasciare le proprie case e molti non hanno potuto seminare né raccogliere la produzione di cereali e altre sementi.

Ma non è solo colpa della guerra. Sono le politiche adottate dal governo ad avere avuto il loro peso. In Sud Sudan, c'è una corsa all'accaparramento delle terre che impoverisce l'agricoltura del Paese. Si tratta del cosiddetto fenomeno “land grabbing”. È infatti molto semplice ed economico per gli investitori stranieri ottenere in concessione per 99 anni immensi appezzamenti di terra per l'agri-business. Le terre più fertili vengono affittate o addirittura regalate. Un paradosso se si pensa che ora i sud sudanesi stanno morendo di fame.

Il governo ha puntato tutto sul petrolio e poco sull'agricoltura, concentrandosi esclusivamente sulle diatribe con il Sudan per la spartizione dei giacimenti petroliferi. E oggi si raccoglie quello che si è seminato: a distanza di tre anni non è ancora indipendente dal suo vicino di casa, in quanto non dispone degli oleodotti per trasportare il greggio e non ha lo sbocco sul mare. Dall'altra, non possiede neppure terre coltivate per fronteggiare la carestia.

C'è dunque la percezione che il Sud Sudan sia nato prematuramente. Non c'erano infatti le condizioni per la sua creazione. Ma l'Occidente, guidato dagli Stati Uniti, ha premuto per la secessione. Il motivo è alla luce del sole. Gli Usa volevano mettere le mani sulle risorse del Paese e isolare il Sudan del presidente Omar Hassan al Bashir, che aveva espulso le compagnie statunitensi del petrolio, facendo affari in esclusiva con la Cina. 

Il Sudan è il quarto più importante fornitore di greggio della Repubblica Popolare Cinese. Washington, che controlla già gli oleodotti del Ciad e dell'Uganda, ha cercato più volte di prendere il posto di Pechino attraverso alleanze militari con gli Stati di frontiera (Uganda, Ciad e Etiopia), armando la guerriglia del sud, infliggendo sanzioni economiche dal 1977 e addirittura bombardando nel 1988 l'unica impresa farmaceutica del Paese.

In Sud Sudan si è dunque giocata, e si gioca ancora, l'ennesima partita tra Usa e Cina, in competizione per l'influenza sul continente nero. A livello economico Pechino è in vantaggio, Washington arranca e cerca di oltrepassare l'avversario con sgambetti e quant'altro. In particolare, facendo forza sulla sua supremazia militare.

Una rivalità che non aiuta il Sud Sudan e l'Africa in generale. L'impressione è che non ci sia a livello internazionale la volontà di risolvere la crisi. Di riflesso, manca la risolutezza e l'impegno da parte del presidente Kiir e del suo avversario Mashar di sedersi intorno ad un tavolo e di discutere. Ognuna delle parti rimane in attesa di un primo passo che per ora non c'è stato. Si è addirittura pensato di trasformare la Repubblica del Sud Sudan in una Federazione di Stati in cui il governo centrale manterrebbe il controllo di finanza, difesa, sicurezza, giustizia e affari esteri, mentre i vari Stati gestirebbero le risorse naturali e l'amministrazione pubblica. La proposta è stata pronunciata dallo Stato dell'Equatoria.

Nulla di fatto. L'ex vice presidente Mashar si è detto d'accordo a patto che Salva Kiir non si ripresenti alle elezioni del 2015. Il nuovo vice presidente James Wani Igga si è invece opposto: « Il Sud Sudan corre il rischio di essere suddiviso in Stati tribali con un aumento di conflittualità e di insicurezza. Il costo per mantenere una simile struttura sarebbe troppo alto». Il governo di Juba si oppone per un motivo molto semplice: si troverebbe in balia del 40% offerto dagli Stati federati proprietari dei giacimenti petroliferi. 

Francesca Dessì

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