Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

L'Italia di Renzi: la pulce che ha la tosse

Da presidente di turno del secondo semestre del 2014, Matteo Renzi, parlando all'Europarlamento, ha messo sotto accusa il ricorso eccessivo alla politica del rigore nei conti pubblici. In polemica con gli esponenti del Partito popolare europeo (i democristiani), ha sostenuto che senza crescita economica, l'Unione Europea non ha futuro. Renzi, che è un ex democristiano, guida un PD che è invece membro del Partito socialista europeo. Uno degli assurdi della politica italiana che la dice lunga sulla confusione che regna sovrana nei partiti che infestano il panorama nazionale. 

Il discorso di Renzi, breve per i canoni italiani, condizionati da una logorrea mutuata dalla Prima Repubblica, è stato improvvisato e svolto a braccio. Il capo del governo ha rinviato l'esposizione dettagliata del proprio programma ad un documento specifico che verrà distribuito ai deputati e ai governi. Oltre alla crescita, Renzi ha sottolineato la necessità di ritrovare una «identità culturale comune europea». Una dichiarazione di principio ammirevole se non fosse che essa ignora bellamente che già dagli inizi dell'Unione, quando si chiamava Mec e poi Cee, si registrò lo scontro tra un'anima popolare e politica ed un'altra. Quella tecnocratica e legata al mondo e agli interessi dell'Alta Finanza e delle multinazionali e che era impersonata da loschi figuri come Jean Monnet. 

E poi, quale sarebbe l'identità europea? Anni fa, quando si mise mani alla Costituzione europea, uno scontro non da poco si realizzò sulla proposta di introdurre un richiamo alle radici giudaico-cristiane dell'Europa. L'opposizione delle forze laiche fermò il tentativo in considerazione del fatto che veniva ignorato sia un riferimento alla cultura greco-romana, che a quella celtica e germanico scandinava (e si potrebbe continuare con quella slava) e ai valori laico-liberali, tipici della modernità. Insomma, come la si voglia girare, la tirata di Renzi lascia il tempo che trova perché ognuno ha una sua idea, differente dagli altri, di quella che è o che debba essere “una identità culturale comune europea”. In ogni caso, Renzi è stato applaudito sette volte dai suoi ascoltatori, a dimostrazione che le sue parole hanno toccato un nervo scoperto ed evidenziato che i deputati, i quali hanno il polso del malumore e delle rabbie del cittadino medio, comprendono che è necessaria una svolta nella politica economica continentale che finora ha diffuso soltanto povertà e disoccupazione. 

Renzi ha spiegato che il sentimento comune prevalente in Europa è quello della noia, della stanchezza e della rassegnazione. Mentre, al contrario, il mondo corre a una velocità straordinaria. Renzi, che è succeduto al collega greco - i due Paesi messi peggio in Europa quanto a debito pubblico - ha virato sul dotto sul dotto e sull'erudito citando tutti i personaggi greci e latini che hanno fatto la Storia. Un riferimento scontato quello all'antichità classica ma che lascia il tempo che trova perché da un lato pesa il disastro economico attuale e perché dall'altro i governi italiani hanno dimostrato abbondantemente di fottersene della cultura classica e della conservazione del nostro patrimonio artistico. 

La grande sfida, ha insistito, è ritrovare l'anima dell'Europa e il senso profondo del nostro stare insieme. L'Unione, ha ammonito, non è mettere insieme il peso delle rispettive burocrazie, perché quella italiana basta e avanza. Renzi ha insistito nel sottolineare che con lui l'Italia cambierà marcia, rispettando le regole, e dimostrerà di non essere “una espressione geografica” (Metternich). O “una terra dei morti” (Lamartine). Il passato è passato, quello che conta sono le cose da fare. 

Trovare le risorse finanziarie per cambiare le cose resta quindi il problema cardine. Renzi ha ribadito quindi la sua idea di un grande piano di opere pubbliche a livello europeo utilizzando risorse private e pubbliche, compresi i fondi europei, e non conteggiando il relativo indebitamento nel più generale indebitamento pubblico. Gli hanno replicato il premier olandese Mark Rutte  e il capogruppo dei popolari, il tedesco Manfred Weber. Entrambi democristiani. Il primo ha ricordato che all'ultimo vertice europeo Olanda e Germania hanno fermato il tentativo di Francia e Italia di ammorbidire le regole di bilancio, e il secondo ha sostenuto che i debiti non creano futuro ma che, al contrario, lo distruggono. Si deve continuare quindi sulla linea del rigore. Al che Renzi ha ricordato polemicamente che in passato pure la Germania ha truccato i propri conti pubblici per quanto riguarda il disavanzo. Affermazione un po' ardita quella dell'ex sindaco perché, in questa fase e con un occhio al futuro, quello che conta veramente è il debito pubblico. Quello tedesco è all'80% circa, quello italiano al 134%. E la Germania continua a crescere, seppure di poco, mentre l'Italia continua ad arretrare. È su questo, e non sulle chiacchiere, che Renzi dovrebbe operare ed intervenire, tenendo conto che l'Italia è ormai un nano politico ed economico ed è avviata ad essere sempre più irrilevante. 

E di conseguenza, pure lui dovrebbe prendere atto di essere un nano politico. Una pulce che ha la tosse.

Irene Sabeni

I nostri Editori

Guerra in Iraq: trappola per l'Occidente

Europa: la flessibilità "a parole"