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I Fulltimers. Un nuovo modo di vivere. Intervista a Pierluigi Galliano

Se le parole costrizione, soffocamento e gabbia, oltre ad altre simili, evocano in almeno qualcuno dei nostri lettori qualcosa di conosciuto, e se in senso lato si è ormai capita l’assoluta insensatezza di vivere secondo i canoni sociali ed economici che ci sono imposti soprattutto in questi ultimi decenni, allora, va da sé che una indagine su quelle che possono essere sul serio delle altre esperienze di vita rappresenti un campo che può consentire oltre che interessanti spunti anche dei veri e propri momenti di evasione.

In tale ambito iniziamo, con questa prima puntata, ad ascoltare le storie e le testimonianze di chi certamente ha fatto una scelta di vita che potremmo definire borderline ma che, a ben vedere, rappresentano invece il rovescio della medaglia - forse la parte più bella - rispetto a quanti, e sono la stragrande maggioranza, continuano imperterriti, o per assoluta necessità di non poterne fare a meno oppure, peggio, per reale mancanza di coraggio, a fare una vita che a una analisi fredda è francamente più corretto considerare ai limiti della sopravvivenza. Inutile insistere: quella che la maggior parte degli italiani conduce, nel più classico degli esempi del lavora (come uno schiavo) - consuma (sempre meno di prima) - crepa (molto prima di poter anche solo sperare di andare in pensione), per molti non è più neanche considerata una vera e propria vita. E alcuni, appunto, iniziano a cercare altrove.

Allora prendiamo in esame il fenomeno dei fulltimers. Ci torneremo sopra con uno studio più diffuso, anche considerando il lato sociale e se vogliamo propriamente politico di una scelta di questo tipo. Per ora basti considerare che quelle che vengono definite fulltimers sono persone che hanno scelto - e la parola “scelto” ha un significato profondo - di vivere in modo completamente differente rispetto alla maggioranza degli altri abitanti della terra.

Per fulltimers si intende chi non ha una fissa dimora ma, attenzione, non stiamo affatto parlando di clochard o di nomadi nel senso più deteriore che viene loro generalmente attribuito, quanto di gente che invece di sostare in un luogo fisso, che sia un appartamento o un altro tipo di abitazione, ha nel movimento, nel contatto diretto con tanti luoghi differenti, la propria quotidianità. 

Chiariamo subito un altro elemento: il termine, in questo caso, si riferisce dunque a persone che di propria volontà, a un certo punto della loro esistenza, hanno detto basta al lavoro e al luogo di residenza fisso e hanno deciso di vivere muovendosi sul territorio.

Altro elemento chiave: quasi tutti (nei prossimi mesi vedremo diversi altri casi che stiamo contattando in questi giorni) hanno deciso volontariamente di ridurre al minimo i propri consumi voluttuari, di vivere dunque con poco, sia economicamente sia dal punto di vista degli oggetti che posseggono, in modo da potersi muovere leggeri e a bassissimo costo (basso tanto quasi è impossibile da credere) in ogni luogo che gli venga in mente di raggiungere.

In cambio, tutti testimoniano, senza eccezione alcuna, di avere almeno due cose delle quali, una volta scoperte, giurano di non poter più fare a meno: tempo per se stessi e libertà (quasi) assoluta. Una delle frasi ricorrenti è la seguente: “in un anno abbiamo fatto esperienze emotive uguali a quelle che si fanno in venti anni”.

Il punto, a quanto pare, è dunque “lasciare per avere”.

Le due tipologie più diffuse, in quanto ai mezzi che i fulltimers scelgono per vivere “a tempo pieno” la propria libertà, sono i camper e le barche a vela. E se la natura dei fulltimers, gruppo disomogeneo di persone che hanno fatto questa scelta - ed è un fenomeno ormai mondiale - è estremamente diversa, così come le sostanze e i mezzi di sostentamento che possono utilizzare per vivere la propria vita, noi ci vogliamo concentrare su quella fascia che non nasce ricca, che non ha investimenti di sorta e tesori nascosti ma che, appunto, per condurre una vita di questo tipo ha accettato alcune rinunce fondamentali.

Certo, esistono anche i fulltimers con i conti correnti alle Cayman, quelli che hanno aziende che girano a tutto gas, e che fanno gestire ad altri per prendersi solo i dividendi a fine anno e che vivono in camper da 250 mila euro o in barche a vela da 1 milione di dollari. Ma questi ultimi non ci interessano: scelta troppo facile, e ovviamente fuori dalla portata della maggior parte degli altri.

Noi ci concentreremo invece su esperienze che, anche con differenze da caso a caso, sono potenzialmente in grado di essere replicate da chiunque sia inserito nel nostro modello di sviluppo da qualche decennio e voglia operare un cambiamento radicale. Un lavoratore della ex classe media italiana, per intenderci.

Terra e mare, dunque.

Iniziamo dalla terra e dall’esperienza di Pierluigi & Amelia (Galliano & Barbotti) che dal 2012 vivono in camper in giro per l’Europa (e a quanto pare, come ascolteremo nell’intervista in basso) anche in Africa. 

Per avere ulteriori informazioni in merito alla loro esperienza, per conoscere i posti che hanno visitato e “come” li hanno visitati vi rimandiamo al loro bel sito che non fa altro che raccontare il Diario di Viaggio del Camper e del suo equipaggio. Il sito - Orme sul Mondo, qui - è pieno di consigli pratici per tutti i camperisti e i fulltimers ma è soprattutto una testimonianza diretta che ciò che raccontano è reale.

Come introduzione non troviamo di meglio che citare le parole stesse che pubblicano, come fosse una quarta di copertina, sul loro sito.

Mollare Tutto. Una Follia, forse. Noi lo abbiamo fatto. Abbiamo lasciato un lavoro sicuro e abbiamo deciso di dedicare più attimi alla nostra vita. Una scelta maturata nel tempo, con gli anni e con lunghe riflessioni. All'inizio sembra difficile, quasi impossibile. Bisogna pensarci bene, pianificare tutto al meglio. Vendere la propria casa, vendere o regalare molti dei propri beni. Le vostre collezioni di dischi o di fumetti. I vostri vestiti e magari le scarpe a cui tenete tanto; non c’è molto posto su un camper. Dire addio alla propria città, dove avete i vostri riferimenti: gli amici, i parenti, i colleghi di lavoro. Il vostro supermercato o il medico di fiducia. Dire addio a certe consuetudini: la partita di calcetto oppure l'aperitivo al bar o la serata al cinema. Salutare tutti e partire. Tornare magari ogni tanto per un abbraccio ai famigliari. Sembra facile ma, a pensarci bene, forse per molti non lo è.

Pierluigi e Amelia sono una delle prove viventi che un altro tipo di vita è possibile. È solo uno, di questi tipi di vita, ma vale la pena andarlo a scoprire. 

Di seguito, in audio qui sotto, l’intervista che ci ha concesso Pierluigi e, come detto, torneremo sul tema a settembre, magari stavolta tra le vele.

Valerio Lo Monaco

Qui l'intervista in audio

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