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Il sistema Renzi perde i pezzi. E la manovra correttiva si avvicina

Matteo Renzi sta incontrando non poche difficoltà per continuare a fare il niente che finora ha fatto. O il poco che ha provato a fare. 

La revisione o razionalizzazione della spesa si sta impantanando nei veti incrociati dei vari centri di spesa centrali e locali che non hanno alcuna intenzione di vedersi sfilare dai denti l'osso da spolpare e che vorrebbero continuare a banchettare come hanno fatto negli ultimi anni. A rendere esplicito ciò che molti pensavano è stato il commissario alla cosiddetta “spending review”, Carlo Cottarelli, che ha lanciato un allarme preciso. Si sta diffondendo, ha spiegato, «la pratica di autorizzare nuove spese indicando che la copertura sarà trovata attraverso future operazioni di revisione della spesa». Infatti, ha precisato, il totale delle risorse già spese, prima ancora di essere state risparmiate, ammonta a 1,6 miliardi per il prossimo esercizio del 2015. Ora e sempre finanza creativa. Il tanto criticato Giulio Tremonti non ha inventato nulla, non è stato il primo e non sarà certamente l'ultimo. 

Il sospetto che qualcosa non andasse nella dinamica della spesa pubblica e nella incapacità del duo Renzi-Padoan a tenerla sotto controllo, è dimostrato dal livello esorbitante raggiunto dal debito pubblico che, secondo i dati dell'Istat e della Banca d'Italia, ormai ha toccato il 135% sul Pil. Una cifra enorme, gigantesca, che non promette nulla di buono per le nostre tasche perché gli scenari che ne conseguono saranno necessariamente alla lacrime e sangue

Non potendo e non volendo toccare le clientele politiche, già preoccupate dalla possibilità che le iniziative annunciate dall'ex sindaco possano concretizzarsi, le ipotesi sugli scenari autunnali variano da una manovra data per scontata dell'ordine di 25 miliardi di euro ad una tassa patrimoniale straordinaria (tipo un prelievo forzoso sui conti correnti) fino al commissariamento vero e proprio dell'Italia da parte dell'Unione europea. 

Restando nell'ottica di Bruxelles, l'Italia rappresenta infatti il più serio pericolo per la sopravvivenza dell'euro. Il debito al 135%, record europeo, è una mina vagante che potrebbe deflagrare con effetti catastrofici per i Paesi membri della Ue. Fallisce la Grecia, il colpo si può ammortizzare. Fallisce l'Italia, il colpo sarebbe così grande da farsi sentire in tutti i mercati finanziari del mondo. 

I titoli di Stato decennali, i Btp, i cui rendimenti, rapportati a quelli dei Bund tedeschi, determinano il livello dello spread, sarebbero definitivamente spinti fuori mercato perché verrebbe sancita l'impossibilità per l'Italia di rimborsare il capitale alla scadenza. 

Con l'economia in recessione, con le imprese che chiudono, con sempre minori entrate fiscali e contributive, il debito e il disavanzo non possono che salire. Ma a tutto c'è un limite e c'è un tetto. E si defilerebbero pure la Bce e il fondo salva Stati, che negli ultimi 12 mesi hanno comprato montagne di titoli a breve termine (la prima) e a lungo termine (la seconda). 

Renzi, impegnato a fare digerire ai suoi il ridimensionamento del Senato, non ha apprezzato molto la tirata di Cottarelli. La spending review, ha replicato stizzito, «la facciamo anche se va via». Insomma, non disturbate il manovratore. È un principio che vale pure per tutti gli scudieri del capo del governo che ha bisogno di manifestare continuamente la sua forza. Anche se i franchi tiratori alle Camere lo impallinano ed anche se i giornali dei cosiddetti “poteri forti” incominciano a criticarne l'operato, sottolineando che finora si è visto poco o niente. 

Il Tesoro da parte sua ha cercato di salvarsi in corner attraverso un comunicato nel quale si afferma che da parte di Cottarelli non si tratta di una polemica nei confronti del governo ma essa intendeva ribadire le posizioni del Governo rispetto alla revisione della spesa che «deve servire a compensare una riduzione delle tasse e a migliorare l'efficienza dei servizi pubblici». Affermazione delirante perché le tasse sono le più alte in Europa, perché la spesa pubblica continua ad aumentare e perché i servizi pubblici fanno a dir poco pena, come possono verificare ogni giorno i cittadini sulla propria pelle.

Irene Sabeni

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