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Banca Intesa (and Sons) emette spazzatura. Tutto ok?

Le Banche non perdono né il pelo né il vizio (ne scrive anche Zamboni oggi, qui). Del resto non ne hanno motivo: se sbagliano, a pagare sono gli altri. O al massimo pagano una multa infinitamente inferiore rispetto al guadagno maturato provocando il danno che hanno fatto.

L’ultima notizia in tal senso, e che riguarda i fatti di casa nostra, ci porta dentro le stanze di Banca Intesa: ha raccolto 1 miliardo di euro emettendo un bond subordinato a 12 anni.

Calma, non è difficile da capire, ma soprattutto è molto più chiaro il punto quando si va a vedere di che titolo si tratta.

Dunque il bond è stato emesso con un tasso fisso a 12 anni. La cedola, a chi lo ha sottoscritto, è pari a 3,928% per anno. Vale a dire grossomodo poco meno del 4% di rendimento. All’anno. Cioè una enormità, visti i tempi che corrono.

Come è possibile? Molto semplice: si tratta praticamente di un titolo spazzatura.

Le stesse agenzie di rating lo definiscono proprio in questo modo: Moody’s gli ha assegnato Baa2, Standard & Poor’s BBB, Fitch BBB+ e DBRS lo ha classificato come A (cioè, in quest’ultimo caso, come low, basso).

A emettere la collocazione di questo “bel” prodotto, come capifila, sono Banca IMI, BNP Paribas, BOfA Merrill Lynch, Deutsche Bank e UBS Investment Bank. Tutte di nostra conoscenza, anche perché molte di queste sono operanti proprio sul territorio italiano. 

L’operazione, val bene chiarirlo, non è destinata al mercato retail dell’Italia, ma ad investitori professionali e a intermediari finanziari internazionali (che sono, però, quelli che gestiscono i portafogli di soggetti ben precisi, del resto). E si tratta pur sempre di una situazione che entra nella pancia di Banche di cui poi subiamo indirettamente i destini. 

Si tratta di una operazione dunque molto rischiosa, per gli investitori, ma anche per le Banche stesse che la stanno promuovendo. Con il rischio probabile di trovarsi a fronteggiare l’ennesima quantità di spazzatura interna.

Come è possibile dunque che le Banche, dopo tutto quello che è successo, continuino a operare con questi criteri e a piazzare questi prodotti?

Molto semplice: perché sanno che non rischiano nulla. Perché sanno che in caso di necessità, almeno in Europa, ci sarà sempre la Banca Centrale Europea a intervenire per salvarle. Mario Draghi, con l’annuncio relativo all’operazione di Quantitative Easing di giorni fa, lo ha ulteriormente ribadito e confermato, ove ce ne fosse stato bisogno.

E dunque via, che la giostra continui. Sulla pelle degli altri.

(vlm)

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